«Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto, né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute»
Come educare a scuola senza medicalizzare? Partendo dal principio “food first”, Cristina Calogero, docente di scienze motorie, ci guida tra evidenze scientifiche e buone pratiche su integratori, giovani e prevenzione.
Partiamo dalle basi: che cosa si intende davvero per “integratore alimentare” e in cosa si differenzia da un farmaco?
Un integratore è un prodotto pensato per compensare carenze nutrizionali specifiche, che possono comparire in momenti particolari della vita, come gravidanza, allattamento, in età avanzata o in periodi di stress fisico e mentale. Si presenta in varie forme — capsule, compresse, polveri o liquidi — e può essere un valido supporto, ma non sostituisce una dieta equilibrata né garantisce la salute.
Anche se può contribuire a sostenere alcune funzioni fisiologiche, l’integratore non è una terapia. Questo è il compito dei farmaci, il cui scopo è curare o prevenire malattie. A differenza degli integratori, i farmaci sono sottoposti a regolamentazioni molto più severe, devono dimostrare efficacia e sicurezza attraverso studi clinici e vengono prescritti per trattare condizioni specifiche. Agiscono in modo diretto sull’organismo e richiedono sempre una gestione attenta da parte di un professionista sanitario.
Oggi gli integratori sono facilmente reperibili — al supermercato, online, in palestra — e proprio questa accessibilità ha portato molti, soprattutto giovani, ad assumerli senza consultare un medico o un nutrizionista, nella convinzione che possano migliorare le prestazioni fisiche o mentali. Si tratta però di un approccio rischioso: alcune sostanze, in particolare quelle di origine vegetale, possono interagire con i farmaci, riducendone l’efficacia o aumentandone la tossicità, come nel caso degli anticoagulanti.
È importante ricordare che il corpo non ha bisogno di “prodotti” per funzionare bene, ma di rispetto, costanza e scelte consapevoli. Gli integratori vanno utilizzati con criterio, e non per seguire una moda o emulare qualcuno sui social.
Dormire a sufficienza, mangiare in modo sano, praticare regolarmente attività fisica e ascoltare il proprio corpo rappresentano le vere fondamenta del benessere. L’integratore ha senso quando esiste un bisogno reale, da identificare insieme a un professionista competente.
Se utilizzati in modo consapevole e nel contesto giusto, gli integratori possono rappresentare un valido supporto al benessere, ma non devono mai essere considerati un’alternativa ai farmaci o a uno stile di vita sano.

Qual è il principio del “food first”: quando l’alimentazione equilibrata basta e quando invece può avere senso integrare?
Credo fermamente nel principio del “food first”, ovvero “prima il cibo”. È un messaggio che cerco sempre di trasmettere: prima di pensare a pillole, polveri o integratori, dovremmo chiederci se ci stiamo davvero alimentando in modo equilibrato e se ci stiamo prendendo cura di noi stessi nel modo più semplice e naturale.
Il nostro corpo è progettato per funzionare al meglio grazie ai nutrienti presenti in una dieta varia e completa: frutta, verdura, cereali integrali, acqua, proteine, grassi buoni. Se l’alimentazione è colorata, bilanciata e regolare, nella maggior parte dei casi non c’è bisogno di alcuna integrazione.
Prendiamo ad esempio la vitamina C: assumerla da un’arancia non è la stessa cosa che prenderla in una compressa. Nel frutto troviamo anche fibre, acqua, flavonoidi e altri composti bioattivi che favoriscono l’assorbimento e offrono benefici aggiuntivi. Questo tipo di “sinergia naturale” non si può replicare in laboratorio.
Il problema è che, oggi, l’integratore viene spesso vissuto come una scorciatoia. Ma se dormo poco, salto i pasti, bevo poca acqua o mi muovo poco, nessun integratore potrà compensare davvero quello squilibrio. È un po’ come mettere intonaco in una casa che ha le fondamenta instabili.
