Giubileo dei detenuti, la Garante Russo a Roma: «La pena resti umana, il carcere misura la qualità della democrazia»

La rappresentante calabrese racconta a cuore aperto il significato umano e istituzionale vissuto nella Basilica di San Pietro, tra dignità della persona, sicurezza, speranza e welfare penitenziario

Un’esperienza intensa, capace di incidere in profondità sul piano umano e istituzionale. Così l’avvocato Russo, Garante dei diritti delle persone private della libertà della Regione Calabria, racconta la sua partecipazione al Giubileo dei detenuti celebrato a Roma, che ha avuto il suo momento centrale nella celebrazione eucaristica presieduta – domenica – da Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, dedicata alle persone detenute, agli operatori penitenziari e a quanti sono impegnati quotidianamente nella tutela della dignità umana dentro e fuori le mura del carcere.

Avvocato Russo, Garante dei diritti dei privati della libertà della regione Calabria, lei ha partecipato al Giubileo dei detenuti a Roma. Che esperienza è stata, sul piano umano e istituzionale?

È stata un’esperienza intensa che porterò per sempre nel mio cuore. Il Giubileo non è solo un evento simbolico intriso di profondo significato cristiano. Va oltre, è il tempo della speranza che si fa Spirito di vita e che ci richiama tutti a riflette sul tema della giustizia e dei diritti umani. Un tempo di riflessione su dignità della persona, perdono, responsabilità e ripartenza.



Portare questi significati dentro il mio ruolo – che quotidianamente si misura con complessità, esposizione, diritti, giustizia, sicurezza e al contempo marginalità, vulnerabilità e riconoscimento della dimensione dell’altro– ha avuto un impatto molto concreto, di discernimento soprattutto. Roma, in questi giorni, ti mette davanti a una domanda essenziale: “che cosa significa davvero non lasciare indietro nessuno?” E mi vengono in mente tre figure: don Pino Puglisi, don Vincenzo Sibilio e la figura del compianto Maurizio D’Ettore.

C’è un momento, un’immagine o una frase che si porta a casa?

Più che una frase, un clima, una mozione: quello dell’ascolto e la dimensione di centrarsi sulle cose che realmente contano nella vita. In mezzo alla folla e alla solennità, ho sentito forte il valore del “guardare” le persone, leggerne gli sguardi, non i numeri perché nessuno è un numero. E quando lavori a contatto con il mondo penitenziario, questo è decisivo: ogni volta che riduci qualcuno a una pratica o a un fascicolo, perdi il senso stesso del diritto.


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Nessuno mai sarà questo perché è impensabile che un garante non lavori per la costruzione di un welfare penitenziario accanto all’Amministrazione e sarebbe ancora più pericoloso non essere attenti all dimensione della polizia penitenziaria quale orpello di Speranza e tutela immediata per la persona detenuta. Solo così realizziamo la svolta in cui crediamo, quella a cui questo Giubileo ci richiama tutti.

Che cosa le ha insegnato il Giubileo, rispetto al tema della detenzione?

Mi ha ricordato che la pena, per essere legittima, deve restare umana. Mi ha confermato che la sicurezza non è secondaria e che con la sicurezza si contengono processi di deriva disumanizzante. Solo costruendo percorsi che riducano la recidiva: salute, istruzione, lavoro, relazioni, legalità. Sono parole note, ma il Giubileo ti impone di rimetterle al centro, senza alibi. Penso a fatti tangibili che abbiamo costruito in questo tempo. Uno su tutti il progetto sui fondi reperiti dall’Assessorato alla formazione e lavoro Calabrese per una legalità dei fatti: dare lavoro per abbattere i tassi di recidiva. Penso da ultimo al percorso dell’educazione sportiva che ha subito intercettato la sensibilità del Presidente del Consiglio regionale.

A Roma ha incontrato anche le colleghe Garanti di altre regioni. Perché è stato importante ed è importante fare rete?

