Ai Overview: Nel giorno in cui ricorre il centenario della sua nascita, ripercorriamo la biografia e le tappe della carriera di Ben Roy Mottelson, scienziato insignito del Premio Nobel per la Fisica nel 1975. Nato a Chicago e formatosi in università statunitensi, il ricercatore si trasferì all’inizio degli anni Cinquanta a Copenaghen, instaurando una collaborazione accademica duratura con Aage Bohr. I due studiosi si concentrarono sulla struttura delle particelle, sviluppando il modello unificato del nucleo atomico e descrivendo l’interazione tra i moti dei nucleoni. Nel corso della sua vita, Mottelson si è distinto per la grande attenzione verso la responsabilità civile della comunità scientifica e ha sostenuto attivamente lo sviluppo di centri di ricerca internazionali, assumendo in Italia la direzione fondativa dell’ECT* nella provincia di Trento.
Il legame con Copenaghen e il Niels Bohr Institute
Lo si vedeva pedalare per Copenaghen fino a poco prima della morte. Ben Roy Mottelson, Premio Nobel per la Fisica 1975, arrivava al Niels Bohr Institute, si sedeva ai seminari, faceva domande ai giovani ricercatori con la curiosità intatta di quando, studente appena dottorato, aveva varcato quella soglia per la prima volta nel 1950. Proprio oggi ricorre il centenario della sua nascita.
Le origini a Chicago e la formazione
Era venuto al mondo a Chicago nel 1926, secondo di tre figli di una famiglia ebrea del Midwest. Il padre, Goodman, faceva l’ingegnere, la casa di La Grange, sobborgo a ovest della metropoli, era un luogo, scrisse lui stesso nell’autobiografia per il Nobel, «where scientific, political and moral issues were freely and vigorously discussed» (dove questioni scientifiche, politiche e morali venivano discusse liberamente e vigorosamente). Diplomato nel pieno della Seconda guerra mondiale, fu arruolato nella Marina e mandato alla Purdue University per l’addestramento ufficiali; poi il dottorato arrivò nel 1950, a Harvard, con Julian Schwinger come supervisore.
Il modello unificato e il Premio Nobel
Una borsa di studio lo portò a Copenaghen per un anno, ma in verità non se ne andò più. All’Istituto di Fisica Teorica fondato da Niels Bohr incontrò il figlio del grande fisico, Aage, e tra i due cominciò un sodalizio scientifico che sarebbe durato sessant’anni, fino alla morte di Bohr nel 2009. Nella stessa autobiografia Mottelson lo descrisse come «un dialogo tra anime affini, sintonizzatesi attraverso un lungo periodo di esperienze condivise e una comprensione maturata congiuntamente». Insieme misero in discussione l’idea che il nucleo atomico fosse una sfera perfetta, nonostante i modelli precedenti lo descrivessero così: simmetrico, ordinato. Mottelson e Bohr dimostrarono che il moto dei singoli nucleoni può deformare la struttura complessiva del nucleo, e che al suo interno convivono moto collettivo e moto indipendente delle particelle. Il loro “modello unificato”, elaborato tra il 1952 e il 1953 e poi racchiuso nella monografia in due volumi Nuclear Structure, valse a entrambi il Nobel, condiviso anche con l’americano James Rainwater.
L’impegno per la pace e il ruolo internazionale
Mottelson prese la cittadinanza danese nel 1971, ma la sua carriera restò profondamente internazionale; il Niels Bohr Institute era in quegli anni un crocevia dove ricercatori dell’Est e dell’Ovest lavoravano fianco a fianco nel pieno della Guerra fredda; Membro del Board of Sponsors del Bulletin of the Atomic Scientists (la rivista che gestisce il Doomsday Clock) Mottelson aveva ricevuto nel 1969 l’Atoms for Peace Award perché la responsabilità civile fu per lui un chiodo fisso.
La fondazione dell’ECT* a Trento
Quando nei primi anni Novanta si trattò di fondare un centro europeo di fisica nucleare teorica, prese l’iniziativa e lo volle in Italia: nacque così l’ECT* di Villazzano, alle porte di Trento, con il sostegno della Provincia autonoma, lui ne fu il direttore fondatore dal 1993 al 1997.
L’approccio di squadra e i nuovi campi di ricerca
Mottelson fu sempre un uomo squadra, fu esemplare il suo discorso durante il banchetto del Nobel, quando disse: «Siamo stati menzionati individualmente, ma il nostro lavoro è stato parte di uno sforzo collettivo». Negli ultimi decenni applicò le intuizioni maturate sul nucleo a campi lontanissimi: gli ammassi metallici, le nanostrutture a semiconduttore, i gas quantistici ultrafreddi che chiamava «artificial nuclei», ovunque ritrovava la stessa grammatica della materia.
La scomparsa e il ricordo dei colleghi
È morto a Copenaghen il 13 maggio 2022, a novantacinque anni. I colleghi lo ricordano per l’entusiasmo, la giocosità, la risata. Costruiva aquiloni e mongolfiere, si arrampicava sugli alberi…aveva attraversato sette decenni di fisica ma non aveva mai smesso di stupirsi.













