«A Maria madre di Gesù, nostro Signore, chiediamo che preghi per noi perché possiamo essere tra coloro che, in nome della Croce del suo amato Figlio, sappiamo essere uomini e donne di benedizione, pacificati e pacificanti, lenti all’ira e grandi nell’amore»
Nella giornata di domenica, in Cattedrale, l’arcivescovo metropolita monsignor Fortunato Morrone ha presieduto in mattinata la Liturgia Pontificale, celebrata alla presenza del Quadro della Madonna.
Nel suo intervento in piazza della Consegna nella giornata di sabato ha più volte sottolineato la necessità dell’impegno dei cristiani nella vita sociale così come per la Pace. Temi riportati anche nella sua omelia di ieri nel commento al Vangelo e alle letture dedicate alla commemorazione dell’esaltazione della Santa Croce.
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). Questa grandiosa affermazione di Gesù nel dialogo notturno intercorso tra lui e Nicodemo richiama il brano dell’Esodo ascoltato oggi nella prima lettura. L’episodio del serpente di bronzo posto su un palo da Mosè per essere guardato dagli Israeliti morsi da serpenti velenosi e ottenere la guarigione, mette in scena una visione primitiva di Dio condivisa dagli ebrei con i popoli antichi. Tuttavia, ispirato dal simbolismo magico sacrale dell’antico culto, Mosè sottrae la figura del simulacro di bronzo del serpente al culto idolatrico per educare il popolo a guardare solo a Dio come l’unico Salvatore e Signore (cfr. Sap 16,7). I serpenti velenosi, dunque, non sono il castigo di Dio per i peccati commessi, ma un forte richiamo del Signore a fidarsi solo di Lui, unica sorgente inesauribile di vita così come aveva annunciato Geremia (2,13).

L’evangelista Giovanni interpreta l’episodio del serpente di bronzo come il simbolo della morte salvifica di Gesù: chi guarda Lui, chi cioè crede nell’Innalzato sul palo della croce, trafitto dal veleno del male umano, avrà vita eterna. Crocifisso dal veleno di ogni ingiustizia e perversione dei figli dell’uomo, il Figlio dell’uomo innalzato è l’immagine reale dell’amore misericordioso del Padre per tutto il genere umano, unico vero antidoto al male che sfigura la bellezza di ogni persona e devasta nella violenta e distruttiva prepotenza ancora oggi questo nostro mondo.
Nicodemo maestro della sacra Scrittura ebraica, credente e osservante della Legge mosaica e della conseguente tradizione dei padri, come altri personaggi del vangelo in cerca di verità, aveva probabilmente percepito un’incompiutezza nella sua vita di fronte alla novità della predicazione del Maestro di Nazaret. Il vangelo di Giovanni ci testimonia che Nicodemo aveva riconosciuto in Gesù la presenza di Dio per i segni che lui aveva compiuto (cfr. Gv 3,2). In verità fino a quel momento il segno clamoroso compiuto da Gesù a Gerusalemme era la cacciata dei mercanti dal tempio. “Maestro d’Israele” Nicodemo aveva colto nell’episodio della purificazione del tempio un segno profetico che metteva in discussione il culto sganciato dalla vita. La religiosità formale ed esteriore, autoreferenziale, esibita da coloro che rappresentavano l’istituzione politica e religiosa d’Israele per coprire l’iniquità delle loro azioni, già precedentemente messa sotto accusa dalla predicazione profetica antico testamentaria, era una delle cause da cui derivava la permanente ingiustizia sociale presente tra il popolo di Dio, veleno che rendeva disumana l’esistenza dei poveri, delle vedove e degli orfani, gli ultimi nella scala sociale.
Nel dialogo notturno Gesù, andando alla radice originaria che infetta la libertà umana e la volge al male, aveva spiegato all’inquieto Nicodemo, turbato per i mali che inquinano la bellezza del piano di Dio per gli uomini, la necessità di una radicale conversione del cuore e della vita, nella forma simbolica di una rinascita dall’Alto dell’azione ricreativa e vivificante dello Spirito: “se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio”. Possiamo intravedere nelle parole di Gesù, trasmesse dalla sensibilità e ispirazione geniale dell’evangelista Giovanni, il contenuto esistenziale del primo comandamento: “Io sono il Signore tuo Dio”, io sono la radice che ti porta, la causa del tuo essere in questo mondo. In altri termini, facendo leva sull’insegnamento di Gesù, l’evangelista rivolgendosi alla sua comunità e oggi a noi, avverte che il battezzato è credente quando riconosce e confessa che la vita è donata dall’Alto, non è una conquista a spese degli altri, non è un’arrampicata sociale sulle spalle altrui per salire nel cielo dell’onnipotenza che la morte prima o poi rende illusoria e irreale, evanescente.
In tal senso solo Colui che è disceso dal cielo, cioè dal grembo eterno del Padre, Gesù, il Figlio unigenito divenuto uomo, può liberarci dal peccato che sta all’origine della disobbedienza alla Parola del Signore: negare ostinatamente di essere stati originati gratuitamente alla vita dall’Alto dell’amore di Dio. È il peccato contro la Luce venuta in questo mondo. È questo il veleno che come in una sorta di complesso d’Edipo inquina e perverte la libertà umana vocata al bene. Ma quando nel cuore umano si uccide il padre, si smarrisce la propria e incancellabile identità di figlio che a sua volta conduce a non riconoscere l’altro come fratello se non come avversario da eliminare o ignorare dalla scena del proprio mondo. La vicenda di Caino in Genesi è, in tal senso, racconto rivelativo e permanente delle tante tragedie umane che continuano a consumarsi sotto i nostri occhi, forse troppo indifferenti: Ucraina, Palestina, Sud sudan, Congo.