Perché la rete istituzionale delle Garanzie è una forza reale, non un coordinamento formale. Ogni territorio, ogni regione ha problemi specifici, ma riscontriamo criticità comuni. Confrontarsi dal vivo permette di trasformare l’esperienza in metodo: condividere prassi, strumenti, linguaggi, e soprattutto individuare priorità comuni. La rete impedisce l’isolamento e soprattutto ti permette di realizzare la funzione alla quale siamo davvero chiamati. Quando un Garante segnala una criticità, non parla solo “per conto proprio”: contribuisce a un quadro regionale di competenza e nazionale nell’ottica di supporto scientifico. E poi c’è un aspetto pratico: alcune soluzioni funzionano davvero e possono essere replicate. Fare rete significa armonizzare le procedure e ciò che è utile e ridurre eventuali errori già fatti. Lei ha incontrato anche la dottoressa Irma Conti.

Che cosa ha rappresentato questo incontro? Che cosa vi siete dette?

Ero con le colleghe di Abruzzo Monia Scalera, Piemonte Monica Formaiano e Molise Maria Spadafora. È stato un momento di grande valore. La collega Irma Conti è una figura di riferimento nel sistema delle garanzie: per l’esperienza, per l’attenzione ai diritti fondamentali, ma anche per la capacità di tenere insieme fermezza e umanità. L’incontro ha rafforzato un’idea: bisogna costruire nel vero senso della parola. Servono alleanze istituzionali, dialogo con l’amministrazione penitenziaria, con la sanità, con la magistratura, l’avvocatura con il terzo settore. E serve continuità ed equilibrio. Ci siamo dette che i diritti non possono essere “a geometria variabile” a seconda del territorio. E che la credibilità delle istituzioni passa anche da come trattiamo chi è privato della libertà personale. Non si tratta di indulgere: si tratta di rispettare la Costituzione e di rendere la pena realmente rieducativa, perché questo è nell’interesse di tutti, anche della sicurezza collettiva.

Dopo questa esperienza, quali priorità tornano a casa con lei?

Tre, soprattutto. Primo: salute e salute mentale, con percorsi chiari e tempi certi, perché la vulnerabilità sanitaria in carcere è una questione di civiltà e sicurezza Secondo: dignità quotidiana, quindi spazi, igiene, attività trattamentali serie e non progettino spot (in tal senso stiamo già lavorando a livello regionale per una armonizzazione normativa capace di avere una tenuta stabile e soprattutto dare al territorio e alla collettività risposte concrete. Terzo: reinserimento, che in Calabria per quanto ci riguarda non è uno slogan: formazione, lavoro, misure alternative, e una rete esterna pronta ad accogliere da formare per le specifiche competenze del settore e per arginare nei fatti le spinte della criminalità organizzata che sul carcere ha troppi interessi.

Che cosa può fare concretamente una Garante, oltre la denuncia?

Può monitorare, verificare, dialogare, mediare proporre. Può trasformare le segnalazioni in interlocuzioni istituzionali strutturate. Può tenere alta l’attenzione pubblica senza alimentare polemiche sterili. E può costruire ponti: con i vari livelli istituzionali, con i direttori, con la polizia penitenziaria, con la sanità, con iL terzo settore. La tutela dei diritti non è una battaglia contro qualcuno: è un lavoro per un sistema più efficace e più giusto. Il Giubileo porta con sé una parola: speranza. È una parola che può entrare in carcere senza retorica? Sì, se la speranza diventa opportunità concreta. La speranza se si traduce in diritti tangibili diventa giustizia. Serve un’etica penitenziaria per un welfare che sia la casa di vetro che a fatica ma con costanza stiamo costruendo.

Un messaggio finale, dopo Roma?

Che il settore penitenziario deve essere al centro del dibattito pubblico e soprattutto che si dialoghi nel merito delle cose piuttosto che per ideologie, in questo momento storico può essere pericoloso. Chi conosce la dimensione penitenziaria, comprende bene a cosa mi riferisco. Il carcere descrive la qualità della nostra democrazia si vede anche lì: nella capacità di coniugare legalità e umanità, fermezza e dignità, sicurezza e reinserimento. L’incontro con le colleghe e con Irma Conti, le parole di Don Raffaele Grimaldi durante la processione verso la Basilica di San Pietro in Vaticano mi ha confermato che questa strada si può percorrere meglio, insieme. Nessuno indietro mai.

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