Il 10 febbraio rappresenta ormai da oltre due decenni un momento di riflessione collettiva per l’Italia, chiamata a confrontarsi con una delle pagine più complesse della sua storia recente: quella legata alle violenze sul confine orientale, alle foibe e all’esodo giuliano-dalmata. Una ricorrenza istituita per conservare la memoria di migliaia di italiani uccisi e costretti ad abbandonare le proprie terre d’origine tra l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Le celebrazioni, che si snodano attraverso l’intero territorio nazionale, hanno coinvolto anche la comunità di Reggio Calabria, dove il ricordo si è concretizzato non solo nel raccoglimento istituzionale, ma anche nel ripristino di un simbolo tangibile dedicato alle vittime, a testimonianza di una ferita che, seppur lontana geograficamente, appartiene alla coscienza dell’intero Paese.
La celebrazione e il ripristino della stele a Reggio
Sono trascorsi 21 anni da quando il nostro Paese ha iniziato a celebrare il Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle complesse vicende del cosiddetto confine orientale, dove la storia si è fatta frontiera, frattura, morte. Da allora è diventato un appuntamento annuale difficile ma necessario, occasione in cui l’Italia prova a ritrovare le parole giuste per raccontare una ferita rimasta a lungo nascosta. Il 10 febbraio, infatti, non è una cerimonia meramente istituzionale, ma anno dopo anno, l’insieme delle attività pubbliche che lo accompagnano è divenuto un mosaico di iniziative diffuse in tutta Italia, con lo scopo di custodire e tramandare la memoria. Non fa eccezione la nostra città dove si è tenuto un momento di raccoglimento organizzato dai responsabili del “Comitato 10 Febbraio” che hanno anche provveduto a collocare una nuova stele dopo il danneggiamento di quella precedente ad opera di ignoti.
La scoperta delle foibe e le violenze del dopoguerra
Ci è voluto tempo perché si potesse raccontare che quelle cavità del Carso — le foibe — non erano soltanto un particolare elemento geologico del paesaggio, ma si erano trasformate in luoghi di prigionia e di morte. Tutto ha avuto inizio a partire dall’8 settembre 1943, per poi riaccendersi nella primavera del 1945. La verità affiora lentamente, all’interno di un clima rovente che, complice il crollo delle istituzioni, la guerra civile e le occupazioni, ha visto esplodere la ferocia delle formazioni militari legate al maresciallo Tito e dei partigiani jugoslavi, diretta principalmente contro cittadini italiani, colpevoli talvolta soltanto di essere tali, e contro chi era percepito come nemico o ostacolo del nuovo assetto. Arresti, violenze, deportazioni e fucilazioni si susseguirono incessantemente, con i cadaveri delle vittime gettati, infine, all’interno delle foibe con lo scopo di far scomparire i corpi e cancellare le tracce. Alcune ricostruzioni, tuttavia, riportano finanche che non di rado alcuni prigionieri furono “infoibati” ancora vivi, per poi morire dopo ore o giorni di agonia. Il numero delle vittime resta complesso da definire, ma secondo stime attendibili si contano fino a circa 10.000 morti.
Il dramma dell’esodo giuliano-dalmata
Le foibe, tuttavia, non esauriscono la tragedia. L’altra grande ferita è costituita dall’esodo giuliano-dalmata. Tra il 1943 e gli anni Cinquanta, soprattutto a seguito della ridefinizione dei confini nel dopoguerra, centinaia di migliaia di persone furono costrette a lasciare le loro abitazioni in Istria, Fiume e Dalmazia, sotto la pressione del regime comunista titino, del clima di preoccupazione che ne scaturì e delle incertezze sul futuro. Si stima che tra i 250.000 e i 350.000 abbiano abbandonato la loro terra per mettersi in salvo, attraversando anni di precarietà, difficoltà e isolamento. Alcuni di essi, dopo un lungo e faticoso peregrinare, giunsero anche a Reggio Calabria.
Il martirio di Norma Cossetto
In questa cornice dolorosa, particolarmente cruenta è la storia di Norma Cossetto. Giovane studentessa di lettere e filosofia presso l’Università di Padova, nell’autunno del 1943 fu catturata e imprigionata da partigiani slavi in Istria. Dopo essere stata seviziata e violentata da diciassette aguzzini, venne uccisa e infine gettata in una foiba poco distante dal luogo della sua prigionia. Il suo corpo fu recuperato solo qualche tempo dopo, a seguito dell’occupazione dell’area da parte dei tedeschi. La sua vicenda è diventata emblematica perché concentra, in un singolo volto e in una singola storia, la tragedia consumata in quella stagione.