Ci sono certamente situazioni in cui integrare può avere senso, ma devono essere specifiche e ben motivate: carenze documentate, come ferro, vitamina D o vitamina B12; aumentato fabbisogno, per esempio elettroliti in estate o proteine durante una fase di recupero muscolare; diete restrittive, come nel caso di vegetariani stretti, vegani o persone con intolleranze alimentari.
In questi casi, l’integrazione può essere utile, ma va sempre gestita con criterio e, quando possibile, con il supporto di un medico o di un professionista qualificato.
Non vorrei che passasse il messaggio che “manca sempre qualcosa” da aggiungere. Spesso, più che integrare, serve togliere confusione, migliorare le abitudini e imparare ad ascoltare il proprio corpo.
“Food first” significa anche questo: fidarsi del corpo, educarsi a riconoscere i segnali, e sapere che, nella maggior parte dei casi, abbiamo già tutto ciò che ci serve — a patto di metterlo nel piatto e nella nostra routine quotidiana.
Probiotici, collagene, multivitaminici: che cosa dice la letteratura sull’efficacia per sport e benessere generale?
Tra le classi di integratori ammessi sul mercato ci sono i probiotici, che supportano l’equilibrio del microbiota intestinale. La letteratura scientifica evidenzia benefici promettenti ma variabili: i probiotici possono migliorare la salute intestinale e il recupero muscolare; il collagene favorisce la salute delle articolazioni e la rigenerazione dei tessuti; mentre i multivitaminici risultano utili in caso di carenze, ma non apportano benefici aggiuntivi agli atleti con un’alimentazione completa. L’efficacia di ciascun integratore dipende da fattori individuali e dalla qualità delle evidenze, suggerendo un approccio personalizzato.
L’esercizio fisico influenza significativamente la composizione del microbiota intestinale. I probiotici, definiti come “batteri buoni”, se assunti in quantità adeguata, migliorano la salute intestinale e sono particolarmente rilevanti per l’attività fisica, poiché l’intestino, considerato il “secondo cervello”, è coinvolto nella digestione, nell’immunità, nell’energia e nello stato mentale. Usati correttamente, rappresentano un supporto concreto per salute e performance.
Negli ultimi anni il collagene è diventato popolare nel mondo dello sport e del benessere. Questa proteina conferisce struttura alla pelle, rendendola elastica e resistente, ed è fondamentale per tendini, legamenti e articolazioni. A partire dai 25-30 anni la sua produzione diminuisce naturalmente. Alcuni studi indicano che l’integrazione di collagene, soprattutto se associata ad esercizi mirati, può ridurre dolori articolari e migliorare il recupero da infortuni. Tuttavia, non è una soluzione immediata: richiede costanza e l’abbinamento con il movimento giusto.
I multivitaminici sono utili principalmente in caso di carenze vitaminiche o minerali, mentre in chi segue una dieta varia ed equilibrata spesso non migliorano significativamente le prestazioni. Anzi, un eccesso di alcune vitamine o antiossidanti può interferire con i naturali processi di adattamento allo sport.
L’efficacia degli integratori come probiotici, collagene o multivitaminici non è assoluta, ma dipende da fattori individuali come dieta, stile di vita, stato di salute e obiettivi specifici. La letteratura scientifica supporta il loro uso in contesti mirati, ma sottolinea anche l’importanza di una valutazione personalizzata e il supporto di professionisti qualificati.
Giovani e integratori: che cosa vedi a scuola o in palestra tra adolescenti?
Quali linee guida di prudenza dare a genitori e allenatori?
Sempre più adolescenti si avvicinano al mondo del fitness e dello sport con entusiasmo, il che è positivo, ma spesso sono influenzati da messaggi fuorvianti provenienti dai social media. Vedo ragazzi tra i 14 e i 17 anni che iniziano a usare proteine in polvere, creatina o pre-workout, magari perché li consiglia un influencer o un compagno più grande in palestra, spesso senza una guida professionale o un reale bisogno fisiologico.
