A quarantuno anni dalla morte, l’eredità di Marc Chagall continua a far dialogare fedi diverse attraverso l’arte. Nato in una famiglia ebraica chassidica nell’Impero zarista, il pittore ha attraversato le tragedie del Novecento mantenendo un costante confronto con il testo biblico. Dalla “Crocifissione bianca”, opera che ha colpito profondamente papa Francesco, fino alle vetrate realizzate per chiese e sinagoghe in Europa e a Gerusalemme, il suo lavoro ha rappresentato un ponte visivo tra giudaismo e cristianesimo. L’artista ha saputo trasporre il dolore delle persecuzioni e l’affetto per la moglie Bella in una ricerca spirituale, vivendo il proprio impegno creativo come una preghiera laica e un modo per custodire il senso del sacro.
Il dipinto amato da papa Francesco
Davanti a quel dipinto papa Francesco si è fermato più volte pur non essendo un’opera della tradizione cattolica e pur non recando la firma di un artista cristiano. È la Crocifissione bianca di Marc Chagall, dipinta nel 1938, poche settimane dopo la Kristallnacht. Al centro della tela, un Cristo spogliato di ogni iconografia occidentale: niente corona di spine, niente perizoma. Al loro posto un tallit, lo scialle di preghiera ebraico, e un panno sul capo, come quello di un pastore. Attorno, sinagoghe in fiamme, profughi in fuga, rotoli della Torah calpestati. L’iscrizione sopra la croce è in aramaico.
Le radici bielorusse e i drammi del secolo
Chagall è nato nel 1887 a Vitebsk, nello shtetl bielorusso dell’Impero zarista, primogenito di nove figli in una famiglia chassidica. Morì il 28 marzo 1985, esattamente quarantuno anni fa, a Saint-Paul-de-Vence, nel sud della Francia. In mezzo, una vita attraversata da due guerre mondiali, una rivoluzione, la Shoah, l’esilio e una serie interminabile di sradicamenti. Ma anche un dialogo ostinato con la Sacra Scrittura, condotto dalla giovinezza fino alla vecchiaia.
L’alfabeto colorato della Scrittura
Il rapporto con la Bibbia fu per Chagall il centro della sua arte. «I pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che era la Bibbia», diceva.
Il Cristo inteso come martire ebreo
Dagli anni Trenta in poi studiò il testo sacro con dedizione sistematica, intraprese un viaggio in Egitto, Siria e Palestina per vedere i luoghi delle narrazioni bibliche, e lavorò per oltre un decennio alle gouache e alle incisioni che avrebbero formato il ciclo del Message Biblique, le diciassette grandi tele donate alla Francia e oggi custodite nel museo nazionale di Nizza, inaugurato nel 1973. Genesi, Esodo, Cantico dei Cantici: Chagall abitava il testo sacro. I suoi Abramo, i suoi Mosè, i suoi angeli sono sospesi in uno spazio che è insieme memoria e visione. Di quella sospensione la Crocifissione bianca è forse l’espressione più lacerante. Nel 1977, ormai novantenne, Chagall chiarì il senso della figura che lo aveva accompagnato per tutta la vita: «Per me Cristo ha sempre simboleggiato il vero tipo del martire ebreo. È così che lo compresi nel 1908, quando usai questa figura per la prima volta. Fu sotto l’influenza dei pogrom». Il suo Gesù è un innocente che soffre senza la certezza della resurrezione, un ebreo tra gli ebrei, la cui croce riassume la persecuzione di un intero popolo. Proprio per questo, quel Cristo in tallit ha finito per parlare ai cristiani di ogni confessione. Chagall lo sapeva: la tela era concepita per scuotere le coscienze cristiane, identificando i carnefici di Gesù con i persecutori degli ebrei d’Europa.
L’arte vetraria per cattedrali e sinagoghe
Questo artista radicato nella tradizione ebraica chassidica dedicò gli ultimi trent’anni della sua vita a riempire di luce chiese e cattedrali cristiane. A partire dal 1952, quando rimase folgorato dalle vetrate medievali di Chartres, Chagall si dedicò all’arte vetraria sotto la guida del maestro Charles Marq. Lavorò per la cattedrale di Metz, per quella di Reims, per lo Fraumünster di Zurigo, per la chiesa di Tudeley nel Kent, per Santo Stefano a Magonza, e ancora per la sinagoga dell’ospedale Hadassah a Gerusalemme. «Per me una vetrata è una parete trasparente posta tra il mio cuore e il cuore del mondo», spiegava.
Un ponte tra fedi diverse
L’ispirazione biblica, nutrita dalla formazione chassidica, fu la tavolozza di fondo di queste opere realizzate per edifici di culto di fedi diverse, un dialogo interreligioso fatto non di parole, ma di colore e di luce.
Il sodalizio con Bella Rosenfeld
Anche l’amore fu un tema caratteristico della sua arte, ma mai separato dal sacro. Bella Rosenfeld, sposata nel 1915 con rito ebraico e morta nel 1944 negli Stati Uniti, resta la presenza che attraversa tutta la sua opera: «Io aprivo soltanto la finestra della stanza e l’aria azzurra, l’amore e i fiori entravano con lei», scrisse Chagall nella sua autobiografia, La mia vita.
Il lavoro al cavalletto vissuto come preghiera
Le coppie che volano sopra i tetti di Vitebsk, gli abbracci sospesi nel cielo tra galli e violinisti sono una professione di fede nell’amore come forza che solleva dal peso della storia e della persecuzione. «Io sono un mistico. Non vado in chiesa o in sinagoga. Per me lavorare è pregare». Così si condensa forse l’eredità più duratura di Chagall. La sua fu la convinzione, verificata tela dopo tela, vetrata dopo vetrata, che l’atto creativo potesse custodire e trasmettere il senso del sacro in un secolo che lo stava smarrendo. A quarantuno anni dalla sua morte, quella parete trasparente tra il suo cuore e il cuore del mondo non ha smesso di filtrare luce.













