Ai Overview: Nel ventottesimo anniversario della firma dello Statuto di Roma, la Corte penale internazionale attraversa una complessa fase di crisi, segnata da tensioni internazionali e procedimenti interni inediti. L’amministrazione statunitense ha imposto severe sanzioni economiche contro i giudici in risposta ai mandati di arresto per i leader israeliani e alle indagini su presunti crimini in Afghanistan, spingendo tre magistrati a fare ricorso al tribunale federale di Manhattan. Sul fronte interno, la Corte affronta la sospensione del procuratore capo Karim Khan, indagato per presunta condotta inappropriata. Nonostante queste turbolenze, il deferimento dell’Italia per la mancata consegna di un sospettato e l’annunciato ritiro di tre Paesi del Sahel, le attività giudiziarie proseguono. I procedimenti includono la conferma delle accuse contro l’ex presidente filippino Duterte, il caso a carico del libico Khaled El Hishri per crimini commessi nel carcere di Mitiga e l’adozione di nuove linee guida per il riconoscimento dei danni ecologici gravi.
Le sanzioni statunitensi e il ricorso dei giudici
Tre giudici della Corte penale internazionale non possono più usare una carta di credito, accedere a un conto corrente, prenotare un volo: le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump – dopo i mandati di arresto della CPI per il premier israeliano Netanyahu e le indagini su presunti crimini americani in Afghanistan – hanno colpito almeno undici funzionari della Corte. Tre giudici, il 25 giugno, hanno citato in giudizio Washington al tribunale federale di Manhattan, definendo le sanzioni equivalenti a «una condanna a morte finanziaria».
I ventotto anni dello Statuto e la crisi interna all’Aia
Oggi lo Statuto di Roma compie ventotto anni, la Corte nata nel 1998 alla sede della FAO arriva a questo anniversario nelle condizioni più difficili della sua storia: il 2 luglio il ministro della Giustizia ad interim degli Stati Uniti ha scritto alla presidente Tomoko Akane per ribadire che qualsiasi tentativo di giurisdizione su cittadini americani sarà considerato «un affronto diretto» alla sovranità statunitense. All’offensiva esterna si aggiunge una crisi interna senza precedenti: l’8 giugno il procuratore capo Karim Khan è stato sospeso – primo caso nella storia della Corte – dopo un’indagine delle Nazioni Unite per presunta condotta inappropriata con una collaboratrice. Khan he negato ogni addebito. L’Italia, il Paese che ha dato il nome allo Statuto, è stata deferita all’Assemblea degli Stati Parte per la mancata consegna del libico Osama Elmasry Njeem, arrestato a Torino nel gennaio 2025 su mandato della CPI per crimini nel carcere di Mitiga a Tripoli, fu rilasciato e rimpatriato con volo di Stato. La Camera preliminare ha giudicato l’inadempienza intenzionale, se ne discuterà all’Assemblea di New York in ottobre.
I procedimenti in corso: dal carcere di Mitiga alle Filippine
Il carcere di Mitiga è al centro anche del caso più rilevante di questi mesi, si tratta del caso di Khaled El Hishri, primo libico davanti alla CPI dopo quindici anni di indagini, è accusato di diciassette capi d’imputazione: tortura, stupro, riduzione in schiavitù, omicidio di detenuti, molti dei quali migranti subsahariani intercettati in mare e riconsegnati alla Libia con il sostegno europeo, sessantaquattro vittime sono state ammesse al procedimento. La decisione sulla conferma delle accuse è attesa intorno al 20 luglio. In aprile sono state confermate all’unanimità anche le accuse contro l’ex presidente filippino Rodrigo Duterte per le uccisioni extragiudiziali della guerra alla droga: il processo si aprirà il 30 novembre.
Il ritiro dell’Alleanza del Sahel e l’introduzione dell’ecocidio
L’universalità della Corte intanto si assottiglia: l’Ungheria del nuovo premier Péter Magyar ha ritirato in extremis la notifica di uscita avviata dal governo Orbán. Ma tra giugno e luglio Niger, Burkina Faso e Mali – giunte militari riunite nell’Alleanza del Sahel – hanno notificato il proprio ritiro, accusando la CPI di essere «uno strumento di repressione neocoloniale». Se le uscite diverranno effettive, milioni di vittime di conflitti armati perderanno l’accesso all’unico tribunale penale permanente. Sul fronte ambientale, la Procura ha adottato una policy che per la prima volta inquadra i danni ecologici gravi come crimini perseguibili: un primo passo verso il riconoscimento dell’ecocidio.
La Corte è contestata, indebolita, abbandonata da chi la accusa di parzialità, ma per i sopravvissuti di Mitiga, per i familiari delle vittime a Manila, per chi subisce i conflitti nel Sahel, resta l’ultimo luogo dove chiedere conto.