Il rischio è sottovalutare l’impatto che questi prodotti possono avere su un corpo in crescita. Un conto è un integratore di vitamina D prescritto dal pediatra, un altro è assumere creatina o stimolanti senza conoscerne gli effetti. Possono infatti causare problemi renali, epatici o cardiovascolari, soprattutto se presi in dosi elevate o abbinati a una dieta sbilanciata. Anche se spesso considerati “naturali” o “sicuri”, molti integratori possono modificare l’effetto dei farmaci, aumentandone la tossicità o alterandone l’efficacia.
Genitori e allenatori devono affidarsi a specialisti competenti e sottoporre i ragazzi a controlli medici periodici per valutare lo stato nutrizionale e identificare eventuali carenze di macro o micronutrienti. Solo in presenza di tali carenze è indicata la prescrizione di integratori. È importante rivolgersi al pediatra o al nutrizionista per una valutazione clinica prima di iniziare qualsiasi integrazione.
In sintesi, il messaggio è chiaro: prima di pensare agli integratori, è fondamentale puntare su un’alimentazione equilibrata, un sonno regolare e allenamenti corretti. Gli integratori possono rappresentare un supporto aggiuntivo, ma solo se usati con criterio e per esigenze reali, non come scorciatoie.
Come docente, consiglio sempre di non credere a tutto ciò che si vede pubblicizzato senza informarsi. La scienza insegna che nessun prodotto può sostituire uno stile di vita sano e consapevole.
Etichette e marketing: tre campanelli d’allarme per riconoscere claim esagerati o fuorvianti.
Nel mondo del marketing, etichette e slogan attirano tantissimo, ma spesso esagerano o sono fuorvianti. Ecco tre segnali a cui fare attenzione: Claim vaghi;
frasi tipo “100% naturale” o “rinforza il sistema immunitario” suonano bene, ma spesso non sono dimostrabili o hanno significati vaghi. Meglio cercare certificazioni vere, come il logo biologico. “Senza” usato per distrarti
“Senza zuccheri aggiunti” o “senza glutine” possono far sembrare un prodotto più sano, ma magari nascondono tanto zucchero naturale o grassi. Leggi sempre l’etichetta completa. Scienza poco chiara
Parole come “clinicamente testato” o “raccomandato da esperti” sono spesso generiche e non spiegano chi ha fatto cosa. Diffida se non ci sono fonti certe.
I tre campanelli d’allarme da tenere in mente: Promesse miracolose in pochi giorni? Il corpo non funziona così, i cambiamenti veri richiedono tempo. Parole come “detox” o “effetto drenante” spesso non significano nulla di concreto. Foto di influencer super tonici o “prima e dopo” non raccontano tutta la storia: dieta, allenamento e filtri fanno la differenza.
Il consiglio:
Leggi sempre le etichette come se fossero un contratto. Informati bene, fai domande e ricorda che nessun integratore o prodotto può sostituire una dieta equilibrata e un allenamento fatto con testa. Fidati più del buon senso che delle promesse roboanti.
Sonno, stress e recupero: quanto “rendono” rispetto a qualsiasi integratore? Hai qualche indicatore pratico per capire se il problema non è nutrizionale ma di stile di vita?
Sembra che per ogni stanchezza o calo di energia serva una bustina, una pillola, una polvere. Ma spesso il vero problema non è ‘cosa manca nella dieta’, ma cosa manca nello stile di vita.”
“Il sonno, ad esempio, è il primo integratore naturale che abbiamo. È gratis, ma potentissimo: migliora la memoria, la concentrazione, l’umore, il recupero muscolare, l’equilibrio ormonale. Se dormi male o poco, puoi mangiare in modo impeccabile e prendere tutti gli integratori del mondo… ma non funzioneranno come dovrebbero.”
“Lo stesso vale per lo stress: se sei sempre sotto pressione, con la testa piena e il corpo in tensione, il tuo sistema nervoso sarà in allerta continua rallentando i tempi di recupero, aumentando il rischio di infortuni, e riducendo i livelli di energia. Il corpo non distingue tra stress emotivo e stress fisico: li somma.”
