Un filo invisibile ma tenace lega l’antica Zacinto alle pendici dell’Aspromonte, attraversando secoli di storia e chilometri di mare. È nel segno di questa continuità che il 9 febbraio si rinnova l’appuntamento con la Giornata mondiale della lingua greca, una ricorrenza che trascende la mera celebrazione accademica per toccare le corde vive dell’identità culturale del Mediterraneo. Nata dall’impulso delle comunità elleniche in Italia e istituzionalizzata dalle massime autorità internazionali, questa data offre l’occasione per riflettere non solo sull’immenso lascito della classicità — dalla filosofia alla scienza, dalla teologia alla politica — ma anche sulla straordinaria resistenza di quegli isolotti linguistici che ancora oggi, nel territorio metropolitano di Reggio Calabria, custodiscono l’idioma di Omero e Bisanzio. In un contesto globale in continua evoluzione, il greco si ripropone come chiave di lettura dell’esistente, ponte tra civiltà e strumento di autocoscienza per popoli che, pur divisi dai confini moderni, condividono la stessa matrice spirituale e lessicale.
Dalle origini della ricorrenza al riconoscimento Unesco
La celebrazione della giornata mondiale della lingua greca si può considerare un successo della diaspora greca in Italia, che ne fu promotrice, sotto la guida di Jannis Korinthios, a partire dal 2015 e poi, grazie alle azioni di Olga Nassis, fu ufficialmente adottata dallo Stato greco nel 2017 e dall’Unesco nel 2025. Il 9 febbraio è stato scelto in onore del poeta Dionysios Solomòs, nato a Zacinto nel 1798 e morto il 9 febbraio 1857 a Corfù.
La testimonianza vivente nella Calabria greca
In tutt’Italia, ormai, e nel mondo intero si susseguono manifestazioni, celebrazioni, spettacoli nelle scuole, nelle università, nelle comunità greche presenti nei cinque continenti. In Calabria questo appuntamento assume un valore particolare, considerata la persistenza di nuclei ellenofoni nella provincia di Reggio Calabria, nella zona aspromontana orientale, eredi e testimoni di una tradizione quasi trimillenaria, che parte dalla seconda colonizzazione, attraversa i periodi classico, ellenistico, romano, medievale e bizantino ed approda all’età moderna.
Una lingua universale tra storia e fede
Fa dire M. Yourcenar all’imperatore Adriano «Ho governato in latino, ma in greco ho pensato e in greco ho vissuto», per poi completare con la sua esperienza «ho amato la lingua greca per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale ad ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà, l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco». Da Omero al Vangelo di Giovanni, da Saffo a Nosside, dalla tragedia alla commedia, dalla filosofia alla storia e all’oratoria, dalla scienza alla filologia e alla medicina, nel corso di almeno ventotto secoli di tradizione scritta ininterrotta il greco ha saputo svelare i misteri dell’esistenza e del divino, parlare al cuore degli uomini, mostrare il numinoso, l’immanente e il trascendente, in una parola ha interpretato il mondo con la sua peculiarità di lingua “nucleare”, legata alle radici e generosa nell’innestare novità e senso in tutte le civiltà che ne sono venute a contatto, in primis quella romana.
Il ruolo di Solomòs e gli studi sul territorio
Dionysios Solomòs, poeta bilingue italo-greco, sceglie di stare accanto al suo popolo nel momento della difficile conquista della libertà, durante la rivoluzione contro i Turchi (1821-1829), e di fornirgli uno strumento linguistico adeguato per diventare nazione: “L’inno alla libertà”, scelto come canto nazionale, è una creazione originale per metrica, lingua, contenuto, uno slancio gioioso, della stessa gioia del Χαῖρε dell’arcangelo a Maria. E proprio nei primi decenni dell’Ottocento si diffonde la notizia che ancora in Calabria vi sono popolazioni grecofone nei dintorni di Reggio: l’attenzione degli scienziati italiani e stranieri si accende e divampa in ricerche, teorie, contrapposizioni, mentre la zona dell’Aspromonte, aspra e nobile, deve affrontare le difficili stagioni storiche postunitarie, l’emigrazione, lo spopolamento, l’incomprensione, infine la destrutturazione sociolinguistica, che pone in grave pericolo la continuità della tradizione linguistica, faticosamente durata fino ai nostri giorni.
La poesia di Roghudi come atto di resistenza
La gioia e la fatica sono alla base dell’ispirazione di Francesca Tripodi(1940-2019), poetessa di Roghudi: «To chuma stin cardìa: paracàlima tis zoì» , «la terra nel cuore: inno alla vita», il rapporto inscindibile tra il paese lontano e la lingua del cuore «mi addhismonise to chùmasou ce to dicòssu plàtemma» «non dimenticare la tua terra e la tua parlata», proprio come il premio Nobel Odysseas Elytis nel 1959 «no, vi prego, non dimenticate la mia terra», «Μη λησμονᾶτε την χώρα μου» memoria inconscia collettiva , con lo stesso verbo, lo stesso dolore, la stessa gioia di parlare la lingua , quella lingua che è musica: «..E se, per caso, da qualche parte nei corridoi celesti incontrerò angeli, mi rivolgerò loro in greco, perché loro non conoscono lingue. Parlano tra loro in musica» (N. Vrettakos , 1986).
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