I quaderni di Marie Curie e il sacrificio estremo: indagare i misteri dell’invisibile

Mariecurie Wikicommons

Ai Overview: A oltre novant’anni dalla scomparsa di Marie Curie, avvenuta nel 1934 per via di un’anemia aplastica, le conseguenze fisiche del suo lavoro in laboratorio rimangono misurabili. I suoi appunti originali, custoditi a Parigi, presentano ancora livelli di radioattività tali da richiedere procedure di sicurezza e abbigliamento schermato per la consultazione. La vita della ricercatrice, segnata inizialmente dalle difficoltà di accesso agli studi universitari per le donne in Polonia, prosegue a Parigi, dove le sue analisi portarono all’isolamento di due nuovi elementi, il polonio e il radio. L’articolo ripercorre inoltre il suo contributo sul campo durante la Prima Guerra Mondiale con l’organizzazione di ambulanze radiologiche mobili e ricorda le cautele espresse dal marito Pierre nel 1903 riguardo al potenziale uso nocivo delle loro stesse scoperte in ambito nucleare, fino ai riconoscimenti istituzionali postumi e ai progetti europei che oggi portano il suo nome.

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L’esposizione alle radiazioni e la custodia dei quaderni

Il 4 luglio 1934 Marie Curie moriva nel sanatorio di Sancellemoz, a Passy, in Alta Savoia, per un’anemia aplastica da esposizione alle radiazioni: 92 anni dopo, i suoi quaderni di laboratorio sono ancora radioattivi, conservati in scatole foderate di piombo alla Bibliothèque nationale de France, richiedono indumenti protettivi e la firma di una liberatoria per essere sfogliati. Lo resteranno per altri 1500 anni, il tempo necessario al radio-226 per decadere. Anche i vestiti, i mobili, i ricettari di cucina emettono radiazioni, ciò che Marie Curie ha toccato continua a trasformare la materia intorno a sé.

L’Università volante e l’isolamento dei nuovi elementi

Maria Salomea Skłodowska era nata a Varsavia nel 1867, in una Polonia sotto dominio russo dove alle donne era preclusa l’università, così frequentò la clandestina “Università volante”, poi si trasferì a Parigi nel 1891 con pochi mezzi. Alla Sorbona si laureò in fisica e matematica, incontrò Pierre Curie e nel 1898 isolò con lui due elementi sconosciuti, il primo lo chiamò polonio, omaggio alla patria oppressa.

La madre, cattolica devota, morì di tubercolosi quando Maria aveva dieci anni, mentre il padre era ateo. La perdita della madre e di una sorella la allontanò dalla fede e a sedici anni annotò nel diario che rispettava chi crede con sincerità ma detestava l’ipocrisia religiosa. Trasferì nella ricerca l’intensità con cui da bambina aveva pregato per la guarigione materna.

I dubbi sui pericoli del radio e le ambulanze radiologiche

Nel discorso per il Nobel del 1903, Pierre pronunciò parole che anticipavano Hiroshima di quarant’anni: «Si può ritenere che, in mani criminali, il radio possa diventare molto pericoloso; ci si può chiedere se l’umanità saprà trarre vantaggi dalla conoscenza dei segreti della Natura, se è matura per approfittarne o se questa conoscenza potrà invece essere nociva». Concluse dichiarandosi fiducioso: l’umanità avrebbe tratto più bene che male dalle nuove scoperte, una profezia sospesa, che risuona intatta nel tempo delle minacce nucleari.

Marie non brevettò il processo di isolamento del radio, rifiutò la Legione d’onore e allo scoppio della Grande Guerra mise la scienza al servizio dei feriti: allestì venti ambulanze radiologiche (i soldati le chiamavano «petites Curies») e duecento postazioni fisse, formò centocinquanta donne come tecniche di radiologia, prese la patente e guidò i mezzi fino alle linee del fronte. Circa 900mila soldati vennero sottoposti a esame radiografico grazie a quella rete, con lei c’era la figlia Irène, diciassette anni, che nel 1935 avrebbe vinto il Nobel per la chimica. L’altra figlia, Ève, sarebbe diventata scrittrice e ambasciatrice UNICEF: una famiglia intera consegnata alla conoscenza e al servizio.

I riconoscimenti postumi e l’ingresso al Panthéon

Nel 1911 l’Accademia delle Scienze le negò l’ammissione; la stampa nazionalista la attaccò come straniera. Nel 1995, sessantun anni dopo la morte, Marie Curie diventò la prima donna accolta al Panthéon di Parigi per meriti propri, le ricercatrici restano oggi sottorappresentate nelle discipline scientifiche, e i programmi europei intitolati a lei (le Marie Skłodowska-Curie Actions, che nel 2026 compiono trent’anni) portano il suo nome come impegno e come promessa.

Il suo corpo riposa in una bara foderata di piombo, i suoi appunti irradieranno per secoli, resta la traccia di una vita spesa a comprendere la natura della materia, al prezzo della propria, nella convinzione che capire sia l’unica risposta alla paura.

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