Il saluto di Di Bari alla Città: «La cultura vi salverà»

Andrà a dirigere il dipartimento del Viminale per le libertà civili e l’immigrazione, dopo aver passato anni intensi in riva allo Stretto. Tre anni che il prefetto Michele Di Bari non dimenticherà facilmente.

Cosa porta con sé dell’esperienza reggina?
Una grandissima esperienza umana e professionale. Perché qui ho conosciuto persone straordinarie, ho potuto personalmente constatare che il bene soverchia di gran lunga ciò che i luoghi comuni ci rassegnano: la maggior parte della popolazione vive quotidianamente un’esistenza capace di realizzare il bene. Certamente ci sono problemi che esigono risposte: dalle criticità esistenti nel settore della sanità alla urgente necessità di potenziare le infrastrutture e alla disoccupazione. Però sono tutti settori in cui ho cercato di supportare l’azione di tutte le istituzioni, coordinando e tenendo specifici tavoli tematici.

Come si è concretizzata quest’azione di raccordo tra le istituzioni?
Innanzitutto con risposte di legalità e con la necessità di interloquire, ad esempio, con sindaci chiamati quotidianamente a incidere sulle proprie realtà.

Qual è l’aspetto più bello di questa terra, quello che può farla crescere?
Bisogna partire dalla società che è in grado di agire con strumenti culturali e con una proficua azione solidaristica come le risposte che i Comuni, le parrocchie, l’associazionismo laico e cattolico hanno dato sul versante dell’accoglienza, conseguendo un risultato notevolissimo. È necessario coltivare processi culturali capaci di consolidare la forza della democrazia e del rispetto della dignità dell’uomo. È necessario cioè che la legalità diventi davvero l’abito di ognuno nella sua quotidianità perché le comunità possano crescere. Lo ripeto. Accanto a tutto ciò non possono promuoversi azioni culturali in grado di sorreggere le comunità e il suo tessuto sociale in cui volontariato, agenzie educative, corpi sociali stanno già svolgendo importanti compiti.

Una doppia azione, dunque, anche per contrastare la ’ndrangheta…
La ’ndrangheta è un’orrida piaga dell’umanità, e la «squadra-Stato» ha dato in questi anni una splendida lezione in ordine al suo contrasto. Un’azione di prevenzione e di repressione che ha irrobustito la fiducia dei cittadini alle istituzioni dello Stato in cui anche gli altri interventi in materia di sviluppo e di crescita del territorio sono essenziali e indispensabili. Per farlo occorre utilizzare la chiave e il senso della collegialità e della medesima direzione di marcia nel segno della legalità.

Insomma, non solo i cittadini, ma anche le istituzioni devono fare squadra?
Dal primo momento in cui sono arrivato qui ho intuito che l’ufficio non poteva essere gestito in maniera ordinaria, routinaria. Per questo sono state attivate le necessarie sinergie allo scopo di conseguire notevoli risultati. Penso ad esempio agli sgomberi di immobili commerciali confiscati che erano tuttora occupati da coloro che non avevano più diritto a utilizzarli. Questa è una testimonianza importantissima perché dà un messaggio chiaro alla popolazione, facendo comprendere che lo Stato c’è, che gli ex proprietari che avevano attività commerciali in luoghi che gli erano stati confiscati non potevano più stare lì.

C’è un pizzico di frustrazione nel vedere che, accanto all’azione repressiva, la risposta amministrativa sul piano delle politiche di sviluppo è carente?
Il prefetto non deve guardare all’«altro fronte» con frustrazione ma con fiducia. Io non sarei così drastico: tante azioni sono state fatte, c’è bisogno di tempo perché maturino. Penso a tanti programmi che sono stati adottati da parte di Regione, Città Metropolitana, Comune. C’è uno «spirito del fare» che rende la Calabria una regione matura. Questo non significa che non ci siano problemi. Però c’è una volontà, un’attenzione a questi problemi che può contribuire alla loro risoluzione, se si lavora tutti insieme.

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