Giovanna Gallo, giornalista calabrese a Sanremo: il Festival raccontato da dentro

Giovanna Gallo Giornalista calabrese inviata a Sanremo

Il Festival di Sanremo rappresenta un osservatorio privilegiato per analizzare le dinamiche mediatiche e culturali italiane. Raccontare questa kermesse dall’interno richiede preparazione, metodo e la capacità di gestire ritmi di lavoro particolarmente intensi. Tra i professionisti della comunicazione presenti all’ultima edizione in veste di inviata per la testata Elle.it, figura Giovanna Gallo, giornalista originaria di Lamezia Terme, trasferitasi a Torino da diversi anni per ragioni di studio e lavorative. In questa intervista, Giovanna Gallo illustra le dinamiche operative all’interno della sala stampa sanremese, analizza gli esiti della competizione canora – soffermandosi sulle ragioni comunicative dietro la vittoria di Sal Da Vinci e sulle performance di altri artisti in gara – ed esamina il ruolo che le proprie radici calabresi continuano a ricoprire nel suo percorso personale e professionale.

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L’esperienza sanremese e il lavoro di inviata

Sanremo è una lente attraverso cui si osservano mode, linguaggi e trasformazioni del Paese. Raccontarlo da dentro significa muoversi in una macchina mediatica imponente, dove ogni dettaglio può diventare titolo e ogni parola può fare notizia. Tra gli inviati dell’ultima edizione c’era anche la calabrese Giovanna Gallo, giornalista di costume e intrattenimento freelance su Elle.it e sul settimanale Gente, che oggi vive e lavora a Torino. Un percorso fatto di collaborazioni, sacrifici e determinazione, sempre con uno sguardo attento alle proprie radici. Con lei abbiamo parlato del Festival visto dall’interno, della “bolla” sanremese, delle polemiche e dei vincitori. Ma anche di identità, scelte e di cosa significhi andare via per costruire il proprio futuro senza mai recidere il legame con la propria terra.

Sei appena rientrata dal Festival di Sanremo come inviata di Elle.it. Era la tua prima volta? Che esperienza è stata, professionalmente e umanamente?

Da giornalista che fa questo lavoro da molti anni sia sul web che sulla carta stampata, ti dico che Sanremo è un banco di prova che ci si deve guadagnare con anni di gavetta e lavoro duro. I posti in sala stampa sono limitati e raccontare il Festival lì dove il Festival accade è un privilegio niente affatto scontato. Quindi professionalmente per me è stato un traguardo importante, perché per anni ho seguito la kermesse da remoto ed essere scelta, in mezzo a una redazione di un giornale importante che pullula di colleghe preparate, è stato davvero un grande riconoscimento. Dal punto di vista umano in sala stampa si incontrano e ci si confronta con molti colleghi e questo è sempre bello, soprattutto per chi porta avanti la professione da freelance come me e dunque gravita lontano dalle redazioni.

Sanremo è spesso descritto come una “bolla” mediatica. Da dentro è davvero così? C’è qualcosa che ti ha sorpresa rispetto a come il Festival viene percepito da casa?

Sanremo, intesa come città e come evento, nella settimana della kermesse è davvero un micro-universo in cui le notizie che giungono da fuori, anche le più disastrose come quelle in arrivo dall’Iran di questi giorni, sembrano non riuscire a fare breccia: tutti pensano, parlano, scrivono solo del Festival.

L’atmosfera dell’evento pervade tutta la città, dunque anche solo camminare sul lungomare da turista può regalare un’esperienza unica nel suo genere. Ci sono celebrità e cantanti famosi ovunque e a un certo punto ti convinci che sia normale, tanto è ricorrente! Diventano importantissime cose che, viste da fuori o comunque già nella settimana successiva al Festival, non lo sono affatto: l’esperienza di tal cantante sul palco, il significato intrinseco di una canzone, le votazioni per il Premio della Critica. Ma da giornalista il senso di tutto è individuare, scrivere e raccontare storie, dunque è nella natura stessa del nostro ruolo lasciarsi coinvolgere in questo modo.

Da giornalista, come si affrontano i ritmi serrati del Festival senza perdere nulla, tra conferenze stampa, backstage e dirette?

Personalmente ho frequentato solo la sala stampa dove quotidianamente cantanti e protagonisti del Festival vengono a parlare con i giornalisti. A mezzogiorno tutti i giorni c’è una conferenza stampa con il conduttore e i vertici Rai per parlare della serata precedente e di quella in arrivo e i giornalisti si scatenano, soprattutto se sul palco sono successe cose controverse. È da questa conferenza che nascono i titoli più caldi intorno al Festival e anche i tagli e gli spunti più interessanti da sviluppare sulle varie testate. Oltre a chi piantona la sala stampa, dove si colgono rumors e indiscrezioni sulla serata o in generale sul Festival, ci sono poi i colleghi che vanno in giro a intervistare i cantanti per produrre contenuti social, imprescindibili ormai per qualsiasi testata quando si copre un evento come Sanremo.

