Ai Overview: A quattordici anni dalla promulgazione del Motu Proprio Pulchritudinis fidei da parte di Benedetto XVI, la gestione del patrimonio culturale ecclesiastico in Italia si presenta come uno scenario complesso e frammentato. Da un lato vi sono le iniziative di respiro internazionale, come la partecipazione alla Biennale di Venezia e le riaperture post-sisma a L’Aquila, sostenute dalle attuali direttive del Dicastero per la Cultura e l’Educazione guidato dal cardinale Tolentino de Mendonça; dall’altro, le diocesi italiane affrontano la quotidiana fatica di preservare quasi sessantottomila chiese attive e di gestire la problematica di oltre ottocento edifici religiosi ormai abbandonati. L’articolo fotografa la dicotomia tra la spinta istituzionale alla valorizzazione artistica e le reali difficoltà strutturali, economiche e demografiche dei territori.
I contrasti del patrimonio ecclesiastico italiano
A Venezia, nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Patti Smith canta gli inni di Ildegarda di Bingen per il padiglione della Santa Sede alla Biennale, mentre a Napoli, oltre duecento chiese restano sbarrate, molte dal terremoto del 1980. Tra questi due estremi si misura lo stato del patrimonio culturale della Chiesa in Italia, quattordici anni dopo il Motu Proprio Pulchritudinis fidei.
L’evoluzione delle direttive vaticane sulla cultura
Il 30 luglio 2012, a Castel Gandolfo, Benedetto XVI firmava la Lettera apostolica che univa la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa al Pontificio Consiglio della Cultura, il principio guida del documento era far capire che «la storia della Chiesa è anche, inseparabilmente, storia della cultura e dell’arte». L’unificazione rispondeva a un’esigenza di coordinamento cresciuta nel tempo fra due organismi i cui ambiti risultavano ormai intrecciati. Poi, nel 2022 la Praedicate Evangelium di Papa Francesco ha accorpato quel Consiglio con la Congregazione per l’Educazione Cattolica nel Dicastero per la Cultura e l’Educazione, affidato al cardinale José Tolentino de Mendonça.
I numeri del censimento e le giornate di valorizzazione
L’anniversario della Lettera apostolica, che ricade proprio oggi, invita a un bilancio: il censimento della CEI, avviato nel 2000, registra circa 67.700 chiese diocesane sul portale BeWeB, mentre i musei diocesani sono passati dai 37 del 1971 ai circa 270 attuali. A maggio le Giornate di valorizzazione del patrimonio ecclesiastico, promosse dalla CEI con l’AMEI, hanno portato in tutta Italia il tema “Risonanze di santità” e in Piemonte il progetto “Chiese a porte aperte” ha sperimentato modelli innovativi di fruizione.
Il destino delle chiese dismesse e i progetti di rinascita
Resta però la questione delle chiese dismesse: si stima che oltre 800 edifici religiosi siano già abbandonati e il convegno “Territori di chiese in trasformazione”, tenuto nel maggio 2025 a Bologna dalla Fondazione Lercaro, ha cercato forme di riuso capaci di coinvolgere le comunità civili. L’Aquila, Capitale della cultura 2026, offre un esempio in direzione opposta: l’Arcidiocesi ha costruito il programma attorno alle chiese riaperte dopo i restauri post-sisma, con il ciclo “Le pietre raccontano”, sarà proprio Tolentino de Mendonça ad aprire la Porta Santa di Collemaggio alla prossima Perdonanza il prossimo 28 agosto.
La visione e le prospettive di dialogo con le arti
Proprio il prefetto del Dicastero ha indicato la rotta: «Rispetto alla storia millenaria del rapporto tra la Chiesa e le arti si sta aprendo una stagione all’insegna della conoscenza reciproca, del cammino comune attorno ai grandi temi umani», ha dichiarato in un’intervista. Poi, in una lectio al Palazzo Esposizioni di Roma ha proposto quattro movimenti: «ascolto, immaginazione, cura e alleanza», la stessa sensibilità attraversa il padiglione veneziano alla 61ª Biennale, curato da Hans Ulrich Obrist e intitolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima”: un invito all’ascolto contemplativo ispirato da Ildegarda, che Benedetto XVI aveva proclamato Dottore della Chiesa proprio nel 2012.
Le difficoltà concrete delle comunità locali
Quel Motu Proprio riconosceva nella bellezza una via privilegiata per trasmettere la fede, nella tradizione della via pulchritudinis codificata nel 2006 dallo stesso Pontificio Consiglio, quattordici anni dopo, l’intuizione continua a generare iniziative di rilievo. Il patrimonio della Chiesa resta però sospeso fra la visione e la realtà delle diocesi, dove custodire un’eredità sterminata con risorse insufficienti è la fatica quotidiana di comunità sempre più piccole e sempre più sole.













