Ai Overview: Giosuè Carducci, storicamente noto per le sue posizioni anticlericali e la vicinanza agli ambienti massonici, intraprese negli ultimi anni della sua vita un percorso intimo di riavvicinamento alla fede cattolica, rimasto a lungo riservato. Le testimonianze dell’epoca, documentate anche dalle carte legate a san Luigi Orione e alle confidenze raccolte dall’abate Piero Chanoux, descrivono una crisi spirituale profonda che lo portò a chiedere i Sacramenti in punto di morte. Questo aspetto privato si intreccia con le vicende pubbliche che gli valsero il Premio Nobel per la letteratura nel 1906. Il riconoscimento, inizialmente destinato ad Antonio Fogazzaro, fu riassegnato dall’Accademia di Svezia per il rifiuto di premiare un autore che si era pubblicamente sottomesso alle direttive del Santo Uffizio. Rileggere oggi la biografia carducciana alla luce di questi documenti offre una chiave interpretativa inedita anche per i suoi testi più dolorosi, mostrando i limiti che il poeta riscontrò negli ideali di scienza e progresso di fronte alle domande umane più profonde.
L’incontro notturno a Courmayeur
In una notte intorno al 1895, a Courmayeur, Giosuè Carducci camminò avanti e indietro nella propria stanza fino all’alba. Lui, l’autore dell’Inno a Satana, membro della massoneria bolognese, il professore che dall’Università di Bologna aveva tuonato contro la Chiesa per trent’anni, proprio lui al mattino si presentò all’abate Piero Chanoux, predicatore al Piccolo San Bernardo, e si confessò, lo attestano le carte del processo di beatificazione di san Luigi Orione, dove si legge che «fu una notte assai simile a quella dell’Innominato».
Il retroscena sul Premio Nobel del 1906
Oggi ricorrono 191 anni dalla nascita di Carducci a Valdicastello, in Versilia, ma il 2026 segna anche i 120 anni dal Nobel per la letteratura, il primo conferito a un italiano. Nel 1906 il candidato favorito era Antonio Fogazzaro, definito nei verbali dell’Accademia di Svezia «genio poetico più spirituale e più acceso di purissima spiritualità di tutto il nostro tempo», lo stesso Fogazzaro, ironia della sorte, aveva candidato Carducci al Nobel nel 1902 ma il Santo Uffizio mise all’Indice il romanzo Il Santo, e Fogazzaro fece pubblica ammissione di obbedienza alla Chiesa. La reazione degli accademici, tutti protestanti, fu ovviamente contraria alla direzione del Santo Uffizio: secondo lo studioso Enrico Tiozzo, l’ambasciatore svedese Bildt scrisse all’Accademia che sarebbe stato disdicevole premiare chi si era umiliato davanti alla Chiesa di Roma, così il Nobel passò così a Carducci, votato all’unanimità pur essendo considerato reo di «paganesimo portato agli estremi».
Le testimonianze sul riavvicinamento alla fede
Mentre lo scrittore cattolico perdeva il premio per la propria fedeltà al Vaticano, il poeta anticlericale stava compiendo un percorso inverso e silenzioso: a confermare il riavvicinamento alla fede intervennero nel tempo più voci. Don Orione dichiarò: «Quando si potrà scrivere una pagina sul Carducci, si saprà che, prima di morire, si è confessato». Luigia Tincani, fondatrice delle Missionarie della Scuola e figlia di un allievo del poeta, aggiunse che «Carducci in morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con la scusa di fargli la barba». Questo racconto è stato rilanciato anche dal cardinale Angelo Comastri attraverso Vatican News nel 2021.
Una nuova prospettiva su “Pianto antico”
Riletta alla luce di questi fatti, la poesia “Pianto antico” cambia prospettiva: scritta dopo la morte del figlio Dante nel 1870, è il lamento di un padre che ha rifiutato la speranza cristiana e si ritrova senza risposte davanti alla tomba di un bambino. Il pianto è «antico» perché universale, e universale è la domanda che lo attraversa: se tutto finisce qui, che senso ha il dolore? Carducci aveva cercato risposte nel progresso, nella scienza, nel culto della classicità, ma alla fine nessuna di queste bastò.
La riscoperta accademica e l’eredità del poeta
Intanto il mondo accademico lo sta riscoprendo, due anni fa sono nati i Quaderni carducciani, rivista dell’Università di Bologna, e la nuova Edizione Nazionale delle Opere prosegue con i carteggi. A Bologna, Casa Carducci custodisce ancora intatto l’appartamento dove il poeta visse i suoi ultimi diciassette anni, anche se il primo Nobel italiano resta quasi assente dai programmi scolastici, forse perché sfugge a ogni appartenenza comoda: il repubblicano che scrisse un’ode alla regina, il cantore del progresso che scoprì, nell’ora del dolore, l’insufficienza di ogni surrogato. Carducci ci mise trent’anni a trovare una risposta alla domanda di Pianto antico e la trovò nel silenzio, «troppo debole per dirlo forte», come si legge nelle carte orionine.