Insomma è necessario riconoscere che non siamo padri di noi stessi altrimenti negando il Creatore, da cui discende ogni paternità e maternità in questa storia, inesorabilmente diventiamo padroni degli altri, famelici divoratori della vita altrui, anche di coloro con i quali condividiamo affetti e destini di vita. Negando l’aggancio con Dio diveniamo misura di noi stessi e degli altri e pensandoci di conseguenza come fossimo l’ombelico del mondo, smarriamo ogni vera e autentica capacità di relazione umana fino al punto di uccidere tutti coloro che si oppongono ai nostri irrazionali piani di onnipotenza. Si tratta della superbia della vita principio di ogni peccato (Sir 10,15; 1 G 2,16) che richiama l’hýbris dell’antica cultura greca, tracotanza che porta alla violazione di ogni buon senso e di quelli che sono i limiti naturali e sociali, oggi possiamo aggiungere la sfrondata violazione del diritto internazionale da parte dei potenti di questo mondo.
Guardare all’“innalzato” sul patibolo della croce, comporta credere che non c’è altra via di redenzione per tutta l’umanità se non quella tracciata da Gesù, che di sé afferma: “il Figlio da sé stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo” (Gv 5,19). Per questo è solo Lui l’immagine umana del Padre “che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito”, un Dio cioè che nel suo Gesù, come ci ricorda oggi san Paolo, è capace, contro ogni logica umana di dominio, di “svuotarsi” nel perdono illimitato, assumendo totalmente la nostra stessa condizione storica con tutte le sue contraddizioni e brutture. Il veleno di ogni male, può essere reso innocuo e trasformato, sub contraria specie, solo dalla Croce del Signore, cioè dall’amore misericordioso di Dio rivelato nel suo Gesù, obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.
“Innalzato” accanto a tutti gli scartati della storia, nel suo Figlio crocifisso, Dio si rivela il Padre della misericordia di fronte al quale non ci sono meriti, non c’è contraccambio o restituzione, ma solo assoluta grazia che provoca la fede e responsabilizza l’agire del credente nell’ambito della vita sociale, amministrativa, sanitaria, educativa, ecclesiale. La salvezza viene da questa fede in Colui che chiede di essere seguito sulla via della vita, ma passando per la porta stretta della croce, cioè imparando ad amare come Lui ha amato noi, perdonandoci come Lui ci ha perdonato, perdono che si rivela quale un’unica arma che disattiva il circuito vendicativo e mortifero dell’occhio per l’occhio dente per dente e fa esplodere quella pace disarmata, che non impone, non minaccia, non alza barriere, e disarmante che solo il Crocifisso Risorto può assicurarci, così come Leone XIV ci ha insegnato nel suo primo saluto da papa.
La sfida lanciata da Gesù a Nicodemo continua a provocarci poiché mette in discussione una religiosità che ieri come oggi tende a raffigurarsi un Dio a propria immagine e somiglianza, adattato alle proprie esigenze secondo i canoni mondani dei propri interessi economici, sociali, politici, ecclesiastici. In nome di questo “dio” religiosamente accomodato alle proprie esigenze e paure, alle proprie manie politiche e sociali di grandezza si uccide, si ruba, si mente, si calunnia, si adultera l’amore e l’amicizia, si distrugge la terra con i suoi abitanti, si calpesta ogni minimo diritto di esistere agli esseri umani. Per questo la predicazione cristiana di Cristo crocifisso permane nell’essere scandalo poiché distrugge il tempio mondano di ogni religione con tutti i suoi riti esteriori e inquieta i sogni di dominio e di perverso e violento potere sugli altri il cui unico comandamento idolatrico è mors tua vita mea.
La croce pertanto non è per noi cristiani un amuleto o un gioiello da appendere al collo, magari con accanto qualche cornettino rosso per debellare magicamente vari malesseri esistenziali, né un simbolo da ostentare nelle piazze sociali e politiche per segnare la conquista di un territorio o la sacralizzazione di un ambiente.
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Al contrario la Croce del Signore è professione della fede che impregna e impegna responsabilmente la vita quotidiana dei discepoli del Signore, silenziosa e provocante denuncia forte e mite, misericordiosa e tenace, pacificamente combattiva e tenacemente speranzosa, di ogni ingiustizia che tutti noi possiamo commettere a danno dei deboli, di chi non ha parola né casa né affetti né patria né terra da coltivare né sogni da realizzare. Volgere lo sguardo al Crocifisso è l’atto di fede in Colui che facendo suo il grido degli oppressi che sale dagli abissi della storia, l’ha trasformato in grido di speranza assunto da Maria madre di Gesù nel suo consolante Magnificat: “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”.
Certo i fatti della storia contemporanea sembrano contraddire il cantico mariano, poiché narrano tuttora vicende drammatiche. Tuttavia chi ha accolto la via tracciata dal Signore Gesù inviato dal Padre “non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” ha creato intorno a sé spazi di grande umanità e di immensa benedizione poiché in nome del Crocifisso ha dato speranza nutrendo gli affamati, accogliendo i migranti, visitando i carcerati, promuovendo la creatività e i sogni dei giovani, curando gli ammalati e consolando gli smarriti di cuore, educando alla vita bella e pacificante del Vangelo. A Maria madre di Gesù, nostro Signore, chiediamo che preghi per noi perché possiamo essere tra coloro che, in nome della Croce del suo amato Figlio, sappiamo essere uomini e donne di benedizione, pacificati e pacificanti, lenti all’ira e grandi nell’amore.












