Il dibattito educativo contemporaneo si trova ad affrontare una nuova polarizzazione che arriva, come spesso accade, dagli Stati Uniti. Se l’ultimo decennio è stato caratterizzato dalla diffusione della “genitorialità gentile”, un approccio fondato sull’ascolto, sulla validazione delle emozioni e sulla negoziazione continua con i figli, oggi si assiste a un’inversione di tendenza che appare radicale. Complici la stanchezza cronica delle famiglie e una società che richiede prestazioni sempre più elevate, sta prendendo piede il cosiddetto metodo “Fafo”. L’acronimo, che cela un significato gergale piuttosto crudo legato al concetto di azione e reazione, non è soltanto un fenomeno di costume legato ai social media, ma il sintomo di un malessere più profondo. Genitori esausti, spesso privi di una rete di supporto adeguata, sembrano cercare nella severità delle conseguenze immediate una via d’uscita alla complessità educativa. Di seguito l’analisi del fenomeno, che parte da un episodio di cronaca virale per indagare le ragioni psicologiche e sociali di questo cambiamento di rotta.
Dalla Florida il video che divide il web
Dalla Florida arriva un’immagine che sta facendo discutere il Web: Paige Carter, madre americana, è stata filmata mentre recupera un iPad con lo schermo distrutto, dopo averlo gettato dal finestrino dell’auto. Il gesto è stato una risposta al comportamento scorretto della figlia durante il tragitto verso la scuola; tra i commenti al video, divenuto virale con milioni di clic, spicca l’entusiasmo di chi applaude la severità: «Imparare il Fafo in tenera età: genitorialità di alto livello». L’acronimo, che sta per Fuck around and find out (che potremmo tradurre più o meno, con “fai cavolate e vedi quello che succede”), è un’espressione gergale che ribadisce come le azioni abbiano conseguenze dirette, spesso sgradevoli.
Il declino del “Gentle parenting”
L’episodio non è affatto isolato: al contrario, sembra segnare l’apice di una nuova tendenza che punta ad archiviare i modelli educativi basati sull’accudimento e sulla dolcezza, caratteristici dell’ultimo decennio. Già la scorsa estate il Wall Street Journal aveva decretato il declino della cosiddetta “gentle parenting” a favore di un approccio più ruvido.
Nato una decina di anni fa in contrapposizione ai metodi punitivi e al “naughty step” dei primi anni Duemila, l’approccio gentile mirava a formare adulti equilibrati tramite la validazione delle emozioni e il dialogo costante. Tuttavia, la realtà si è rivelata più complessa: come sottolinea la professoressa Ellie Lee dell’Università del Kent, «la genitorialità è diventata molto intensiva». Era prevedibile, dunque, un movimento di ritorno al passato: se i genitori cresciuti negli anni Novanta avevano ben chiaro cosa comportasse un’educazione severa, le madri e i padri di oggi sembrano guardare a quel passato con nostalgia, esausti dalle continue negoziazioni con i figli.
Il peso del burnout genitoriale
Alla base di questo cambio di rotta vi è da un lato il desiderio di maggiore disciplina, dall’altro, purtroppo, un profondo burnout genitoriale. La psicologa Emma Svanberg, autrice di Parenting for Humans, evidenzia come i genitori attuali si sentano obbligati a «validare, empatizzare, spiegare e assorbire la disregolazione senza aver mai sperimentato tutto ciò nella propria infanzia», il tutto in assenza di un adeguato supporto sociale/psicologico. Spesso fraintesa come permissivismo estremo, la genitorialità gentile ha portato molti adulti ad annullare i propri confini per risparmiare ogni frustrazione ai figli, fino ad auto-logorarli emotivamente. In questo scenario, il metodo Fafo funziona da valvola di sfogo: invita a smettere di negoziare ogni passaggio e a lasciare che siano le conseguenze naturali, e non le parole, a educare.
I rischi dell’isolamento emotivo
Bisogna capire, però, qual è il confine tra impartire una lezione (magari dopo un comportamento capriccioso) e umiliare. La psicologa Maryhan Munt concorda sull’efficacia delle conseguenze “spontanee” dovute a cose non fatte o fatte male – come, per esempio, la rottura di un gioco che è stato usato male o conservato nel modo sbagliato – ma mette in guardia dagli eccessi. Secondo la dottoressa Svanberg, il pericolo reale è «l’isolamento emotivo e la vergogna»: l’apprendimento, infatti, deriva sia dall’evento negativo, che anche dalla presenza rassicurante dell’adulto. Se il genitore si distacca emotivamente, magari chiudendosi nel silenzio ritorsivo oppure pronunciando il fatidico «te l’avevo detto» — scene frequenti nei video che girano sui Social — il bambino rischia di percepire abbandono e non una sana lezione educativa.
Una crisi di sistema
Questa oscillazione tra un modello iper-protettivo e uno quasi marziale è sintomo di una crisi strutturale che investe le famiglie sia in Europa che negli Stati Uniti. Il successo del Fafo non riflette necessariamente l’approccio superficiale o il lassismo dei genitori, è probabilmente indice della loro solitudine nella società moderna. Quando le tendenze educative si muovono così rapidamente tra poli opposti, spesso indicano un fallimento sistemico: carenza di comunità educante, mancanza di riposo e una pressione schiacciante sull’individuo (magari in ambito lavorativo), chiamato a essere infallibile. È probabile che, svanita l’eco mediatica di questa pratica, si arrivi a una sintesi, forse un “Gentle Fafo”, in cui restano gli aspetti positivi di questo approccio, senza però ledere l’autostima del bambino. Per ora, ciò che emerge è il ritratto di una generazione di genitori che, nel tentativo di evitare di crescere figli ansiosi o “dispettosi”, lotta semplicemente per non affondare nella propria stanchezza e nella diffusa solitudine educativa.












