Ai Overview: Il saggio “Vita fiumarile” (Ed. Kaleidon RC 2024), curato dallo studioso P. Rodà, propone una rilettura storica e demografica della vallata dell’Amendolea. Attraverso l’esame di fonti documentali, tra cui il documento di epoca bizantina noto come Brebion, oltre a evidenze archeologiche e toponomastiche, l’autore ridiscute l’ipotesi di un’origine unicamente magno-greca per le popolazioni dell’area. La ricerca documenta piuttosto una prolungata e complessa stratificazione etnica, evidenziando come, a partire dal Medioevo e sotto l’influenza bizantina, si siano stanziate nel territorio comunità provenienti dall’Anatolia, dal Medio Oriente, dai Balcani e dal Nord Africa, affiancate a preesistenti e radicati insediamenti di origine romana e campana. Lo studio illustra come gli attuali centri collinari siano il risultato di questa vasta commistione, restituendo l’immagine di un territorio la cui identità e il cui patrimonio linguistico sono il frutto di molteplici contaminazioni storiche.
Il superamento dell’esclusiva matrice greca antica
Uno studioso e scrittore condofurese (P. Rodà, pseudonimo Ador) ha condotto, oltre a riflessioni filosofico-poetiche ispirate alla valle natìa, studi di natura socio-storica su fonti documentali, archeologiche, topo-onomastiche, pubblicati in “Vita fiumarile” Ed. Kaleidon RC 2024, da cui sono emerse conclusioni diverse da quelle comunemente considerate in ordine alla prevalenza dei Greci antichi. La realtà è che in questa valle, come altrove, vi è stata una commistione storica di genti provenienti da diverse aree geografiche e in epoche diverse. Oltre a popoli del Neolitico, italo-preistorici, vi sono stati piccoli nuclei greco antichi residuali ma soprattutto genti della koiné greca di epoca bizantina, giunte specialmente, e qui è la maggiore novità, dal Medio Oriente (Siria, Anatolia, Mesopotamia, zone ebraiche), dall’Africa maghrebina (erroneamente considerate arabe), dal nord balcanico; ma forte è stata anche la presenza romana anche attraverso la Campania e la Sicilia. I resti antichi, greci e romani, non sono quelli che hanno costruito i paesi collinari detti grecanici, essendo questi sorti in epoca cristiana spesso grazie alla presenza monacale favorita dai Basilei bizantini.
Le tracce orientali e anatoliche nel Brebion
NelBrebion, documento studiato dallo specialista A. Guillou, e che risale alla metà del Mille d. C., vi sono nomi indicativi. Il kastron Boulais τα Ανατολικά merē (castello di Boulais della terra degli Anatolici) vuol dire una fortificazione di orientali (di cui non si conosce l’ubicazione, ma che era nella circoscrizione del monastero di S. Angelo Ta Kampa di Bagaladi che aveva beni anche a Condofuri, Bova, Palizzi), perché i Greci chiamavano Anatolici i popoli a oriente della Grecia, significativamente l’Anatolia; e il cognome Natoli c’é in Amendolea, a Bova e nel reggino. In questa parte vicino S. Pantaleo c’è S. Maria della Cappella (nel Brebion è in zona il kastron tou Gardou, da cui il monastero di S. Maria di Gurda o Curda: considerare che i Sumeri chiamavano Terra di Karda quella dei Curdi tra Anatolia, Persia e Armenia) con un’icona tardo-bizantina in cui la Madonna ha colorito scuro, naso un po’ curvo e occhi allungati, che sono tratti orientali, prova che è stata ideata da genti orientali. Vicino è Monte Urda dove ci fu il monastero di S. Pantaleone, santo anatolico del III sec. molto venerato in tutto l’Oriente e in Grecia; e in tutta questa Calabria del Sud la maggior parte dei santi sono orientali, come chiarisce la ricerca riportata nel libro: S. Anastasio a Fossato, S. Nicola quasi ovunque, S. Giovanni a Gallicianò, S. Giorgio, S. Teodoro etc. E urdu è una lingua indo-pakistana, oltre che una parola da noi indicante persone sgradevoli, non empatiche (i locali non dovevano vedere di buon occhio questi orientali qui venuti). Nel Brebion c’è Arbaran (Arvari di Condofuri) che è nome orientale: harb è guerra in arabo e Aran è la terra alto-mesopotamica da cui provenivano Abramo dopo l’abbandono di Ur e tutti i patriarchi ebrei; abharan è persiano-sanscrito, inoltre molti nomi medio orientali finiscono in -an (Canaan, Carran, Aran, Naaman). E c’è Koundourous. Non è Condofuri ma Conduri, nome di località ancora esistente poco più in basso dall’altro lato dell’Amendolea. Konduri, Kondu e Kondi sono nomi indo-iranici e indicano genti orientali qui venute e che dopo fondarono Condofuri (Kondufrurion, Kondifrurion) come difesa bizantina (tale è il frourion) forse spinti da incursioni islamiche da Saracena, più sotto, nome che indica una zona di islamici medievali. Farlo derivare in senso antico da Kontà (nome in greco antico femminile di kontos=corto) chorion, come si è fatto finora, non è pertinente, perché chorion (paese) è greco bizantino non antico ed è maschile. Rohlfs elimina il femminile e lo vuole da Kontokori, vicino al paese, presumendo kontos che poi diverrebbe condo, supponendo in kori (che è chorion quindi bizantino mentre il kore antico vale giovinetta) una difficile trasformazione di una consonante dura (k, x) in una soffice (f) e scrivendo che vi è un toponimo in Grecia: quindi conferma che è moderno e non antico.