“Poi c’è il recupero: spesso si pensa che il miglioramento arrivi solo con l’allenamento duro, ma in realtà è nel recupero che cresci, ti adatti, migliori. Allenarti troppo, senza pause o un sonno ristoratore è come continuare a scrivere su una lavagna già piena: non c’è più spazio.”
Il consiglio pratico per chi sospetta di avere un problema legato allo stile di vita è farsi un piccolo check, anche solo mentale. Tre domande semplici: dormo bene e mi sveglio riposato almeno 5 giorni su 7? ho momenti della giornata in cui mi rilasso veramente, senza stimoli continui? quando mi alleno o lavoro molto, mi concedo il tempo di recuperare?
Se la risposta è “no” a due o più di queste, allora non serve un integratore: serve un cambio di ritmo.
In realtà, sonno, stress e recupero sono i pilastri non negoziabili della salute e della performance, e la loro influenza è largamente superiore rispetto a quella della maggior parte degli integratori.
Anche la dieta migliore, se si dorme male e si vive sotto stress, non viene assimilata né utilizzata bene. Il corpo non è una macchina a nutrienti. È un sistema che si autoripara, ma solo se ha tempo, silenzio e riposo per farlo.
“In sintesi: dormi bene, respira, ascoltati. Se fai questo prima di pensare a cosa integrare, ti accorgerai che spesso non manca nulla da aggiungere — ma qualcosa da sistemare. Solo dopo, eventualmente, ha senso parlare di integratori. Ma prima… il corpo va rispettato, non potenziato a forza.
La maggior parte delle persone cerca la soluzione nel posto sbagliato. È molto più facile comprare una pillola o una polvere che cambiare stile di vita. Ma senza un sonno rigenerante, senza momenti di decompressione dallo stress e senza rispettare i tempi di recupero, qualunque integratore è come versare acqua in un secchio bucato.
Le carenze nutrizionali vere e proprie sono meno frequenti di quanto si pensi, spesso il problema è a monte. Se mangia bene ma dorme male, è stressato, non recupera, sarà comunque stanco, gonfio, lento… e penserà che “manca qualcosa”, quando in realtà manca equilibrio.
Qual è l’errore più comune che incontri quando le persone iniziano a usare integratori?
L’errore più comune che vedo con gli integratori è pensare che possano risolvere i problemi da soli. Spesso vengono considerati una soluzione attiva, quando in realtà dovrebbero essere un supporto passivo. È un po’ come avere una gomma bucata e cercare di gonfiarla ogni giorno invece di cambiarla.
Gli integratori vanno utilizzati come completamento, non come sostituto, e solo dopo aver fatto tre cose fondamentali: una valutazione oggettiva dello stile di vita, che include sonno, stress, allenamento e alimentazione; gli esami del sangue, nel caso si sospettino carenze specifiche; aver sistemato le basi: ritmi quotidiani, alimentazione e idratazione.
Solo a questo punto un’integrazione mirata può fare davvero la differenza e risultare efficace.
Un esempio classico è chi prende magnesio, melatonina o vitamine “per dormire meglio”, senza aver migliorato prima le proprie abitudini: spesso si sveglia intontito o con problemi digestivi. Oppure chi fa uso di stimolanti come caffeina o ginseng, ma continua a dormire solo 5 ore a notte.
Gli integratori non sono caramelle: hanno dosi precise, possono interagire tra loro e devono essere contestualizzati nel quadro dello stile di vita complessivo.
Il sonno è il nostro integratore naturale più potente: migliora memoria, concentrazione, umore, recupero muscolare ed equilibrio ormonale. Se dormiamo poco o male, anche la dieta perfetta e gli integratori più efficaci avranno un impatto limitato.
Infine, sonno, stress e recupero sono pilastri fondamentali per la salute e la performance, spesso più importanti di qualsiasi integrazione.
