L’analisi storica delle comunità parrocchiali dell’area aspromontana rivela un intreccio profondo tra fede, arte e necessità di difesa del territorio. Il centro di Sant’Alessio, originatosi in epoca tardo-medievale, rappresenta un caso emblematico di resilienza delle popolazioni locali di fronte alle minacce esterne, come dimostra lo spostamento dell’abitato avvenuto nel sedicesimo secolo in seguito alle devastazioni dei pirati barbareschi. Attraverso lo studio accurato dei documenti conservati presso l’Archivio diocesano reggino-bovese, in particolare le relazioni delle visite pastorali dell’arcivescovo Annibale D’Afflitto, è possibile ricostruire non solo l’assetto architettonico degli edifici sacri, ma anche la vita quotidiana e l’organizzazione religiosa di un borgo che ha saputo custodire nel tempo opere d’arte di pregio, come la tela di Antonio Catalano il Vecchio.
La rifondazione del villaggio dopo le incursioni barbaresche
Attestato all’interno di una delle valli che confluisce da settentrione sulla media vallata della Fiumara di Gallico c’è il centro di S. Alessio, formatosi nel tardo Medioevo, che con una ordinata geometria di percorsi fronteggia il piccolo centro di Cerasi sul versante reggino. Il paesaggio collinare che lo circonda vede querceti e castagneti alle quote più alte e gli uliveti diffusi che dalla valle risalgono verso il Puntone S. Anna, collegato da un antico percorso di crinale che dal guado risaliva verso la Portella Pietrascritta. Lungo questo percorso sorgeva il villaggio di S. Alessio che, secondo lo storico Carlo Guarna Logoteta, «pria del 1561 era esso fabbricato ancora più in giù, ed avea parrocchia dal titolo di S. Anna». Fu in quell’anno che in una delle scorribande che i corsari facevano sulle rive dello Stretto di Messina, i barbareschi guidati da Sinan Rais, le cui basi erano lungo la costa del Nordafrica, saccheggiò ed incendiò il piccolo villaggio rendendo inutilizzabile la chiesa. Gli abitanti che si erano rifugiati sulle alture circostanti scelsero un nuovo sito, più a monte e non visibile dal mare ricostruendo la chiesa di S. Maria del Rure, come indica nella sua «Storia dell’Archidiocesi di Reggio» p. Francesco Russo riferendosi ad una bolla pontificia dell’anno 1569.
Le visite pastorali e i documenti dell’Archivio diocesano
A parte questo documento, non essendo rimasta traccia delle visite pastorali dell’arcivescovo Gaspare Del Fosso, sono le relazioni elaborate dall’arcivescovo Annibale D’Afflitto e dai suoi successori, conservate presso l’Archivio diocesano reggino bovese, a offrirci la descrizione dei luoghi e indicazioni sul clero e sulle comunità parrocchiali. Queste, integrate dalle registrazioni effettuate dai parroci sui libri parrocchiali, ci consentono di ricostruire la storia identitaria non solo dei centri ma anche del sistema di relazioni degli insediamenti presenti nel territorio. Il 19 aprile 1595, l’arcivescovo D’Afflitto, chiamato a succedere nel 1593 a Gaspare del Fosso nel governo della Diocesi, raggiungeva il piccolo casale aspromontano di «Alexi» nel corso della sua prima visita volta alla conoscenza del territorio e, come ha indicato mons. Antonino Denisi, «sulla vita religioso-morale del clero e dei fedeli». Nella chiesa parrocchiale, dedicata a Maria SS.ma Annunziata, era cappellano il sac. Coletta Sartiano che, non avendo presentato nella fase istruttoria le credenziali (lettere sugli ordini sacri e bolle) sui titoli ecclesiastici, venne sospeso «fino a quando non le avesse presentate».
