Giuseppe Falcomatà lascia Reggio Calabria: «Un decennio di amore totalizzante per la città»

Dall’eredità pesante del padre Italo al passaggio di consegne con il vicesindaco Battaglia: le emozioni di un uomo che ha attraversato il fuoco delle vicende giudiziarie per restituire dignità e speranza allo Stretto
Giuseppe Falcomatà Reggio Calabria

Dodici anni di amministrazione non rappresentano soltanto un dato cronologico, ma un percorso umano e politico che ha segnato profondamente la storia recente di Reggio Calabria. Giuseppe Falcomatà chiude il suo lungo capitolo a Palazzo San Giorgio portando con sé il bagaglio di un’esperienza complessa, maturata tra le difficoltà del dissesto finanziario, l’emergenza pandemica e le note vicende giudiziarie che hanno scandito il ritmo del suo mandato. Al di là della cronaca e delle dinamiche di palazzo, emerge il profilo di un uomo che ha dovuto misurarsi quotidianamente con l’eredità morale e politica del padre Italo, trovando in quel confronto non un limite, ma una chiave di lettura per interpretare la solitudine e la responsabilità del ruolo di primo cittadino. In questo dialogo a cuore aperto, l’ex sindaco ripercorre le tappe di una “era geologica” politica, analizzando senza filtri le ferite del tessuto sociale, le speranze riposte nelle periferie e la transizione verso una nuova fase amministrativa, consegnando alla città non solo un bilancio delle cose fatte, ma una riflessione sulla Reggio di oggi e su quella che verrà.

Seguici su WhatsApp

Dodici anni sono un’era geologica in politica, ma un soffio nella storia di una città. Giuseppe Falcomatà lascia Palazzo San Giorgio non solo come il sindaco più longevo, ma come un uomo che ha attraversato il “fuoco” del dissesto, della pandemia e delle vicende giudiziarie. In questa intervista esclusiva ad Avvenire di Calabria, l’ormai ex primo cittadino toglie per un attimo i panni dell’amministratore per indossare quelli del figlio e del cittadino.

Giuseppe, lei è cresciuto vedendo suo padre indossare quella fascia. Ora che l’ha portata lei per 12 anni, affrontando notti insonni e scelte difficili, sente di aver “capito” suo padre in un modo nuovo? C’è un aspetto della sua fatica o della sua solitudine di Sindaco che, da figlio, non aveva colto e che oggi invece le è chiaro?

Sono stati 12 anni intensi, sotto tutti gli aspetti. Non solo sul piano istituzionale, nella dimensione pubblica, ma anche per la mia maturazione personale. Quando mio padre è scomparso io ero ragazzo, non avevo gli strumenti per comprendere realmente fino in fondo cosa rappresentasse fuori dalle mura di casa. Quando è venuto a mancare ho avuto un senso di repulsione nei confronti dell’impegno politico, quasi come se volessi dargli la colpa di avermelo portato via. Poi invece un innamoramento, graduale ed inesorabile, quasi una vocazione, fino all’amore totalizzante per questa splendida esperienza che ho vissuto e che adesso prosegue con il mio nuovo impegno regionale. A quasi 25 anni dalla sua scomparsa lo sento ancora forte, dentro ed intorno a me. E negli ultimi 12 ho capito tante più cose di lui, vivendo situazioni forse non esattamente identiche, ma probabilmente simili. Ho capito cosa significa indossare la fascia tricolore, andare a letto pensando alla propria città come fosse la propria famiglia, un’enorme famiglia con i problemi, le ansie, le paure, i litigi e le aspettative di tutte le famiglie. E poi alzarsi ogni giorno con la volontà e la responsabilità di fare un passetto ancora in avanti, giorno dopo giorno, un metro in più. Questa sensazione ha generato un’ulteriore connessione con la storia di mio padre e della mia famiglia. Sono cresciuto vedendolo indossare quella fascia, poi ho avuto l’onore di indossarla a mia volta, per un tempo anche più lungo di quello che a lui è stato concesso. Ed oggi posso affermare con certezza che la porterò cucita addosso per sempre, esattamente come lui.

Lei ha citato Montale parlando del “vuoto ad ogni gradino”. In questi 12 anni Reggio ha vissuto un vuoto amministrativo e politico, mi riferisco al periodo della sua sospensione. Riguardando indietro, c’è un momento in cui ha pensato che il “prezzo” personale e politico pagato dalla città fosse troppo alto?

Si sono convinto che il prezzo pagato sia stato troppo alto, non per me ma per la nostra Reggio. La mia assoluzione definitiva ha ristabilito la verità, ma non ha potuto restituire il tempo sottratto a me stesso e alla città. È un dibattito ormai ampio, che riguarda la responsabilità degli amministratori, in particolare dei sindaci. C’è bisogno di una riforma che tuteli di più chi assume questa responsabilità, altrimenti saranno sempre di meno a volerlo fare ed i migliori se ne terranno sempre alla larga. Sentire “il vuoto ad ogni gradino” significa combattere contro le insidie quotidiane di chi amministra. Il timore di scivolare esiste, ma la passione e la determinazione nel mio caso, e credo valga per tutti i sindaci, aiuta a superarlo sempre.

