Il vero significato della restanza per Vito Teti: una scelta consapevole nel Sud Italia

restare in calabria

Il dibattito sulle dinamiche migratorie dal Sud Italia si arricchisce spesso di riflessioni che superano la semplice contrapposizione tra chi decide di allontanarsi e chi sceglie di rimanere. A partire dalla pubblicazione del saggio “Pietre di pane” nel 2011, l’antropologo Vito Teti ha introdotto nel dibattito pubblico il concetto di “restanza”. Attraverso un’analisi lucida, l’autore descrive la permanenza nei luoghi d’origine non come un atto di passività o di rinuncia, ma come un percorso complesso e profondamente connesso all’esperienza dell’emigrazione. In questa prospettiva, restare in Calabria e nel Mezzogiorno diventa una scelta etica e politica consapevole: un diritto che richiede un impegno attivo per la tutela del territorio e un’azione di contrasto costante contro fenomeni critici come lo spopolamento, le infiltrazioni criminali e la disamministrazione.

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Le origini del concetto e il pensiero di Vito Teti

La prima volta che ho letto di restanza era il 2011. Sul mio comodino c’era “Pietre di pane. Un’antropologia del restare”. Ero tornata a vivere in Calabria da pochi mesi – dopo dieci anni trascorsi a studiare e lavorare fuori – e quel testo, scritto dall’antropologo Vito Teti, furono per me un balsamo. In quelle pagine Teti – che anni dopo ebbi la fortuna di conoscere e ringraziare – provava a strappare il verbo “restare” alla sua condanna più antica: quella di essere sinonimo di immobilità, di rinuncia, quasi di paura del mondo. Già dal prologo, Teti spostava l’asse del discorso e poneva una domanda radicale: davvero restare significa non partire, non incontrare l’altro, non misurarsi con il proprio doppio, con l’alterità, con lo spaesamento? Oppure esiste un modo inquieto, perfino doloroso, di restare, capace di scuotere quanto e più di un viaggio? È da lì che nasce un’idea nuova, e per molti versi rivoluzionaria, del restare.

L’intreccio continuo tra chi parte e chi resta

Dentro Pietre di pane – libro che ogni meridionale dovrebbe avere nella propria libreria – Teti racconta una verità che troppo spesso viene dimenticata: chi parte e chi resta non vivono esperienze opposte, ma profondamente intrecciate. Sono due traiettorie che si guardano, si cercano, si spiegano a vicenda.

Negli anni, la parola restanza è entrata nel lessico comune. Ma, come accade alle parole fortunate, è stata spesso semplificata, usata male, piegata a letture comode. Si è costruita una dicotomia sterile tra chi è rimasto e chi è partito, come se si trattasse di due mondi avversari. Come se ci fosse da decidere chi abbia avuto più coraggio: Ulisse o Penelope. La verità è che la domanda è sbagliata, perché Ulisse parte, ma parte con il desiderio costante del ritorno. Penelope resta, ma il suo non è un restare immobile: è custodire quello che è rimasto, resistere, reggere l’urto dell’assenza. Sono entrambi dentro lo stesso viaggio. E a questa geografia emotiva, oggi, si aggiunge la figura di chi parte e poi sceglie di tornare.

Cos’hanno in comune chi resta, chi parte e chi torna? Il viaggio. Anche chi non si muove mai davvero da un paese, da una casa, da una collina, compie un viaggio. Lo compie dentro il tempo, dentro le perdite, dentro le trasformazioni dei luoghi e di sé. È solo che chi resta viene ancora raccontato come uno che non ce l’ha fatta ad andarsene oppure non ha avuto abbastanza slancio per inseguire i propri sogni. Per anno l’ho creduto persino io e l’ho compreso quando, tornando, sono stata additata come quella che non aveva osato, come se tornare fosse stato un fallimento. Anche in quel caso Vito Teti, mi è venuto in aiuto con i suoi libri, i suoi interventi e i suoi scritti, mostandomi un’altra chiave di lettura: restare come gesto attivo, oppositivo, trasformativo. Ché non basta abitare un luogo: bisogna restituirgli lo sguardo, rileggerlo con cura, assumersene la responsabilità morale, difenderlo da chi lo svuota, lo umilia, lo desertifica. In questa visione, la restanza non è mai passività. È semmai un atto di sovversione.

