L’arte drammatica incontra la cronaca più dolorosa per restituire umanità a chi è stato ridotto a un numero di protocollo. La tragedia di Cutro, che ha segnato profondamente la coscienza collettiva non solo calabrese ma dell’intero Paese, trova una nuova narrazione attraverso il teatro di Saverio La Ruina. L’attore e regista calabrese porta in scena il dramma dell’anonimato post-mortem, esplorando il limbo burocratico e spirituale di chi perde la vita in mare senza lasciare documenti, ma solo un corpo da catalogare. Attraverso la storia di un singolo codice alfanumerico, l’opera indaga il diritto al nome e la necessità del lutto per chi resta, trasformando i dati freddi dei fascicoli forensi in un dialogo toccante tra il mondo dei vivi e quello dei morti, dove la richiesta di identità diventa l’ultimo, disperato atto di esistenza.
Il codice diventato carne
Un codice alfanumerico può contenere una vita, un’infanzia, una speranza, un viaggio e la sua tragica interruzione. Al Teatro India di Roma, la sera del 28 gennaio, quel codice è diventato carne e voce grazie a Saverio La Ruina: l’opera teatrale “KR70M16 – Naufrago senza nome” è un tentativo disperato e poetico di restituire dignità a chi è stato ridotto a un fascicolo forense dopo la tragedia di Cutro. La scena si apre su una dimensione sospesa, un cimitero che pare un limbo, dove il dialogo tra un custode, figura rigida e burocratica, e l’anima di un ragazzo, che rivendica la propria identità, svela l’orrore dell’anonimato.
La burocrazia della morte
Il protagonista non accetta di essere quel KR70M16 inciso sulla lapide, lui ha un nome, Caramù, e lo ripete ossessivamente, scontrandosi con il muro di gomma di chi gestisce la morte come un lavoro, una pratica da sbrigare nel più breve tempo possibile. Il custode, trincerato dietro l’assenza di documenti, rifiuta di incidere quel nome sul marmo: «Com’è che qua non c’è scritto niente?», chiede il ragazzo. «Il nome, ci dovrebbe essere scritto il nome». La risposta dell’addetto è gelida, logica secondo i parametri di un mondo che ha smesso di guardare in faccia le persone: «Ci vogliono i documenti». Senza quel pezzo di carta, per il mondo dei vivi e per l’archivio dei morti, Caramù resta un numero progressivo, maschio, di età presunta sedici anni.
Il diritto al lutto
Il dramma si consuma tutto nella necessità di far sapere a una madre che il figlio non tornerà. Non per crudeltà, ma per concederle il diritto al lutto, per interrompere quell’attesa straziante che non ha fine. «Se non mi ha davanti non avrà la certezza che sono morto», spiega il ragazzo al custode, che cinicamente suggerisce come l’incertezza lasci spazio alla speranza. Ma Caramù sa che quella speranza è una condanna: «Ma così non avrà mai pace! Lo so, lo so… ci vado ogni notte da lei. La sento che si dispera perché non sa che fine ho fatto». È la richiesta di una tomba su cui piangere, l’atto di pietà più antico del mondo che viene negato dalla mancanza di riconoscimento.
Il caos della fine
Il momento più toccante e paradossale dell’opera arriva quando il naufrago ripercorre gli istanti della fine, immaginando una morte “ordinata” che avrebbe potuto salvare la memoria, se non la vita. Caramù teorizza una disciplina del morire, impossibile e straziante, contrapposta al panico reale. Racconta come, se ci fosse stato silenzio, i naufraghi avrebbero potuto gridare il proprio nome uno alla volta, permettendo ai sopravvissuti di memorizzarli in una catena umana di testimonianza. «Arriva un’onda di sette metri, mi butta fuori dalla barca, e io prima di finire sotto grido il mio nome: “Caramù!”», immagina il protagonista. «Gli altri, quelli che sono ancora sulla barca, stanno zitti, concentrati, lo sentono, lo memorizzano».
Un atto di restituzione
La realtà, però, è stata diversa, e La Ruina ce la restituisce con una crudezza che non lascia scampo allo spettatore seduto in platea: non c’è stato nessun ordine, nessuna catena di salvataggio della memoria. In quel mare in tempesta «gridavano tutti insieme», confessa il ragazzo, «un fracasso di nomi che non si capivano». Quella confusione ha inghiottito le identità prima ancora dei corpi, lasciando i nomi in gola alle vittime e consegnando alla storia solo una serie di sigle fredde come l’acqua di febbraio. Saverio La Ruina, con questo lavoro prodotto da Scena Verticale, compie dunque un atto di restituzione: dove la cronaca ha registrato numeri, il teatro ha provato, per una sera, a urlare quei nomi rimasti inascoltati.













