Lo scrittore si è ispirato alla storia vera di Igbal Masih, il bambino pakistano venduto come schiavo dai suoi genitori, quando aveva quattro anni, e che sei anni dopo, a dieci anni, decide di ribellarsi e denunciare la schiavitù infantile. Per questo suo atto di ribellione è stato assassinato
Tahar Ben Jelloun, scrittore francofono di origini marocchine, che da quasi mezzo secolo vive a Parigi, dall’inizio degli anni Settanta è fertile apprezzato autore di romanzi, poesie, saggi che fondono, tradizione araba e mediterranea, con cultura europea e occidentale. Tra le sue opere più importanti, o di maggiore successo, oltre ai romanzi famosi, spicca il volume: “Il razzismo spiegato a mia figlia” (La Nave di Teseo, nuova edizione 2018); intenso dialogo tra l’autore e la figlia, dove lei pone domande e lui risponde, in modo chiaro e diretto, affrontando le cause del razzismo e cercando di trasmettere messaggi positivi di tolleranza e rispetto.

Da poco, un suo libro uscito in Francia nel 2007, “L’ecole perdu”, finora inedito in Italia, è stato pubblicato da noi, col titolo semplicemente tradotto dal francese: “La scuola perduta” (La Nave di Teseo, traduzione di Anna Maria Lorusso, pagine 121, euro 15). È un romanzo breve, una lezione umana e letteraria, appassionata, poetica e commovente, sul tema dei bambini schiavi sfruttati in Africa dalle multinazionali occidentali. Assomiglia molto a una favola moderna, amara, triste, questo breve romanzo o racconto lungo. Lo scrittore si è ispirato alla storia vera di Igbal Masih, il bambino pakistano venduto come schiavo dai suoi genitori, quando aveva quattro anni, e che sei anni dopo, a dieci anni, decide di ribellarsi e denunciare la schiavitù infantile. Per questo suo atto di ribellione è stato assassinato, il 16 aprile del 1995.
Lavorava in una fabbrica di tappeti, insieme a tanti altri bambini. La trama del libro è semplice e crudele. Nella scuola di un piccolissimo villaggio africano, un giorno arriva un nuovo maestro: un giovane che ha studiato in città e ora è contento di tornare a casa, per insegnare. La sua classe, che il primo giorno era piena di alunni, col passare del tempo, ha sempre meno studenti. I bambini sembrano sparire, uno a uno, preferendo alla scuola un misterioso edificio, ai margini del villaggio, che sembra li attiri più della classe e dello studio. Scoprendo il segreto di quell’edificio misterioso, il giovane maestro apprende la dura realtà di decine di bambini costretti a lavorare in condizioni pericolose, o di sfruttamento. Intuisce che solo scuola e educazione, possono combattere il triste fenomeno della schiavitù dei bambini, e dedica la sua vita a questo scopo.
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Ambientato in un villaggio africano, che Tahar Ben Jelloun – per rafforzare l’immagine di povertà e assenza di tutto – chiama “il nulla”, il racconto, pur essendo un’invenzione narrativa abilissima, corrisponde a una realtà diffusa in parecchi paesi dell’Africa e dell’Asia. Il maestro farà di tutto per riportare a scuola i bambini e alla fine ci riuscirà, ma è consapevole che per un bambino povero la scuola non ha significato, se questo bambino non ha da mangiare: «Essere poveri nel nostro villaggio significa svegliarsi il mattino chiedendosi se la giornata passerà senza che i bambini piangano per la fame; significa perdere il gusto della vita perché la vita ci ha dimenticato».