Lei augura a Reggio di “essere felice”. La felicità sociale si misura sulla qualità della vita degli ultimi. Arghillà, Ciccarello, e le tante periferie non solo geografiche: qual è il rimpianto più grande che si porta dietro rispetto alle povertà e alle emergenze abitative che ancora mordono il nostro tessuto sociale?

I problemi non sono tutti risolti, senza dubbio. Reggio ha vissuto in questi anni una complicatissima transizione. Siamo partiti dal baratro, abbiamo scalato una montagna. Siamo arrivati in cima ma la strada non è ancora in discesa. Ci sono tante fragilità da affrontare, tante emergenze, tante difficoltà. Ed è un problema comune a tante grandi città italiane ed europee. La sofferenza esiste, noi abbiamo cercato in questi anni di affondarci le mani e di dare un aiuto, in tanti modi differenti. Ci sono problemi che hanno bisogno di soluzioni a lungo termine e serve la collaborazione di tutte le istituzioni. Nei casi che lei ha citato abbiamo ottenuto dei risultati, ancora non definitivi certamente, ma abbiamo posto le basi per delle soluzioni di lungo periodo. Il mio auspicio è che si continui su questa strada e che la comunità, tutta, collabori e si riappropri del proprio futuro. E del diritto alla propria felicità, che è quello in cui credo di più.

La sua decadenza apre le porte a una fase di transizione guidata dal vicesindaco Battaglia, in attesa del voto. Che consiglio si sente di dare, non da politico ma da reggino, a chi dovrà traghettare la città verso le urne?

Mimmo Battaglia non ha bisogno dei miei consigli. È una persona che stimo, equilibrata, determinata, capace, onesta e competente. La sua storia parla per lui. Ci unisce l’amore per questa terra, che ha sempre guidato ogni nostra scelta. E questo serve da bussola, di fronte ad ogni scelta. Lascio la città in mani solidissime e con una squadra che saprà completare questo percorso, puntando sulla continuità anche nel prossimo, anzi nei prossimi mandati. Il nuovo corso avviato deve continuare, indietro non si torna più. Io continuerò ad esserci, non da sindaco certamente, ma da rappresentante delle istituzioni innamorato di questa terra, geneticamente connesso alla comunità reggina. Sono qui, sono a disposizione per continuare a dare una mano quando sarà necessario, rispettando le prerogative di una coalizione che in questi dodici anni ha superato sfide enormi ed ha sempre tenuto la barra dritta, pur nelle difficoltà, e che ha tutte le carte in regola per continuare a farlo.

Se dovesse descrivere la Reggio che ha trovato 12 anni fa e la Reggio che lascia oggi con un solo aggettivo per ciascuna, quali sceglierebbe?

Reggio 12 anni fa era una città inerme, depressa, violentata e disillusa. Quando ci siamo insediati persino i lampadari di Palazzo San Giorgio erano pignorati, ogni giorno a piazza Italia stazionavano centinaia di persone chiedendo i loro diritti, i quartieri erano vuoti, abbandonati, bui. Abbiamo fatto la scelta di caricarci questo peso e lo abbiamo trasportato sulle spalle per più di un decennio. Ne siamo usciti, abbiamo invertito la rotta ed oggi lasciamo una città completamente trasformata, non solo nel suo volto esterno (perché non esiste un quartiere, una contrada, un borgo della città, che non sia stato interessato da un lavoro, da un’infrastruttura, da un nuovo servizio), ma soprattutto nel sentire comune. Oggi Reggio è una città viva e vitale, rinfrancata, consapevole, protesa verso aspettative più alte. Abbiamo stimolato l’orgoglio, l’appartenenza, l’identità di questa comunità, rendendola più ambiziosa. Oggi i cittadini sanno che Reggio può crescere, perché in questi anni lo ha fatto. E vogliono continuare a farlo. Non sarà semplice, come non lo è stato fino ad oggi, ma insieme continueremo a provarci. I reggini sanno che la strada è ancora lunga, noi continueremo a percorrerla con la stessa umiltà, con la stessa determinazione, con la stessa volontà di servire che ci ha guidato fino ad oggi.

Articoli Correlati
Rubriche
Famiglia

Spazio Genitori

di Gianni Trudu

Società
Immagine in evidenza categoria Dottrina sociale

Appunti di dottrina sociale

di Domenico Marino

Cultura

Il libro della settimana

di Mimmo Nunnari

Storia
Immagine in evidenza categoria dagli Archivi

Dagli archivi

di Renato Laganà

Articoli Correlati
Aula G
Nuove regole per la maturtià e materie esame di stato

Conto alla rovescia per la maturità: rese note le materie dell'esame di Stato con nuove regole e un orale rinnovato

Giornata mondiale della scrittura a mano

La Giornata mondiale della scrittura a mano: celebrare il tratto umano nell'epoca del digitale

Moltbook

Moltbook, il social network dove postano solo le intelligenze artificiali e gli umani possono soltanto osservare

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi ogni giorno le notizie più importanti dalla Chiesa calabrese direttamente nella tua casella email