In che modo un/una docente di Scienze Motorie può fare prevenzione e alfabetizzazione nutrizionale nelle scuole senza “medicalizzare” gli studenti?
Il docente di Scienze Motorie ricopre un ruolo chiave nella prevenzione e nell’educazione al benessere, inclusa l’alfabetizzazione nutrizionale, proprio perché può farlo senza “medicalizzare” gli studenti. La forza educativa di questa disciplina sta infatti nella sua capacità di promuovere uno stile di vita sano, equilibrato e sostenibile, mantenendo sempre il focus sul benessere globale della persona.
Il docente non è – e non deve essere – un nutrizionista: non spetta a lui prescrivere diete, parlare di calorie o proporre restrizioni. Il suo compito è educare al movimento e, attraverso il movimento, aiutare gli studenti a costruire una relazione positiva, consapevole e non giudicante con il proprio corpo.
Quando affronto il tema dell’alimentazione in classe, parto sempre dall’esperienza diretta e quotidiana. Mi piace porre domande che stimolino la riflessione: Come ci sentiamo quando ci muoviamo? Cosa succede se saltiamo la colazione? In che modo possiamo recuperare al meglio dopo uno sforzo fisico? In questo modo, l’alimentazione non è un argomento astratto o teorico, ma qualcosa che si vive, si sente e si comprende nella pratica.
Scelgo un linguaggio semplice, accessibile e vicino alla loro realtà, evitando tecnicismi o messaggi restrittivi del tipo “questo si può, questo no”. Parlo del cibo come carburante, come energia al servizio del benessere quotidiano – a scuola, nello sport, nella vita. Porto esempi concreti: cosa mangiare prima di un allenamento, come idratarsi correttamente, come gestire la fame durante la giornata.
Un aspetto per me fondamentale è evitare qualsiasi giudizio legato all’aspetto fisico. Non esiste un “fisico giusto”: esiste un corpo che funziona bene quando viene ascoltato, rispettato e sostenuto con sonno, movimento, alimentazione, respirazione e riposo.
Il mio ruolo, in fondo, è piantare piccoli semi: stimolare negli studenti curiosità, consapevolezza e senso critico. Non devono diventare esperti di nutrizione, ma imparare a farsi le domande giuste. Da lì nasce un percorso di crescita che li accompagnerà ben oltre le ore di lezione.
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Aspetti etici e valoriali: come custodire il corpo con responsabilità, evitando scorciatoie e dipendenze da prodotti?
Viviamo in un’epoca in cui le scorciatoie sembrano spesso più allettanti della strada autentica: pillole, integratori, allenamenti “miracolosi”, corpi “perfetti” sui social. Ma educare significa anche avere il coraggio di dire, con onestà, che non tutto ciò che promette risultati è davvero sano o necessario.
Il corpo non è un progetto da “perfezionare” a tutti i costi, ma un compagno di viaggio da custodire con pazienza, rispetto e consapevolezza. Questo è il messaggio che cerco di trasmettere ai miei studenti.
L’educazione fisica è anche educazione al limite: comprendere che la fatica ha un senso, che il miglioramento richiede tempo e che la salute non si compra, si costruisce.
In classe parliamo molto di autonomia: allenarsi perché si ha un obiettivo personale, non per conformarsi a modelli estetici; mangiare per sentirsi forti e concentrati, non per raggiungere un numero sulla bilancia. E soprattutto, evitare di diventare dipendenti da qualsiasi cosa prometta risultati facili e veloci. Allenare il corpo, certo, ma anche il pensiero critico.
Custodire il corpo significa dare valore al riposo, al cibo vero, al movimento regolare. Significa anche saper dire di no alle scorciatoie che non rispettano né il corpo né la mente. Il corpo non è una macchina da spremere, ma la casa in cui vivremo tutta la vita — e merita di essere trattato con dignità.
Potrei concludere citando una frase di Ippocrate, che ricordavo anche nella mia tesi di laurea:
“Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto, né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute”.










