La riflessione della prof: «Scuola, luogo della condivisione»

C’è stato un tempo in cui il primo ottobre iniziava la scuola. Ma poi, sotto i colpi dell’autonomia gestionale, questa data ha lasciato il posto ai calendari che annualmente segnano avvio e chiusura dell’attività didattica nelle varie regioni italiane. Qualche altro ricordo forzato dalla pinza del tempo? Le bocciature spauracchio, ad esempio, che hanno lasciato nel giro di un paio di decenni il posto alle “garbate” non ammissioni alla classe successiva. Ma adesso l’indicazione sembra essere chiara, inequivocabile: includere significa programmare e realizzare situazioni educative tali da consentire a tut- ti il conseguimento del successo formativo. Non ammissioni ridotte al minimo nella scuola primaria e secondaria di primo grado, sospensioni di giudizio contenutissime nelle scuole superiori. In queste ultime si attende il nuovo esame di maturità annunciato per il 2018/19, mentre l’alternanza scuola lavoro va a regime, consegnando agli studenti dell’ultimo anno un tempo scuola denso di impegni (alternanza, appunto, Orientamento in uscita, simulazioni di seconda e terza prova oltre che – in alcune scuole – di colloquio d’esame): riusciranno i nostri eroi a sviluppare le necessarie competenze che consentiranno loro di affrontare la Maturità con realistiche possibilità di un successo personale, autonomo, consapevole? Ce la faranno ad acquisire conoscenze interconnesse, utili allo sviluppo di competenze sociali? Ce la faranno a diventare grandi? Mentre il dibattito su questi argomenti accende le tastiere dei social people non sempre competenti in materia, arrivano confuse indicazioni anche su un altro settore: l’uso dei cellulari in classe. E qui la pinza del tempo è andata veloce. In principio era il telefonino, di pochi, studenti con famiglia tecnologica e qualche soldino in più. Poi fu possesso di tutti. Dall’ultimo al banco partivano messaggi per un risultato, una traduzione. Poi ci fu l’accesso ad internet con l’impossibilità di garantire l’autenticità di una semplice versione di Cesare. A questo punto arrivò il divieto: niente più cellulari da consegnare alla prima ora di lezione per venir ripresi a fine giornata. Poi ci furono i doppi cellulari: consegna di vecchi modelli e mantenimento clandestino dei nuovi, superaccessoriati, con i giochi più belli. Il collegamento tra i banchi diventava ludico; si giocava, si perdeva o si vinceva. Ultima indicazione: si consiglia un uso ragionevole e concordato col docente per finalità di studio. La notizia, tutto sommato, è positiva: generalmente ciò che non è più vietato perde il suo fascino e, forse, davanti alla possibilità di usare il cellulare, gli studenti lo lanceranno dalla finestra dell’aula. Cara pinza del tempo, non sono i cambiamenti a spaventare: essi sono la forza del sistema scolastico, la misura della sua vitalità. Ciò che ingenera perplessità è il sospetto che le ondate normative continue celino un’assenza di progetto globale sulla persona e che si navighi a vista senza neanche un radar. L’augurio è che si comprenda cosa mettere dentro lo zainetto del viaggio: strumenti necessari, conoscenze essenziali e qualcosa da condividere con i compagni. Anche solo un pezzetto di cioccolato.

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