In occasione del quinto anniversario della morte del magistrato Giuseppe “Peppino” Viola, figura centrale nel cammino che ha portato a riaprire e rilanciare la causa di mons. Giuseppe Cognata, pubblichiamo l’intervista a don Pierluigi Cameroni, postulatore salesiano. Tra ricerche d’archivio, passaggi decisivi vissuti quasi come “segni” e una tenace passione per la verità, emerge il profilo di un laico che ha saputo mettere competenza e fede al servizio della giustizia e della riparazione. E, sullo sfondo, l’attualità della testimonianza di Cognata per la Calabria di oggi, soprattutto sul terreno dell’educazione delle nuove generazioni.
Quando e come ha incrociato la figura di Giuseppe Viola nel cammino su mons. Cognata?
Conobbi il dottor Viola nel momento in cui gli venne affidato dalle Salesiane Oblate del Sacro Cuore l’impegno di riaprire la Causa di Mons. Giuseppe Cognata. Era un momento particolarmente difficile, dopo il provvedimento vaticano di interrompere ogni tentativo di avviare il Processo di Beatificazione. Il Dott. Viola, dovendo fare diverse ricerche di archivio, venne nella nostra casa generalizia, allora situata a Roma in via della Pisana, per consultare i documenti necessari alla redazione dell’Istanza volta alla revisione della vicenda Mons. Giuseppe Cognata. Si trattava di un lavoro elaborato da un Gruppo di Giuristi cattolici guidati dal Dott. Viola, da proporre all’esame e alla valutazione del Santo Padre Francesco, mirato ad ottenere, con la dimostrata certezza dell’innocenza di Mons. Cognata, l’annullamento dell’ingiusta sentenza di condanna e aprire così la porta alla Causa di Beatificazione.
Che cosa l’ha colpita di più del suo impegno?
Dal 2015, dovendo accompagnare prima le ricerche archivistiche e successivamente i vari passaggi perché l’istanza venisse studiata e accolta, la frequentazione del dott. Viola ha fatto sì che nascesse e crescesse una profonda amicizia, che ha segnato la mia vita. Ho potuto apprezzare non solo la sua competenza professionale in campo giuridico, la sua capacità argomentativa e dimostrativa, ma sperimentare la passione con cui egli cercava e difendeva la verità, evidenziando l’imparzialità di chi è chiamato a giudicare, la certezza assoluta delle prove quale condizione irrinunziabile di ogni pronuncia di condanna, il diritto alla difesa e alla riparazione effettiva e completa nell’ipotesi di sanzione ingiustamente applicata, come avvenne per Mons. Cognata.
Che cosa significa – anche spiritualmente – che una riabilitazione passi attraverso l’opera di un laico “operatore di giustizia”?
Significa incarnare la vocazione di testimoniare la fede all’interno delle strutture secolari del diritto e dell’amministrazione della giustizia. Non si tratta solo di esercitare una professione tecnica con competenza e professionalità, ma di farlo con una prospettiva ispirata ai valori evangelici di verità, equità e misericordia. Il Dott. Viola, da giurista cattolico, è stato capace di garantire la dignità di ogni persona, anche la più fragile, cercando di coniugare il diritto con la giustizia riparativa.
C’è un episodio, un passaggio, una lettera o una decisione in cui ha capito: senza Viola non saremmo arrivati fin qui?
Certamente ci sono stati dei segni che la via intrapresa era quella giusta: dal “sogno” in forza del quale il Dott. Viola accettò di accompagnare la “Vicenda Cognata”, all’incontro a sorpresa con papa Francesco il giorno in cui consegnammo l’Istanza, al fatto di aver ricevuto il consenso direttamente da Papa Francesco all’apertura della Causa di Beatificazione e la celebrazione dell’Inchiesta diocesana in tempo di Covid.
Che cosa ha significato, operativamente, “fare verità” su un caso così datato?
Il messaggio è quello di non scendere a compromessi con la menzogna e a perseguire con tenacia la ricerca della verità. Si tratta di vivere nella verità in modo indipendente dal potere, puntando sulla responsabilità personale e sulla coerenza. In tale luce merita ricordare il ruolo svolto da tutti coloro che in diversi tempi e modi hanno reso possibile questo straordinario evento. Mi piace ricordare in particolare don Luigi Castano, autore del celebre “Il calvario di un vescovo”, che disse con parole profetiche: “Voglia Dio che la dolce dolente figura di questo insigne figlio di San Giovanni Bosco trovi la giusta e meritata collocazione tra coloro che hanno seguito Cristo fino alla Croce”.
Che cosa dice Mons. Cognata alla Calabria di oggi?
Una sfida che rende attuale la testimonianza di Mons. Cognata è l’impegno nell’educazione delle nuove generazioni nella convinzione che vivere nella verità non è qualcosa di superato e promuoverla non è uno sforzo vano. Il futuro dell’umanità si trova anche nel rapporto dei bambini e dei giovani con la verità: la verità sull’uomo, la verità sul creato, la verità sulle istituzioni, e così via. Oltre all’educazione alla rettitudine del cuore e della mente, i giovani hanno pure bisogno, oggi più che mai, di essere educati al senso dello sforzo e della perseveranza nelle difficoltà. E questo credo che valga anche per la terra calabrese che Mons. Cognata amò e servì con passione apostolica ed educativa, da vero figlio di don Bosco.













