Iran, la fabbrica della paura: analisi delle proteste di piazza e della strategia del terrore

L’etichetta di nemico religioso viene usata dai tribunali per giustificare esecuzioni sommarie e trasformare il panico in un’arma di controllo totale
Iran woman


L’Iran attraversa una fase di profonda turbolenza che interroga non solo gli equilibri regionali, ma le stesse dinamiche di gestione del potere e del dissenso all’interno della Repubblica Islamica. Quella che inizialmente poteva apparire come una rivendicazione di natura prettamente economica, legata all’inflazione e al carovita, si è rapidamente trasformata in una sfida politica e sociale più ampia, mettendo in discussione i fondamenti stessi della legittimazione statale. Di fronte a piazze che non chiedono più soltanto riforme ma riconoscimento, la risposta delle istituzioni si è articolata attraverso una strategia complessa che affianca alla coercizione fisica un sistematico oscuramento mediatico e una narrazione tesa a criminalizzare ogni forma di opposizione interna, spesso rubricata come manovra eterodiretta. In questo scenario, l’analisi sociologica diventa uno strumento indispensabile per comprendere come la paura venga utilizzata quale leva di governo e quali siano i rischi reali di una deriva che vede contrapposti un apparato repressivo rigido e una società civile che cerca faticosamente la propria voce, tentando di evitare le insidie di possibili strumentalizzazioni geopolitiche.

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La sfida dei corpi e la crisi di legittimazione

Teheran, fine dicembre. In una fotografia che ha fatto il giro dei canali informali, un manifestante resta seduto sull’asfalto: di fronte, la fila dei caschi si addensa e si avvicina, come un’inquadratura che stringe.

È il potere che entra nella scena per riprendersi il controllo. non è solo una sfida, è un corpo che incrina la paura come fondamento dell’ordine. Perché la protesta, quando si fa massa, non contesta soltanto una scelta economica o una norma: mette in crisi le forme di legittimazione e, con esse, il modo stesso in cui l’obbedienza viene prodotta.

Secondo diverse ricostruzioni, la miccia di questa nuova ondata è stata economica: svalutazione della moneta, inflazione e impoverimento quotidiano, con l’innesco nel bazar di Teheran e una rapida estensione ad altre città. È il copione classico delle crisi di fiducia: la sofferenza materiale diventa linguaggio politico e, in poche settimane, la domanda di “pane” si salda alla domanda di “riconoscimento”.

È qui che la lente sociologica mette a fuoco ciò che la cronaca, da sola, rischia di lasciare sullo sfondo. In una lettura critica, il ricercatore iraniano Sedghinia sostiene che l’Iran mostri una configurazione politica e sociale fuori asse: non solo il regime, ma anche una parte dell’opposizione rischierebbe di restare prigioniera di un immaginario radicalizzato, dove si mescolano nazionalismo identitario, leadership carismatica, culto del mercato e la tentazione di incorniciare la rivolta come pedina internazionale, fino all’ipotesi di un intervento esterno.

Da questo punto di vista, la risposta del potere non può essere archiviata come semplice “ordine pubblico”. È un’architettura del controllo: colpisce i corpi, ma soprattutto tenta di spezzare legami, disarticolare le narrazioni pubbliche e sottrarre legittimità al dissenso. La repressione contemporanea non mira solo a zittire: mira a rendere la protesta impronunciabile.

Numeri contesi: anche la contabilità è potere

Su vittime e arresti i bilanci restano opachi, e questa incertezza è già parte della partita. Fonti governative hanno ammesso un numero di morti nell’ordine delle migliaia, attribuendo la responsabilità a presunti “terroristi” guidati dall’esterno. Reti di monitoraggio e organizzazioni per i diritti umani indicano stime più alte, mentre organismi internazionali parlano di centinaia di vittime e migliaia di arresti.

A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le ricostruzioni dell’opposizione in esilio: Iran International (testata anti-regime con sede a Londra) sostiene che le vittime potrebbero essere nell’ordine delle decine di migliaia e diffonde video che mostrerebbero corpi in strutture sanitarie e centri forensi. È un dato che impone un surplus di cautela, perché in assenza di riscontri indipendenti pieni la misura esatta resta difficile; ma dice qualcosa di essenziale: quando i fatti non sono verificabili, diventano contendibili — e quindi più “governabili”.

Blackout: spegnere la testimonianza

Dentro questo impianto del controllo, la gestione delle comunicazioni è un perno. Organizzazioni come Human Rights Watch e Access Now denunciano che il blackout digitale ostacola documentazione e soccorsi e finisce per coprire abusi e violenze. Anche le vie alternative vengono contrastate: secondo un’inchiesta dell’ABC australiana, si tenta perfino di disturbare la connettività satellitare.

In chiave sociologica, il blackout funziona come de-socializzazione del conflitto: interrompe la prova pubblica, indebolisce la solidarietà, produce isolamento. E nell’isolamento la paura diventa più efficace di qualsiasi pattuglia.

La colpa esterna: trasformare cittadini in nemici

Il secondo pilastro è narrativo. Il potere non dice: “c’è dissenso”. Dice: “c’è sabotaggio”. Teheran ribadisce la linea della colpa esterna: Washington e Tel Aviv sarebbero dietro l’escalation, mentre l’escalation viene attribuita a “terroristi” manovrati dall’esterno.

È la securitizzazione del dissenso: un’operazione che rovescia lo statuto della piazza. Il cittadino diventa un “agente”, la protesta una “minaccia”, e la repressione si presenta come difesa della nazione. A quel punto la propaganda si traduce in diritto penale: ai manifestanti può essere applicata l’etichetta di mohareb (“nemico di Dio”) o, in alcuni casi, l’accusa di “corruzione sulla terra”, qualificazioni giuridiche che trasformano il dissenso in colpa assoluta e spalancano la via a pene esemplari.

Questa costruzione prepara il salto più duro: la pena capitale come deterrenza sociale.

Pena di morte: la repressione come pedagogia del terrore

Organismi internazionali segnalano un’escalation nell’uso della forza e temono processi e condanne contro i cittadini in protesta. Iran Human Rights avverte che, dopo procedimenti sommari, potrebbero arrivare esecuzioni, richiamando precedenti che rendono la minaccia credibile.

In questa cornice, la pena di morte è un avvertimento pubblico: non mira solo a punire, ma a trasformare la protesta in rischio totale e a rendere la paura più efficiente della solidarietà.

Il rischio di cattura: tra violenza di Stato e scorciatoie geopolitiche

Sedghinia avverte che la sollevazione rischia di restare stretta fra due gabbie: la coercizione statale e una parte dell’opposizione – soprattutto monarchica e nazionalista – che tenta di incanalarla in una cornice internazionale, fino a invocare interventi militari esterni.

Sullo sfondo torna il nome di Reza Pahlavi, evocato da settori dell’opposizione e da una parte della diaspora. Può offrire un riferimento a una protesta frammentata, ma può anche spostarne l’asse, trasformando una rivolta per salario e cittadinanza in terreno di contesa tra potenze e leadership in esilio. È un monito valido anche per l’Occidente: sostegno sì, appropriazione no.

Perché qui non si gioca una partita tra Stati, ma la possibilità stessa di una vita vivibile. E ogni blackout, ogni arresto, ogni capo d’accusa penale diventa un modo per cancellare la protesta dalla sfera pubblica prima ancora che dalle strade.

*Sociologo

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