Il bilancio del progetto della Caritas diocesana sull’accoglienza dei detenuti a Casa San Francesco

Casa San Francesco

Maria Angela Ambrogio è la direttrice della Caritas diocesana di Reggio Calabria-Bova. È lei a guidare l’équipe che da un anno e mezzo porta avanti «Tracce di speranza», il progetto finanziato con i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica che si muove nell’ambito della giustizia e del reinserimento sociale coordinato da Lidia Caracciolo. Al centro del progetto c’è Casa San Francesco, un appartamento di solidarietà che accoglie detenuti in permesso premio e le loro famiglie, individuato grazie alla disponibilità dei Frati Francescani e scelto dalla diocesi come opera segno per il Giubileo. Intorno a questo luogo si è costruita una rete che tiene insieme parrocchie, istituzioni, volontari e servizi territoriali: l’abbiamo incontrata per capire cosa si muove dietro un progetto che lavora in uno dei territori più complessi della Calabria.

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Come è nato il progetto Tracce di Speranza? Perché la Caritas diocesana lavora nell’ambito della giustizia?

Il progetto nasce dall’ascolto e del lavoro comune con l’ufficio di pastorale carceraria.  Nel lavoro quotidiano della Caritas ci siamo resi conto che le persone detenute e le loro famiglie vivono una condizione di isolamento che spesso le comunità ignorano o preferiscono ignorare. La giustizia è un ambito in cui la Chiesa è chiamata a stare, perché lì si gioca la dignità delle persone. Ci siamo chiesti cosa potessimo fare concretamente, con i mezzi che avevamo, e la risposta è stata mettere a disposizione uno spazio, Casa San Francesco, dove un detenuto che ottiene il permesso premio possa vivere qualche giorno con la propria famiglia in un contesto dignitoso e familiare. Il progetto è finanziato con i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, ed è stato pensato fin dall’inizio per andare oltre l’accoglienza temporanea: volevamo costruire un percorso che tenesse insieme il sostegno relazionale, la formazione dei volontari, l’inclusione lavorativa e la cura delle famiglie.

Casa San Francesco è stata scelta come opera segno del Giubileo per la diocesi di Reggio Calabria-Bova. Cosa rappresenta questo luogo per la comunità diocesana?

Rappresenta un gesto concreto di misericordia. Quando la diocesi ha scelto Casa San Francesco come opera segno giubilare, ha voluto dire che il Giubileo si vive anche attraverso l’accoglienza di chi è privato della libertà. L’arcivescovo è venuto a benedire i locali, erano presenti le istituzioni e le forze dell’ordine, e quel momento ha segnato un passaggio importante: il progetto è diventato patrimonio della diocesi, della comunità. L’appartamento è stato allestito e arredato con cura, anche con elettrodomestici adatti alle famiglie con bambini, perché volevamo che chi arriva si sentisse accolto in un ambiente vero, il più possibile simile a una casa.

Quando un detenuto in permesso premio arriva a Casa San Francesco, cosa trova? Come si svolge concretamente l’accoglienza e cosa cambia, in quei giorni, nella relazione con la famiglia?

Trova una casa. Un letto, una cucina, uno spazio per stare con i propri cari. I pasti sono garantiti dalla mensa giornaliera della Chiesa di San Francesco, con eventuali integrazioni per la cena. I nostri operatori sono presenti, ma il loro compito è creare un ambiente accogliente, accompagnare la persona senza un ruolo di vigilanza: quello spetta ad altri. L’obiettivo è che quei giorni siano il più possibile naturali. Finora abbiamo accolto dodici persone, su sei accoglienze completate con esito positivo; in due casi si trattava di nuclei familiari, con moglie e figli. Sono numeri piccoli, lo so, ma ciascuno di quegli incontri ha un peso enorme. Per una famiglia che ha vissuto mesi o anni di separazione, potersi sedere a tavola insieme, dormire sotto lo stesso tetto, è qualcosa che incide profondamente. La dottoressa Chiara Bellantone, che segue gli inserimenti, ci racconta ogni volta quanto quei giorni siano significativi per il percorso rieducativo della persona.

