Una sua raccolta, ancora inedita in italiano, “Le canzoni di Istanbul” arriva finalmente anche da noi
Cemal Süreya, uno dei poeti turchi più importanti del XX secolo, nato nel Kurdistan, da una famiglia curda zaza, morto nel 1990, ad appena cinquantanove anni, è un caso esemplare di quei poeti o scrittori che hanno stentato ad affermarsi mentre erano ancora in vita, e poi, dopo la scomparsa, hanno trovato rivalutazione e gloria, tardiva. Così è accaduto a Franz Kafka, Emily Dickinson, Emily Brontë, Herman Melville, che sono i primi nomi che ci vengono in mente, ma potremmo citarne altri, tra coloro che hanno avuto riconoscimento postumo.

La rivalutazione di Süreya è in atto da anni, non solo in Turchia, ma anche in tanti paesi europei. A Istanbul, il visitatore che si trova a passeggiare sulla sponda asiatica dell’ex Costantinopoli, s’imbatte in una serie di brevi poesie, incise sul marmo grigio del marciapiede. Sono versi di Süreya, sempre più amati e imparati a memoria dai giovani che hanno scoperto la lingua sensuale, ironica aerea di un poeta libero, che ha mosso critiche severe alle politiche repressive turche. Una sua raccolta, ancora inedita in italiano, “Le canzoni di Istanbul” (Bompiani editore, a cura di Nicola Verderame, con testo turco a fronte, pagine 321, euro 25), arriva finalmente anche da noi.
Sono componimenti che Süreya aveva pubblicato in tempi diversi su varie riviste, o inviato con lettere private agli amici, raccolte per la prima volta nel 1995 dalla casa editrice turca Yapi Kredi. A quell’edizione la pubblicazione italiana fa riferimento. “Rosa”, è il titolo che apre la raccolta. È stata scritta nel 1954. Ecco i primi versi: «Piango seduto nel cuore esatto della rosa/Mentre muoio in strada tutte le notti/Cosa mi preceda o mi segua non so/E nel buio sento posarsi i tuoi occhi/Gli occhi cui devo la vita…». Sono parole che si riconoscono per il linguaggio vivido e metaforico del poeta che esplora temi universali, come l’amore, la morte, la memoria e la condizione umana.
Süreya, negli anni della maturità, fece sempre più frequentemente riferimento a episodi storici, mitologici, religiosi, come nella poesia intitolata “Medioriente” – drammaticamente attuale – in cui scrive di guerre sbagliate, di sete e tortura; per poi sfiorare il tema religioso: «…Con loro ha creato il suo mito/Con loro ha creato il giudizioso Mosè/Con loro ha creato Gesù il buono/Con loro ha creato il coraggioso Maometto»… In alcune poesie, c’è la consapevolezza dell’ingiusta prevaricazione del potere sulla libertà, del peso di una violenza patita collettivamente, a cui risulta quasi impossibile ribellarsi. Ma la speranza c’è sempre in Süreya, come nella poesia “Unico divieto”, fatta di soli due versi: «Il giorno in cui la libertà arriva/Quel giorno è vietato morire!».
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Nicola Verderame, nella bella prefazione, spiega la difficoltà di tradurre un poeta che forza i limiti della lingua, e dice che in questi casi tradurre impone sottrarre, rimuovere, per rispettare la ricchezza del testo di partenza e preservarne la densità. Ciò, inevitabilmente, ha imposto pesanti rinunce, ma ha consentito comunque di far rimanere intatta la forza di versi di un poeta considerato, ormai, e giustamente, un vero e proprio classico contemporaneo.













