La biografia del cuore. I familiari raccontano don Santo Franco

Svestita la talare, chi era don Santo Franco? Una domanda lecita in virtù dell’iter dell’intitolazione della piazza principale di Cataforio, sua storica parrocchia. L’abbiamo chiesto ai due fratelli viventi del sacerdote reggino, originario di Pellaro, dove i suoi congiunti ancora oggi vivono. A rispondere alla domanda sono stati i fratelli Francesca e Gregorio e la nipote Maria che hanno aperto lo scrigno dei ricordi per consegnarci una descrizione intima di quel loro fratello che da giovanissimo scelse il Seminario minore e alla Chiesa dedicò la sua vita. Una risposta alla vocazione che fu supportata dalla famiglia che da sempre incoraggiarono il giovane don Santo sulla via del sacerdozio. Il resto lo fecero due caratteristiche del suo carattere, forgiato durante i due conflitti mondiali: l’integrità morale e la bontà d’animo.


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Due aspetti che possono apparire come opposti, ma che – in realtà – sono pressoché complementare. «Era rigido, pignolo » ci dicono, raccontandoci aneddoti di vita vissuta durante i due giorni a settimana in cui si concedeva qualche ora di riposo dalla cura delle sue comunità (in ordine cronologico San Pantaleone, Marina di San Lorenzo, Cataforio e San Salvatore). «Tornava ogni martedì e venerdì a casa», ci spiegano. Una puntualità che ne tratteggia ancor più il suo essere meticoloso, fino allo sfinimento. Una cura del dettaglio che, però, non lo rendeva “distante”: si prendeva cura di tutti, lo faceva con amore e serietà. «Quando mia sorella decise di sposarsi con un uomo iscritto al Pci, fu lui a intercedere con mio padre – ci racconta Gregorio – affinché non ci fosse un atteggiamento pregiudiziale di chiusura». Un aneddoto ricordato anche dalla nipote, Maria Franco, docente e scrittrice: «Tra mio padre, iscritto al Pci, e lui, c’era un dibattito che continuava nel tempo: una polemica intrisa di affetto e di stima». Altri tempi, in cui la lotta politica e le contrapposizioni ideologiche dividevano le famiglie.

La professoressa prosegue il suo ricordo dello zio don Santo Franco: «Cataforio ha fatto parte della mia infanzia e della mia giovinezza. Ci andavo soprattutto con mia nonna che, di tanto in tanto, saliva in paese, c’era una corriera sbuffante e rumorosa, a sovrintendere alla cura del figlio, parroco, affidata quotidianamente ad una signora che svolgeva compiti da perpetua, e, talvolta, con mia madre, quando bisognava cucinare qualcosa di meglio per le visite del vescovo o dei preti della forania, che lì si riunivano. Ricordo le celebrazioni intense nella parrocchia, il paese che si radunava in chiesa, le processioni verso il cimitero, il film proiettato in piazza su un lenzuolo. Ricordo, in particolare, la spartana sobrietà della canonica: dove c’erano tantissimi libri, ma non l’acqua e, in bagno, c’era una brocca col lavamano di smalto bianco su un treppiedi di rame».


PER APPROFONDIRE: Don Santo Franco, un prete semplice: parla monsignor Curatola


Dopo il pensionamento, don Santo Franco tornò nella sua Pellaro, celebrando nella parrocchia del luogo e vivendo gli ultimi anni della sua vita al fianco dei fratelli. «L’ultima volta che gli parlai, in realtà non lo vidi. Ero passata a salutarlo e la badante mi disse che stava riposando. Dopo la morte, mettendo a posto alcuni suoi libri, insieme alla mia cugina più giovane, mi è capitato di leggere qualche piccolo appunto che aveva scritto durante la malattia di cui soffrì negli ultimi anni: parole misurate che consentivano d’affacciarsi su un’anima impregnata di misticismo. Lui, così esperto di pratica quotidianità confessava, con umile sincerità, il suo rapporto con la sofferenza: l’essere, l’ormai, nelle stazioni della Via Crucis», racconta la nipote Maria. «Sono stato con lui fino alla fine», ci dice commosso Gregorio che, parlando della dipartita del fratello, perde la sua caratteristica di uomo d’altri tempi, lasciando spazio alla tenerezza. Era il 3 ottobre 2011; domani, alle 18.30 si terrà una Messa in suffragio, a Cataforio, celebrata da monsignor Vittorio Mondello, arcivescovo emerito di Reggio Calabria–Bova.

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