Il protocollo liturgico e lo stato delle suppellettili sacre
Dopo i riti iniziali la visita seguì il protocollo consueto con il primo controllo sulla custodia dell’Eucarestia che era conservata in un piccolo tabernacolo all’interno di una piccola pisside. Essa apparve insufficiente e il presule ordinò al parroco di far costruire entro quindici giorni un altro apparato di legno, decorato all’interno con del tessuto pregiato, e che in esso il Santissimo Sacramento dovesse essere continuamente conservato e cambiato ogni otto giorni. Riguardo gli oli sacri per le funzioni ordinò che essi dovevano essere presi dopo la benedizione fatta nella Cattedrale metropolitana nella Settimana Santa. Mancava il fonte battesimale, conservandosi l’acqua benedetta per il battesimo in una ampolla di stagno, e fu conseguente l’ordine di realizzarlo «entro un mese», stabilendo che, in caso di inadempienza, sarebbero toccati al parroco tre mesi di reclusione. Venne poi redatto l’elenco delle suppellettili sacre che comprendeva, oltre al calice con patena d’argento, gli apparati (paliotto, baldacchino, sopra calice e tovagliati) e i paramenti sacri. Sull’altare erano posizionati una croce in legno dorato, quattro candelieri, due grandi e due piccoli, un «quadro della Madonna in tela». Sulle pareti era disposto un «altro quadro in tela della Croce» e nell’aula c’era un «Crocefisso nuovo». Sul campanile erano collocate due campane, «l’una picciola e l’altra grande». Essi furono dati in consegna a Minichiello Attinà, «mastro» della chiesa eletto in quell’anno.
La formazione del clero e il patrimonio artistico
Come aveva fatto nelle altre comunità parrocchiali l’arcivescovo incontrò le ostetriche per verificare se avevano l’adeguata preparazione stabilita dalle indicazioni conciliari tridentine. Non conoscendo bene le formule del battesimo furono sospese e vennero affidate al parroco per la necessaria preparazione. Nel visitare poi la chiesa di S. Anna, avendola trovata semidiroccata, ordinò al beneficiario sac. Emilio Catalano di provvedere al suo restauro, quantizzato in 60 ducati, destinando 20 ducati, per tre anni sulla rendita annua che ammontava a 40 ducati. Il parroco si diede da fare per migliorare lo stato della chiesa parrocchiale e commissionò al pittore messinese Antonio Catalano il Vecchio un nuovo quadro per l’altare raffigurante S. M. Annunziata eseguito, come si rileva dall’iscrizione, nell’anno 1598. Su questo quadro, che tuttora si venera nella chiesa attuale, restaurato negli anni Settanta del XX secolo, hanno scritto numerosi critici d’arte e tra essi Alfonso Frangipane (1933), Giovanni Previtali (1972), Maria Pia Di Dario Guida (1975), Teresa Pugliatti (1993), Rosanna De Gennaro (1988), Cettina Nostro (2000). Il primo, nel suo catalogo delle opere d’arte così lo ha descritto: «dipinto su tavola con due grandi figure, la Vergine inginocchiata a destra, raccolta nel suo manto azzurro, il volto cereo sfumato di rosso chinato misticamente, e l’Angelo a sinistra, a figura intera nell’atto della salutazione, e con un giglio in mano. In alto sono alcuni angioletti, in gruppo, nella luce». Nello stesso Catalogo del 1933, il Frangipane indicava un’altra opera d’arte presente nella chiesa parrocchiale dell’Annunziata, il «Cristo in Croce». Probabilmente esso si può identificare con il «Crocefisso nuovo» indicato nella descrizione degli oggetti sacri fatta dall’arcivescovo D’Afflitto nel corso della prima visita pastorale del 1595. Così è stato descritto nell’«Inventario degli Oggetti d’Arte d’Italia – Calabria» (1933: «Cristo in Croce, scolpito in legno a tutto tondo. La figura di grandezza naturale è lavorata arcaicamente, nella testa e specialmente nel torace segnato nelle costole, ma nelle gambe pesanti e raccorciate rivela fattura alquanto tarda…». (continua)













