La comunicazione rischia troppo spesso di smarrire il volto concreto delle persone, così la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali – che si celebra oggi in tutto il mondo – richiama giornalisti e operatori dei media a responsabilità. A partire dal tema scelto dal Papa, “Custodire voci e volti umani”, Francesco Zanotti, direttore di Corriere Cesenate e già presidente nazionale della Federazione italiana settimanali cattolici per due mandati, riflette sul senso del mestiere giornalistico: emerge il ritratto di un’informazione chiamata a farsi testimonianza, capace di raccontare la realtà con rigore, delicatezza e rispetto, senza cedere alla logica del tifo, del sensazionalismo e dei titoli urlati.
In questa Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, qual è il primo pensiero che le suscita il tema scelto dal Papa: “Custodire voci e volti umani”?
Con le notizie trattiamo le persone. Anche quando scriviamo una breve. Noi ci occupiamo della vita della gente. Non possiamo mai dimenticarlo. Per questo motivo dovremmo avere sempre il sacro terrore di sbagliare. Dovrebbe fare crescere tantissimo la nostra responsabilità. Voci e volti ben precisi, con il loro vissuto, i legami, le storie, il pregresso. Ecco perché dovremmo sempre astenerci dal dare giudizi. Il nostro compito è quello di raccontare ciò che vediamo. Siamo testimoni. Con la cronaca scriviamo bozze per la storia. Quindi, sempre massima attenzione e cura per le persone coinvolte.
Lei ha più volte richiamato la crisi profonda del giornalismo: che cosa si sta perdendo davvero oggi, oltre alle copie e alle edicole?
Si sta perdendo la ricerca della verità. Oggi vedo un giornalismo da tifo da stadio, schierato tra curva nord e curva sud. Non ci sono verità di individuare, da ricercare, ma amici da sostenere, sempre e comunque. Un giornalismo che non è più tale, trasformato in supporter. Il che, lo posso, dire è assai deprimente. Il web ha amplificato questa tendenza. Grande parte del giornalismo di oggi è militante.
Quale responsabilità ha oggi il giornalismo cattolico?
Potrebbe giocare il ruolo che ha sempre avuto: quello di essere libero. Di non avere padroni da servire, caste da assecondare. Il cardinale Martini parlava di etica del punto di vista. Ho sempre condiviso questo suo pensiero. Dichiarando, fin dalla testata, da quale angolatura si guarda il mondo, si è di certo più liberi di scrutare la realtà secondo il proprio vissuto. Ciascuno di noi rappresenta un filtro. Certo, dovremmo sempre avere a cuore il raggiungimento della maggiore obiettività possibile, visto che un’obiettività assoluta nessuno la può raggiungere. La Verità, quella con la maiuscola, caso mai ci viene incontro.
Lei ha parlato del giornalismo di prossimità come di un’arma con cui “Davide può combattere Golia”. Che cosa vede nei territori che i grandi media, quasi inevitabilmente, non riescono più a vedere?
Vedo la prossimità con la gente. Possiamo fare un giornalismo dal volto umano, personalizzato. Abbiamo la possibilità di farci prossimi, compagni di viaggio, alla maniera dei discepoli di Emmaus. Un esempio: i funerali nei casi in cui muoiono giovani per malattie o incidenti stradali. Un’occasione unica per fare sentire la vicinanza, l’affetto, la condivisione di una comunità. Via allora i sensazionalismi e spazio a parole di speranza concreta, di solidarietà. Come? Prima di tutto con la precisione nel linguaggio, con la delicatezza, sapendo che stiamo trattando della vita di persone che hanno subito strappi molto dolorosi. Questo approccio ci deve caratterizzare. E poi, niente retorica e niente enfasi. No ai titoli urlati.
Il futuro è nella collaborazione tra testate, nella convergenza multicanale o nella difesa ostinata dell’identità di ciascun giornale?
Noi ci abbiamo provato, in Romagna, mettendo insieme tre giornali (Cesena, Faenza e Ravenna), salvaguardando storia, tradizione e presidio del territorio. A settembre, lo dico sottovoce, dovrebbe aggiungersi anche Ferrara. Credo sia la strada da percorrere. Nessuno vuole colonizzare nessuno, anzi. Questo lavoro insieme accresce l’autorevolezza e amplia lo sguardo, aumenta il confronto, dà conforto nel lavoro di ogni giorno, sempre più pressato tra carta e digitale.
Quale paura e quale speranza porta oggi dentro il mestiere del comunicare?
La paura è sempre quella di sbagliare, ma è quella che mi fa muovere ogni giorno con responsabilità. La speranza è legata alla consapevolezza che noi possiamo portare ogni giorno il nostro mattoncino nella costruzione di un’opinione pubblica che, seppure disorientata, anche in maniera inconsapevole ricerca ancoraggi. Forse noi ne possiamo offrire qualcuno.













