Ai Overview: Nella ricorrenza della Giornata mondiale del primo soccorso, celebrata nel secondo sabato di settembre, l’attenzione si concentra quest’anno sulle sfide legate ai contesti migratori e sulle criticità del sistema di emergenza sanitario territoriale. Tra i dati diffusi dal Centro globale di riferimento e le statistiche del Consiglio Europeo di Rianimazione emergono i divari nell’assistenza e nella gestione dei soccorsi, sia lungo le rotte del Mediterraneo sia all’interno del Paese.
Il soccorso nei contesti migratori e le rotte del Mediterraneo
La Giornata mondiale del primo soccorso, istituita nel 2000 dalla Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, si celebra ogni secondo sabato di settembre e, quest’anno, cade proprio oggi. Il Centro globale di riferimento per il primo soccorso, che coordina la campagna, per il 2026 ha scelto un tema poco consueto e un po’ controverso, ovvero il soccorso nei contesti migratori. Il documento di indirizzo parte dal dato secondo il quale a metà 2024 i migranti internazionali erano circa 304 milioni, molti dei quali senza accesso a servizi essenziali. Le leve indicate sono essenzialmente due e consistono nei moduli formativi dedicati e nei Punti di servizio umanitario, luoghi riservati dove chiedere aiuto senza il timore di finire in un archivio.
Il Mediterraneo è ormai stabilmente al centro delle cronache da diversi anni e si trasforma, per un verso, in luogo di salvataggi decisivi, per altro verso, in teatro di tragedie imponenti, tanto che, dall’inizio del 2026, sarebbero almeno 872 le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, a fronte di un calo del numero di sbarchi. Evidentemente «un numero minore di arrivi non equivale a viaggi più sicuri», come ha sottolineato la vicedirettrice generale dell’Oim Ugochi Daniels il 12 agosto. La Croce Rossa Italiana assicura una presenza importante in tutti i porti di sbarco e garantisce assistenza sanitaria e psicologica, cui si accompagna il difficile servizio di ricerca dei familiari.
L’arresto cardiaco in Italia e il divario europeo nelle emergenze
Ma veniamo a quello che succede in casa nostra. In base alle anali svolte dal Consiglio Europeo di Rianimazione, gli arresti cardiaci che colpiscono fuori dagli ospedali sono circa 60mila l’anno, la sopravvivenza media europea è pari al 7,5% rispetto a quella italiana che si ferma al 6,6%, su un campione di casi che, è bene evidenziarlo, è stato giudicato poco rappresentativo. Il ritorno della circolazione spontanea, in Italia, si ferma al 17% a fronte del 31,2% europeo. Una metanalisi su oltre 43mila casi italiani, richiamata dall’Istituto superiore di sanità, aggiunge che il massaggio cardiaco è avviato dai presenti nel 26% degli episodi, il defibrillatore è impiegato nel 3,2%.
Gli strumenti giuridici esistono, prima fra tutte la legge 116 del 2021 che consente l’uso del defibrillatore anche a chi non ha ricevuto alcuna formazione, in assenza di personale formatom e ha portato lo studio delle manovre salvavita nelle scuole secondarie.
Resta la parte che nessuna norma copre. Nella parabola del buon samaritano il sacerdote e il levita vedono l’uomo ferito e proseguono; il samaritano si avvicina, lo assiste, lo conduce al riparo e si offre di pagare le spese. Fra le due condotte corre, in termini statistici, la distanza che separa l’Italia dalla Danimarca, dove secondo i dati della rete EuReCa i presenti intervengono in circa sette casi su dieci.













