Intelligenza artificiale e giovani: i rischi della dipendenza cognitiva

intelligenza artificiale e giovani

Ai Overview: Nel dibattito sull’impatto delle nuove tecnologie, l’uso dell’intelligenza artificiale solleva interrogativi cruciali legati alla formazione del pensiero critico, in particolar modo tra i più giovani. L’articolo esamina come, storicamente, l’introduzione di strumenti come la televisione, internet e i social media sia avvenuta senza un’adeguata educazione preventiva, generando conseguenze cliniche e relazionali documentate per gli adolescenti. Il testo analizza criticamente il concetto di “nativo digitale”, evidenziando come la semplice familiarità con i dispositivi non coincida affatto con una competenza d’uso consapevole. Rispetto ai precedenti mezzi di comunicazione, l’intelligenza artificiale generativa pone una criticità ulteriore: agisce come un interlocutore attivo capace di fornire risposte su misura, aumentando il rischio di sviluppare una dipendenza cognitiva e rendendo imprescindibile un tempestivo intervento educativo da parte degli adulti.

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Il debito cognitivo e le tecnologie

Nel primo articolo di questa serie abbiamo visto come delegare il pensiero all’IA produca un debito cognitivo reale, documentato dalla ricerca. Una domanda però restava aperta: perché, con ogni nuova tecnologia, ripetiamo lo stesso errore? La risposta non è nuova.

Avere familiarità non significa essere consapevoli

Con la televisione ci siamo detti: va bene, basta non esagerare.

Con internet: va bene, ma attenti ai pericoli.

Con i social media: va bene, ma poi ci siamo ritrovati a fare i conti con dipendenze, ansia, cyberbullismo e una generazione di adolescenti più fragile della precedente. Ogni volta abbiamo introdotto uno strumento potentissimo senza formare, prima o almeno contestualmente, la capacità critica necessaria per usarlo con consapevolezza. Stiamo per ripetere lo stesso errore con l’intelligenza artificiale. Con una differenza cruciale: l’IA non è uno schermo passivo che mostra contenuti prodotti da altri.

È un interlocutore attivo che si adatta a ciascuno di noi, risponde con sicurezza, lusinga e, almeno in apparenza, non sbaglia mai. E per capire cosa fare oggi, bisogna avere il coraggio di guardare con onestà agli errori già commessi, senza autoassolversi. Cosa ci ha impedito di farlo? La risposta è sempre la stessa: la convinzione, mai messa in discussione, che i figli si adattassero da soli alle tecnologie e che la loro familiarità con gli strumenti digitali fosse equivalente alla capacità di usarli consapevolmente e criticamente.

Il mito del nativo digitale

Il caso dei social media è il più recente e il più istruttivo. All’inizio, l’entusiasmo era travolgente: connessione, condivisione, nuove comunità. Pochi si fermavano a chiedersi cosa succedesse alla mente di un adolescente esposto per ore al giorno a un flusso continuo di immagini, confronti sociali e gratificazioni istantanee. Dieci anni dopo, i conti si presentavano sotto forma di dati epidemiologici preoccupanti: aumento dei disturbi d’ansia, calo dell’autostima, difficoltà relazionali diffuse. Il problema, storicamente, non è mai stato lo strumento in sé. È stata la mancanza di consapevolezza con cui lo abbiamo introdotto nelle vite dei nostri figli, dando per scontato che sapessero usarlo bene solo perché ci erano cresciuti dentro. Il cosiddetto mito del nativo digitale (l’idea che i bambini cresciuti con gli schermi siano naturalmente attrezzati per usarli in modo critico) è stata, come ha osservato lo psichiatra Serge Tisseron, una teoria che ha fatto comodo soprattutto ai produttori di questi strumenti. Ha sollevato genitori e istituzioni da una responsabilità educativa che non poteva essere delegata a nessuno, con il risultato di una generazione esposta precocemente a tecnologie potenti, senza gli strumenti cognitivi ed emotivi per gestirle.

Con l’IA il rischio è più insidioso

Con l’IA il salto qualitativo è ulteriore e per certi versi più insidioso. I social media mostravano contenuti prodotti da altri esseri umani: era possibile, almeno in teoria, imparare a riconoscere la distorsione, la propaganda, la messa in scena. L’IA generativa produce contenuti nuovi, su misura, in risposta diretta all’utente. Risponde a qualsiasi domanda con sicurezza, anche quando i suoi output contengono errori, semplificazioni o bias non dichiarati. È progettata, come ha spiegato la professoressa Manuela Stranges, per sembrare sicura anche quando sbaglia. Ha ereditato i pregiudizi degli esseri umani che l’hanno addestrata, ma li restituisce con l’autorità apparente di un oracolo. Un figlio che si abitua a fidarsi di questa voce senza interrogarla sviluppa una dipendenza cognitiva sottile e difficile da riconoscere e contrastare. Ma la risposta educativa esiste ed è alla portata di ogni genitore. Prima, però, bisogna capire cos’è davvero il pensiero critico e perché è precisamente la competenza che l’IA mette più seriamente a rischio.

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