Il volume “Il giornalismo come relazione. Fondamenti dell’informazione tra empatia, cura e pratiche professionali” (Pacini Editore), scritto da Vincenzo Varagona, Assunta Corbo e Mariagrazia Villa, propone un’analisi sulle dinamiche attuali della professione giornalistica. Nato da un percorso formativo promosso dall’Ordine dei Giornalisti e dall’Ucsi, il testo esplora il punto di incontro tra il giornalismo costruttivo e il counselling, evidenziando come l’empatia e l’ascolto attivo possano tradursi in strumenti operativi concreti. In un contesto in cui la fiducia nell’informazione registra un calo significativo, gli autori offrono una riflessione documentata per rimettere la dimensione umana e la relazione al centro del lavoro di redazione e del rapporto con i lettori.
L’empatia e la centralità della relazione
C’è un gesto che Titti Postiglione, direttrice dell’ufficio emergenze della Protezione civile, compie durante un seminario sull’informazione nelle catastrofi: con l’indice sotto il mento di una vittima dallo sguardo perso tra le macerie, riporta il volto di quella persona verso il
proprio per riconnetterla con la realtà. Vincenzo Varagona, presidente nazionale Ucsi, giornalista Rai e uno dei tre autori del volume “Il giornalismo come relazione. Fondamenti dell’informazione tra empatia, cura e pratiche professionali” (Pacini Editore, 2025, collana “Quaderni della formazione” dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana), ricorda quell’episodio come un episodio importante: il momento in cui ha capito che empatia e ascolto non sono accessori del mestiere del giornalista, ne costituiscono, però, la sostanza. Il libro, scritto a sei mani con Assunta Corbo e Mariagrazia Villa, nasce da un esperimento formativo proposto dall’Ordine dei Giornalisti e dall’Ucsi in diverse sedi regionali: far
dialogare il giornalismo costruttivo con il counselling. Due mondi che in apparenza non hanno molto da dirsi, ma che condividono, come spiegano gli autori nell’introduzione, «la centralità della relazione». Il risultato è un saggio denso di riferimenti teorici e di esperienze sul campo, arricchito dalle prefazioni di Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, e di Alessandra Costante, segretaria generale della FNSI, oltre che dalle postfazioni di Alessandra Caporale (AssoCounselling) e Marco Deriu (CNCP).
L’approccio costruttivo: dalla denuncia alle soluzioni
Il contesto in cui il volume si inserisce è quello di una professione in difficoltà. Come ricorda Michele Taddei nella presentazione, il Digital News Report 2025 registra che solo il 36% degli italiani ha fiducia nell’informazione; un dato che non consola neppure nel confronto europeo, e che chiama i giornalisti a una seria riflessione sulle proprie responsabilità. Assunta Corbo, fondatrice del Constructive Network e del magazine News48, apre il saggio partendo da un ricordo personale: da bambina, a chi le chiedeva cosa volesse fare da grande, rispondeva di voler raccontare storie di persone che fanno qualcosa di utile per gli altri. Entrata in redazione a diciannove anni, si sentì dire più di una volta di non metterci troppa empatia, come se fosse un difetto. In quelle pagine Corbo ripercorre la genesi del giornalismo costruttivo, ne illustra i fondamenti teorici – dalla learned helplessness di Seligman al growth mindset di Carol Dweck – e ne mostra l’applicazione pratica. L’approccio costruttivo non consiste nel dare una patina rosata alle notizie, ma nell’aggiungere alle tradizionali cinque W una domanda ulteriore: “What now?”, e adesso cosa si può fare? Dalla denuncia si passa all’indagine sulle risposte, senza nascondere i limiti e le contraddizioni. Corbo lo sintetizza attraverso tre valori cardine: complessità, dignità e possibilità. Racconta anche il caso di Anna, una donna affetta da SLA, che dopo aver letto un suo articolo orientato alle soluzioni – non al solo racconto della malattia – trovò la forza di rivolgersi a un centro specializzato. Un aneddoto che rende concreto il senso di un giornalismo capace di accompagnare, anziché ferire.
