Il primo maggio ricorre l’anniversario della nascita di Giovannino Guareschi, figura di spicco nel panorama letterario e giornalistico italiano del Novecento. Nato nel 1908 a Fontanelle di Roccabianca, nella Bassa parmense, Guareschi è noto al grande pubblico principalmente per aver creato i personaggi di don Camillo e Peppone. La sua biografia abbraccia vicende complesse: dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti, dove rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò, all’impegno giornalistico con il Bertoldo e il Candido, fino ai processi giudiziari che lo portarono a scontare una pena detentiva pur di non rinnegare i propri principi. L’opera dello scrittore si distingue per una costante riflessione sulla fede cristiana, la vicinanza alla vita rurale e il primato della coscienza civile, elementi che ne delineano il profilo di un intellettuale controcorrente.
Le origini nella Bassa parmense e gli anni dell’internamento
Il primo maggio del 1908, a Fontanelle di Roccabianca, nel cuore della Bassa parmense, nacque Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi. La Cooperativa Socialista aveva organizzato un comizio per la Festa del Lavoro, e il sindacalista Giovanni Faraboli, amico del padre, mostrò il neonato dalla finestra alla folla radunata sotto casa: «Compagni, oggi è nato un nuovo campione dei socialisti»…sbagliò completamente previsione, ma quel gesto conteneva già, in embrione, il senso dell’intera vicenda guareschiana: un uomo conteso tra parti opposte, che non si sarebbe lasciato possedere da nessuna. Di quello scrittore corpulento, battezzato con un diminutivo di cui avrebbe sempre sorriso, si ricorda soprattutto il Mondo Piccolo: 346 racconti dove il parroco don Camillo e il sindaco comunista Peppone si fronteggiano, litigano, si picchiano e si vogliono bene. Ridurre Guareschi a questo, però, sarebbe un torto. Fu giornalista al Bertoldo e poi al Candido, disegnatore raffinato, internato nei lager nazisti tra il 1943 e il 1945 per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, esperienza che raccontò nel Diario clandestino, uno dei suoi testi più intensi e meno conosciuti. A differenza di altri scrittori passati per i Campi di concentramento, non ne ricavò disperazione, ne trasse, semmai, una convinzione: la vita è una cosa seria, ma vale la pena di scherzarci su.
Il dialogo con Dio e la fede del Mondo Piccolo
La fede attraversa la sua opera con una naturalezza che spiazzò i critici del tempo. Don Camillo parla con il Cristo dell’altare maggiore, gli dà del tu, discute, protesta, si fa correggere, un dialogo che è il cuore teologico dei racconti. Come ha scritto Luigino Bruni su Avvenire, Guareschi «si inventò e ci donò un don Camillo che parlava tutti i giorni con Dio come si parla con un amico», restituendo alla preghiera il tu come pronome autenticamente cristiano.
Era, in fondo, il catechismo dei semplici, quello che i contadini della Bassa potevano capire senza bisogno del latinorum…del resto ci sarà un motivo per cui Giovanni XXIII gli chiese di collaborare alla stesura di un catechismo popolare. Guareschi, tuttavia, declinò, non ritenendosi degno.
Il richiamo di papa Francesco al prete di campagna
Non stupisce che papa Francesco abbia scelto proprio don Camillo come modello di riferimento per i sacerdoti. A Firenze, il 10 novembre 2015, Bergoglio citò le parole del personaggio: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». E aggiunse: «Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto». Un Papa argentino che si riconosce nel pretone padano: guardate quant’è arrivato lontano Guareschi.
La politica, il giornalismo e la condanna al carcere
C’è poi la questione politica, che in Guareschi non fu mai separabile da quella morale. Anticomunista dichiarato, fu altrettanto severo con la Democrazia Cristiana. Nel 1954 venne condannato per diffamazione dopo aver pubblicato sul Candido due lettere attribuite a De Gasperi. Scontò la pena per intero, rifiutando la grazia: unico giornalista della Repubblica a farlo. Fu allora che Indro Montanelli scrisse: «C’è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell’Italia». La rivista Life lo definì «il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa», ma la verità è che nessuna delle due formule gli rende piena giustizia: Guareschi non fu propagandista di nulla, se non del primato della coscienza.
L’attualità del messaggio di fraternità
Oggi, alla vigilia dell’anniversario della sua nascita, il Mondo Piccolo continua a parlare, perché la domanda che attraversa quei racconti resta senza risposta: è possibile riconoscere nell’avversario un fratello? Don Camillo e Peppone rispondevano di sì, ogni volta, senza mai ammetterlo apertamente. Questa è certamente la cosa più utile che Guareschi ha lasciato, la fraternità come pratica quotidiana e ostinata, prima ancora che come ideale da proclamare.