Un diritto all’appaesamento e una scelta politica

Teti lo ha precisato più volte: fin da quando, nel 2011, ha cominciato a usare questo termine, il restare non è stato pensato come una chiusura localistica, ma come una scelta etica. «Un diritto – spiega Vito Teti in un lungo post Facebook – un nuovo modo di stare al mondo, un senso dell’abitare, una ricerca di appaesamento, che riguarda, anche, se non soprattutto, quelli che sono andati via, che tornano, sono a “mezza parete”, sospesi, hanno il “cuore in mezzo a due pensieri”, vanno e vengono, camminano, cercano. Abitano piccoli villaggi, paesi, periferie, città, banlieus, luoghi di “fine terra”. Un atto sovversivo, liberatorio, il diritto a un luogo in cui produrre, fare musica, teatro, letteratura. venire a patto con la “natura”, con gli animali, con gli altri».

Per questo restare non è comodo. Non lo è mai stato. La restanza, allora, diventa una scelta politica. Controcorrente. Antiliberista. Antidesertificazione. Un gesto che rifiuta l’idea che il Sud debba essere per forza una terra da lasciare o una cartolina da consumare. Una scelta che rivendica, prima di tutto, il diritto di poter decidere: restare, andare, tornare. Senza ricatto.

Il manifesto civile per i giovani del Sud

Occorre quindi liberarsi dal concetto di restanza tipico di persone vinte, così come occorre abbandonare il concetto che il perdente sia chi è partito. In questa sterile controversia non ci sono né vinti né vincitori. Ci sono le storie, i percorsi, di milioni di giovani che hanno il diritto di scegliere se restare, partire o tornare o tutte e tre le cose assieme. E allora sarebbe bello adottare le parole di Vito Teti come un manifesto civile. Un testo che chiama a raccolta tutti i giovani e meno giovani che hanno a cuore la Calabria e il sud. E che per questo va riportato così com’è.

«Lo dico più chiaramente, esplicitamente. Restare non basta, può essere controproducente, se non si afferma una cultura e una pratica oppositiva, se non ci si appropria dei valori, dei paesaggi, del vuoto, delle bellezze in cui viviamo. Restare significa affermare un’antropologia che bandisca finalmente campanilismi, conflitti, rancori, separazioni, maldicenze gratuiti. Chi resta per consegnare, senza accorgersene, la Calabria alla malapolitica, alla mafie, ai retori, ai loro pifferai più o meno occulti, compie l’ennesimo, l’ultimo, tradimento nei confronti della propria terra.

Diciamo la verità. Molte ragazze, tanti giovani, pur volendo restare e mostrare la loro voglia e capacità di fare nei luoghi in cui sono nati e che amano, finiscono con il partire, con il fuggire, sapendo che non potranno più tornare. Fuggono perché non hanno lavoro, perché non ci sono scuole, ospedali, musei, centri sociali, perché non vogliono passare il tempo seduti in macchina, aspettando che qualche “potente” offra loro, rendendoli prigionieri, un lavoro sottopagato e mortificante. Tanti paesi calabresi – sappiamo che l’esodo è un processo complesso, dei lunga durata, voluto anche dai ricchi del Nord e del Sud – hanno “chiuso” per mafia, per faida, perché diventati irrespirabili».

L’etica del viandante e l’impegno per il territorio

«In questo contesto, per quelli che resistono – continua Vito Teti – Restare non è una passeggiata, è un camminare lento e a piede fermo, richiede un’etica del viandante capace di cercare nuove strade, di abbandonsare percorsi già battuti e fallimentari, di sentirsi parte di processi locali e di fenomeni globali. RESTARE è stare con, assieme, in comunione, con tutti quelli che vogliono cambiare le cose, con gli ultimi, con i partiti, con gli immigrati. Significa amare la propria terra, fare rivivere la Terra (Gaia), essere orgogliosi della propria “tradizione” mobile, aperta, dinamica, rifuggire da un “noi” che esclude sempre gli altri, che dà la colpa al forestiero e allo straniero, che ci autoassolve e assolve un ceto politico dirigente, una élite, anche intellettuale, sempre pronta a percorrere la via della lamentela, della rivendicazione gratuita, senza avere in mente un progetto, un’idea di cambiamento, una visione di futuro.

Tutta questa “filosofia” e prassi non sono utopie e sogni campati in aria: guardatevi intorno, nei paesi calabresi, nelle città siciliane e pugliesi, nelle aree interne dell’Appennino e delle Alpi e vi accorgerete che, anche se sarà difficile, qualche luce appare all’orizzonte, in fondo alle montagne e ai boschi, nei vicoli deserti, tra i giovani che cantano e costruiscono. Ancora una volta, dobbiamo decidere, come diceva Costabile, non dobbiamo raccontarci favole e menzogne. Una sottile linea d’ombra separa “rettorica” da persuasione, poesia da miseria, apertura da chiusura, etica da moralismo. Siamo messi, come in tutte le epoche critiche di passaggio (si pensi alla Resistenza), dinnanzi alla scelta.

Chi sceglie di restare deve essere consapevole, convinto, deciso, che sta compiendo una RIVOLUZIONE».

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