Radici latine, ebraiche e arabe nella toponomastica
Fuori dal Brebion, sopra Conduri vi è loc. Modaffari, che è anche cognome, e che lo stesso Rohlfs dice venire dall’arabo muzaffar (vittorioso) ma che è anche persiano e pakistano. Di fronte a Rocca di Lupo, vi sono le Rocche di Acan, che è nome ebreo: si trova in un personaggio del libro di Giosuè, 7); dall’altra parte c’é Muccari, probabile derivazione di Makari (benedetti) bizantini (sono tanti santi tra III-IV sec. da Gerusalemme e Alessandria d’Egitto, e anche oltre) e, più su. Ajobasili, riferimento a S. Basilio del IV sec.; e c’é S. Simìo, cioè S. Simeone, un riferimento ai santi siriaci stiliti del V-VI sec. Vicino, a Rocca di Lupo, sono stati ritrovati i resti di una piccola chiesa del VI sec. con embrici di tombe (una con croce) e ceramica pettinata siriana. Assara poi è in rapporto con l’ebraico ‘azar (chi è aiutato), o col persiano hamsar-ansari (sostenitore), sul colle Strati, certo in collegamento con la politica bizantina degli stratioti, famiglie che ricevevano un podere e dovevano prestare servizio militare. Coi monaci queste furono il fulcro degli abitati collinari tuttora esistenti. Quanto a Gallicianò, il nome nel Brebion è Galikianon, chiara modifica bizantina di un nome prediale romano di qualche Gallo, Gallicius, Gallicano; e sappiamo del gen. Cornelio Gallo nel Bellum Siculum del I sec. a.C. Non è senza importanza che il cognome più diffuso nei centri grecanici non sia greco ma di origine latino-campana: Nucera, dalla Nuceria vicino Pompei della quale scrive Tito Livio; lo stesso si può dire degli altri nomi più diffusi, Parisi (dalla Lutetia dei Parisii in epoca romana), Pizzi (forse da legionari che combatterono contro i Picti), Rodà che non è il plurale di rhodon greco (è rhoda senza accento finale) ma una derivazione di rodàrii, rotàrii latini dal giusto accento. Bisogna ricordare la politica romana che dava come premio terre ai legionari: nel libro sono riportate diverse fonti sulla presenza romana e campana in Calabria e sono analizzati tanti cognomi locali e indicata la possibile provenienza. I nomi e i cognomi latini sono tantissimi, e non possono essere venuti tutti da una latinizzazione tarda come vuole Rohlfs, dato che fonti storiche attestano la presenza latina già dall’antico, e non è certo possibile che un potere durato sei secoli, dalle guerre puniche a Giustiniano, non abbia lasciato rilevanti tracce.
Istanze normanne e mescolanze somatiche
Poi abbiamo c.da Schiavo, chiaro riferimento al bizantino skabos poi latinizzato in sclavum, indicante dal X sec. i prigionieri di guerra provenienti dalle zone balcaniche. Interessante il fatto che qualche donna della zona portasse ancora a metà Novecento il nordico nome di Olga, dato che un tempo i nomi non si mettevano a caso come oggi ma in riferimento agli antenati. Infine abbiamo i nomi più maghrebini (non arabi: da noi e in Sicilia sono venuti i tunisini islamizzati): oltre a Saracena, Zirri (gli Ziriti erano una tribù egizio-cireanaica che dalla Sicilia si spostò in Calabria come altre popolazioni convertite all’epoca dei Normanni, Calaporta (bilingue col Qalat = fortezza che troviamo in Sicilia (Calatafimi, Caltagirone), Vadicamo (uadi Kamun: torrente secco in medio Oriente con kamun=cumino), Magazzino nome arabo. A conferma di queste commistioni ci sono ancora i caratteri somatici che vanno dal tipo nordico portato dagli skabos-sclavos o dai Normanni costruttori del castello in Amendolea alla fine del XI sec. (che non è dei Ruffo: comprarono il feudo nel Seicento), a quello greco-latino, a quello orientale, fino al berbero-maghrebino, che ancora si possono vedere assieme a tanti misti; ma il colorito scuro, i capelli crespi, le labbra pronunciate sono piuttosto caratteristici di etnie orientali o maghrebine, come i colori biondi di quelle nordiche e in parte latine. Nel libro sono indicate anche le fonti documentali di questi spostamenti dalla Sicilia o operati dagli imperatori bizantini dalle zone periferiche dell’impero specie in zone di guerre e carestie. Il grecanico ha sì alcune parole più antiche trovate da Rohlfs, ma in gran parte è un greco più bizantino ben lontano dal periodare classico e contaminato da influssi latini e di vario genere; quindi non può ritenersi un residuo puro incontaminato di classicità. Anche da questo si può dedurre la tesi sostenuta di una promiscuità etnica inquadrata dapprima dai latini e poi soprattutto dai bizantini e dai Normanni di cui resta il castello. Dunque un crogiuolo di genti diverse, monaci, stratiotigreco-orientali, che venivano da guerre e carestie, maghrebini convertiti, anche schiavi; tutti portati all’unità etico-sociale nel nome di Cristo, qui e in tutta la Calabria, assumendo i pochi residui antichi e quelli romani. Il libro spiega anche i motivi per cui questo torrente deve ritenersi l’antico Halexdi Strabone.