I ritmi sono serrati soprattutto perché le giornate sono infinite, si inizia a lavorare tra le 10 e le 11 del mattino e si finisce alle 3 di notte e la vera sfida è rimanere lucidi, per scrivere innanzitutto articoli sensati e poi per dargli un taglio interessante e non ridondante, visto che tutte le testate più importanti d’Italia, nei giorni del Festival, producono contenuti su Sanremo.

Veniamo alla gara: ogni anno il Festival si porta dietro polemiche e critiche. Questa edizione ti è sembrata diversa? E che giudizio dai alla vittoria finale?

Senz’altro ancor prima dell’inizio è partita come un’edizione di transizione, considerato che sarà l’ultima di Carlo Conti e che molti artisti importanti hanno scelto di non partecipare (o non sono stati scelti dal direttore artistico). Quindi tutti già sapevamo che non sarebbe stato un Festival memorabile in termini canori e di show. Il pre-ascolto delle canzoni, che si fa un mese prima dell’evento, ce lo ha confermato. Sul vincitore penso che sia quasi ovvio che abbia vinto Sal Da Vinci: se analizziamo la sua escalation da un punto di vista umano e comunicativo, oltre a quello musicale (che può piacere o meno), era praticamente certo che arrivasse sul podio. È un personaggio molto amato, dal pubblico soprattutto, con una storia personale con cui si empatizza facilmente e una canzone costruita con l’algoritmo dei tormentoni.

Sanremo è un evento nazionalpopolare in cui il televoto degli spettatori da casa pesa molto: perché ci stupiamo che abbia vinto lui? Nelle passate edizioni hanno trionfato le nuove leve della musica, dai Maneskin ad Angelina Mango fino a Olly, dunque sappiamo che c’è margine per lasciare spazio ai giovani. In questa edizione c’erano personaggi interessanti ma evidentemente non abbastanza coinvolgenti come Sal Da Vinci. Alla fine, oltre le canzoni, è tutta questione di comunicazione (e marketing).

C’è stato un artista che, secondo te, avrebbe meritato di più o che ti ha colpito particolarmente?

Al primo ascolto ero rimasta molto colpita da Tredici Pietro e durante il Festival non mi sono ricreduta: ha un brano fortissimo sia dal punto di vista semantico che musicale. Sono molto contenta del secondo posto di Sayf, se non ci fosse stato l’invincibile Sal probabilmente avrebbe vinto. Anche Nayt ha portato un brano molto interessante, che arriva piano ma poi colpisce. Poi ho un debole per i cantautori, quindi ho amato molto Fulminacci e Levante, cui bisogna rendere un onore: è l’unica in mezzo a 30 cantanti ad essersi scritta testo e musica da sola.

Sei una professionista calabrese che oggi vive e lavora a Torino. Ti chiedi mai cosa sarebbe successo se fossi rimasta in Calabria? 

Me lo chiedo spesso, a volte con nostalgia, a volte con senso di colpa, altre con rimpianto. Però anche con gioia, perché il legame con la Calabria non si è mai spezzato. I miei genitori e tanti dei miei migliori amici vivono giù, a Lamezia Terme, e da quando sono mamma e freelance torno per lunghi periodi in estate così da permettere a mia figlia di creare lo stesso legame. Me ne sono andata a 23 anni per frequentare il coso di laurea Specialistica dopo aver studiato all’Unical e mi sono trasferita a Torino, dove poi ho messo radici anche per amore. Ho cominciato a lavorare come giornalista nel 2011 e sempre da collaboratrice, senza conoscere nessuno nelle grandi redazioni di Milano, solo lavorando sodo, weekend compresi, spesso con compensi non meravigliosi, soprattutto all’inizio della carriera. 

Dal punto di vista professionale, pensi che avresti potuto costruire lo stesso percorso rimanendo in Calabria?

Non so se avrei potuto costruire il mio percorso professionale specializzandomi in Costume e Spettacolo, che sono sempre stati la mia vocazione, se fossi rimasta in Calabria e così decentrata da Milano. E pensa che a volte mi sento lontana anni luce anche stando a Torino! Non che abbia rimpianti, lavorare come collaboratrice, soprattutto se si riesce a diventare quotidianista per le testate web o un punto di riferimento per i periodici della carta stampata, per me non è mai stato un piano B. Il mio compromesso è tornare spesso in Calabria, parlare il dialetto con mia figlia, non spezzare mai il legame con le persone con cui sono cresciuta, quando posso scrivere della mia regione su testate di rilevanza nazionale lo faccio sempre volentieri. 

C’è qualcosa della Calabria che senti di aver portato con te, ogni giorno, nel tuo lavoro?

Il mio essere calabrese, persino la mia inflessione e il mio accento, mi connotano e mi definiscono e, di conseguenza, influiscono anche molto su come sono e cosa scrivo. Chi segue il mio lavoro o mi conosce personalmente sa che sono calabrese, è un mio marchio di fabbrica, la prima cosa che notano di me, il dettaglio che più mi caratterizza. Spesso lo uso anche per rompere il ghiaccio nelle interviste, anche con grandi personaggi: una volta la giornalista e scrittrice Barbara Alberti, sentendo il mio accento, mi ha raccontato delle sue vacanze in Calabria, aprendo così le porte a una bellissima conversazione. 

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