Don Bruno Bignami, sacerdote cremonese e direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i Problemi sociali e il lavoro, è stato intervistato in occasione della Giornata del Creato, celebrata lo scorso primo settembre, sul legame tra pace e cura del creato.
Perché oggi pace e cura del creato non possono più essere separate?
«Pace», nella cultura biblica, è shalom: non esprime la semplice assenza di guerra, ma la pienezza delle relazioni tra Dio, i fratelli e le sorelle e il creato. Per questo pace e cura del creato vanno a braccetto: ogni volta che le separiamo sbagliamo obiettivo e non perseguiamo né l’una né l’altra. Leone XIV, nel Messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per la Cura del Creato 2026, ricorda che «la guerra produce ferite che vanno ben oltre il campo di battaglia […] lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni». L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi e mina la sicurezza alimentare, alimentando povertà e nuove tensioni sociali. Ogni guerra uccide vite umane e distrugge la creazione, a volte in modo irreversibile: in alcune azioni militari si usa il fosforo per impedire al nemico di coltivare la terra per decenni. Alcune bombe inquinano i terreni e annientano l’agricoltura, come in Ucraina, il granaio dell’Est Europa. Il magistero della Chiesa fa bene a richiamarci a tenere connessi questi temi: ogni separazione è dannosa.
La cura del creato è spesso vista come tema ambientalista. Per la Dottrina sociale della Chiesa, invece?
È una questione profondamente umana. Tra i credenti c’è ancora molta ignoranza sulla Dottrina sociale della Chiesa: non la si conosce, non la si studia. Da qui l’equivoco di considerare le questioni ecologiche come ambientaliste. Dopo la Laudato si’ di papa Francesco (2015), questa ignoranza non è più innocente ma gravemente colpevole: per un credente è inammissibile. Il magistero sociale parla di «ecologia integrale» per indicare la stretta connessione tra problemi sociali e ambientali: l’ecologia è questione antropologica e umana. La Laudato si’ ricorda che quando parliamo di ambiente facciamo riferimento anche a una relazione, quella tra la natura e la società che la abita: «Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati» (LS 139). Lo conferma l’ondata di calore che ha colpito le nostre comunità per settimane nell’estate 2026: anziani e persone fragili, lavoratori costretti a operare all’aperto, raccolti e produzioni di latte ridotti. Siamo interdipendenti, eppure se ne parla poco: la crisi climatica viene derubricata a stranezza del meteo. Diventiamo tifosi, non responsabili.
A dieci anni dalla Laudato si’ e dopo la Laudate Deum, a che punto siamo nella recezione ecclesiale dell’ecologia integrale?
Il bicchiere può apparire mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda dello sguardo. Molti cattolici si sono lasciati provocare dalla Laudato si’, non in astratto ma in concreto: nascita di comunità energetiche rinnovabili, cooperative di comunità, agricoltura biologica e sostenibile, raccolta differenziata, economia circolare. L’ecologia integrale ha rappresentato un nuovo paradigma per un modello di sviluppo alternativo. Tuttavia, la Laudate Deum, pubblicata nel 2023, ha dovuto risvegliare gli animi: papa Francesco denunciava che «non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura» (LD 2). Una parte di cattolicesimo continua a chiudersi, senza aver compreso il significato teologico dell’impegno ecologico: l’ideologia di cui è impregnata fa da paraocchi rispetto allo sguardo evangelico. Per questo papa Leone parla di «crisi etica e culturale»: per costruire una società pacifica non basta riformare le strutture, occorre rinnovare i cuori.
In territori fragili come il Sud e la Calabria, la questione ambientale si intreccia con povertà, spopolamento, dissesto, legalità e sviluppo. Quale contributo può offrire la Chiesa?
Il Sud soffre di due problemi connessi: uno culturale, con radici anche spirituali, e uno economico. Il Mezzogiorno custodisce patrimoni straordinari, ma talvolta la corruzione sociale ha finito per trascurare i beni comuni e spento il desiderio di migliorare il territorio. Dove imperversa il controllo delle mafie ci si sente topi in gabbia; dove invece prevale la cultura del bene comune basta un giro per accorgersi della cura degli spazi condivisi: il verde, gli alberi, le aiuole. Quando manca questa cultura si accettano discariche a cielo aperto e prevale la logica di dare spazio al potente di turno. C’è anche una ragione economica: le risorse restano disperse in mille rivoli, per una politica che preferisce dare mance piuttosto che investire in progetti di ampio respiro. La fuga dei giovani dalle aree interne genera una sorta di depressione collettiva, pur esistendo esperienze virtuose che meritano di essere valorizzate. Il contributo delle Chiese del Sud può essere determinante nel cambiare mentalità, formando coscienze responsabili nella cura per l’ambiente come bene di tutti.
I giovani sembrano più sensibili degli adulti ai temi ambientali, ma rischiano anche disillusione e rabbia. Come accompagnarli in un orizzonte cristiano di speranza e responsabilità in un’epoca costellata di polarizzazioni estreme?
I giovani intuiscono quello che gli adulti non comprendono: ricevono in eredità un mondo peggiore di quello conosciuto dai loro padri. Questa consapevolezza può generare rabbia e disillusione: ha portato molti in piazza per il clima, ma ha creato in altri ancora più rassegnazione, perché «tanto non cambierà mai niente». Anche la stagione dei Fridays for Future sembra aver esaurito la sua forza propulsiva. Eppure, abbiamo bisogno di momenti collettivi di lotta e di progettualità perché aspirazioni e sogni possano trovare sbocco in disegni politici. È qui che la comunità cristiana può accompagnare i giovani: nella formazione sociopolitica, educando alla cittadinanza responsabile, a sentirsi parte di una comunità di destino. L’ecologia integrale abbraccia problemi sociali e ambientali dentro una visione cristiana della creazione. E non possiamo rinunciare ad ascoltare i giovani, a lasciarci cambiare dalla loro sensibilità: ci offrono uno sguardo diverso sul mondo. Sono il presente.