Il progetto prevede la collaborazione con la Magistratura di Sorveglianza, l’UDEPE, i servizi sociali, il Consorzio Macramè… Costruire questa rete è stato semplice? Come ci siete riusciti?

Semplice no. Nella fase iniziale abbiamo incontrato una difficoltà reale nello stabilire una comunicazione efficace che si potesse allineare agli iter burocratici che la materia richiede. Questo ha rallentato la presa in carico delle persone presso Casa San Francesco. Ci è voluto tempo, pazienza, e la disponibilità a rivedere la nostra modulistica, le nostre procedure, per adeguarle alle esigenze degli interlocutori istituzionali. Progressivamente i rapporti si sono consolidati e oggi la comunicazione funziona. Abbiamo siglato un protocollo d’intesa con l’UDEPE per l’individuazione dei destinatari delle borse lavoro. A giugno abbiamo tenuto il primo focus group con la partecipazione dell’UDEPE, del settore welfare del Comune di Reggio Calabria, dell’USSM, del Consorzio Macramè, degli Avvocati di strada e degli operatori di progetto.  Lo ha condotto la dottoressa Isabella Saraceni. Il secondo è previsto per ottobre. Anche la collaborazione con l’ufficio di pastorale carceraria, e con l’équipe educativa del carcere di Arghillà ha richiesto un cammino, ma oggi è un punto di forza del progetto. La rete si costruisce così, un incontro alla volta.

Le borse lavoro sono uno degli strumenti centrali del progetto. Perché il lavoro è così decisivo nel percorso di chi esce dal carcere?

Perché il lavoro restituisce una struttura alla giornata, un ruolo sociale, una dignità. Una persona che esce dal carcere e non ha un’occupazione, nemmeno temporanea, rischia di trovarsi nella stessa condizione di partenza, e questo aumenta enormemente la possibilità di ricadere nel circuito penale. Noi lavoriamo con il Consorzio Macramè per offrire tirocini formativi che accompagnino la persona verso un’autonomia vera. Finora ne abbiamo attivate sei, su dieci previste, coinvolgendo anche il SerD e i servizi sociali del Comune di Campo Calabro, perché spesso le fragilità si sovrappongono e serve un accompagnamento integrato. L’obiettivo è che queste persone acquisiscano competenze, ma anche fiducia in sé stesse, e che i datori di lavoro del territorio possano conoscerle al di là dello stigma. Per questo abbiamo organizzato i vari incontri: servono a far dialogare chi offre lavoro con chi conosce i percorsi di queste persone.

A un anno e mezzo dall’avvio, cosa ha insegnato questo progetto alla Caritas diocesana?

Ci ha insegnato che bisogna essere disposti a cambiare strada. Le modalità di accesso ai permessi premio e di svolgimento delle attività con i detenuti all’interno del carcere sono state interessate da alcune disposizioni interne della Casa Circondariale. Avremmo potuto fermarci, e invece abbiamo ripensato il progetto. Ci siamo concentrati di più sull’uscita dal carcere, sul momento in cui una persona si ritrova libera ma spesso sola, senza beni essenziali, senza riferimenti. Ci ha insegnato anche che la comunità ecclesiale è capace di mettersi in gioco: l’Azione Cattolica diocesana è entrata nel progetto con i suoi volontari, stiamo facendo formazione insieme, e in alcune parrocchie (a San Paolo, a Ravagnese) abbiamo trovato comunità pronte ad accogliere il tema della giustizia e del reinserimento. E poi ci ha insegnato la pazienza. Le cose cambiano lentamente, le reti si costruiscono con fatica, i risultati non sono mai clamorosi. Ma quando vedi una famiglia riunita a Casa San Francesco, o un uomo che inizia un tirocinio e ti racconta che si sente di nuovo una persona, capisci che il cammino ha senso.

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