L’etica della cura e il valore dell’ascolto
Mariagrazia Villa, docente ed esperta di etica della comunicazione, firma il secondo capitolo, il più ambizioso dal punto di vista filosofico. L’idea che il giornalismo possa essere inteso come una professione di cura viene sviluppata a partire dall’etica della cura (care ethics), corrente della filosofia morale nata negli anni Ottanta con Carol Gilligan e Nel Noddings, e successivamente ampliata da Virginia Held, Joan Tronto e, in Italia, da Luigina Mortari. Villa costruisce un impianto argomentativo articolato, collegando la cura alla
dimensione dell’ascolto, inteso non come gesto tecnico, ma come disposizione morale.
Da questo punto di vista è significativo il riferimento al messaggio di papa Francesco per la 56esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2022: «L’ascolto di cui oggi sentiamo un po’ tutti la mancanza nel mondo dell’informazione, e che facciamo sempre più fatica a praticare, è un atto d’amore nei confronti degli altri». Villa distingue tra ascolto passivo, attivo e costruttivo, quest’ultimo specifico del giornalismo costruttivo, in cui si
ascolta per dialogare, non per confermare tesi già pronte. Il giornalista, nell’immagine che consegna a conclusione del capitolo, passa da Rottweiler a Labrador: non smette di abbaiare, ma lo fa per portare in salvo. Si tratta probabilmente della parte più originale del volume, per la capacità di Villa di connettere l’etica della cura con la pratica professionale senza mai scivolare nell’astrattezza.
Il dialogo con il counselling e il progetto delle “5M”
Il terzo capitolo, firmato da Vincenzo Varagona, apre al counselling come disciplina e ne mostra le convergenze con il lavoro giornalistico. Varagona prende le mosse dal progetto delle “5M”, nato nell’ambito della Scuola di Assisi dell’UCSI nel 2023, che propone di
rovesciare le cinque W in cinque M (da “More”, di più): più domande e più fonti, più tempo, più linguaggi e più punti di vista, più libertà, diritti e tutele, più umanità. Non si tratta, precisa Carlo Bartoli nella prefazione, di un capovolgimento delle regole basilari del giornalismo, ma di un loro rafforzamento. Varagona dedica ampio spazio al contributo di Carl Rogers, padre della psicologia umanistica, il cui approccio centrato sulla persona – fondato su empatia, ascolto attivo, assenza di giudizio e autenticità – si rivela sorprendentemente affine ai princìpi di un giornalismo che voglia tornare a occuparsi delle persone. Le testimonianze dirette di Varagona, dalla gestione di una diretta televisiva su un cementificio contestato nella sua regione fino all’ultima intervista a Francesco Guccini, danno corpo a un ragionamento che altrimenti rischierebbe di restare teorico. Un passaggio interessante è quello in cui Varagona richiama le ultime parole pubbliche di papa Francesco ai giornalisti, pronunciate il 25 gennaio 2025 durante il Giubileo dei Giornalisti e Comunicatori: mettendo da parte le cartelle preparate, il pontefice disse
semplicemente «Non basta raccontare la verità, occorre soprattutto essere veri!». Si può discutere se il richiamo all’autenticità sia un valore traducibile in pratica quotidiana o resti un ideale, ma è difficile negarne la forza, soprattutto in un’epoca in cui la distanza tra chi fa informazione e chi la riceve si è fatta voragine.
Un metodo per il futuro della professione
Il volume consegna una proposta solida, soprattutto in questa stagione in cui il giornalismo è insidiato dagli algoritmi, dai salari miserevoli e dall’autocensura, questo libro indica una direzione (pur nella consapevolezza di non avere una ricetta miracolosa). Come scrive Alessandra Costante nella sua prefazione, il primo valore da recuperare è il tempo: il tempo di verificare, approfondire, ascoltare, porsi domande scomode. Un giornalismo lento, non per vocazione alla lentezza, ma per necessità di rigore. Il fatto che questo volume nasca dall’interno della professione – da giornalisti che si interrogano sul proprio mestiere coinvolgendo ordini professionali, sindacato e mondo accademico – lo rende un contributo da prendere sul serio. Che il giornalismo sia, nella sua essenza, una relazione, è qualcosa che molti redattori sanno per esperienza. Questi tre autori provano a trasformare quell’intuizione in metodo, in etica e, forse, in una possibilità di futuro per una professione che ne ha un disperato bisogno.













