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La vera sfida è l’indipendenza

Passare dall’assistenzialismo alla libertà

Federico Minniti

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L’Open Space della “Mediterranea” accoglie un buon numero di studenti durante un pomeriggio uggioso in riva allo Stretto. È quì che incontro Angelo Marra, sua moglie e il piccoletto di famiglia. Decidiamo di accomodarci tra quei ragazzi per confrontarci sulle problematiche relative alla loro casa da ristrutturare; non sono un tecnico, bensì da subito ho l’impressione che una vicenda che può apparire di ordinaria negligenza in realtà cela una profonda assenza di cultura. I diritti dei disabili troppo spesso diventano la bandiera di questa o quella fazione e, dialogando con Marra, mi accorgo da subito che non punta mai il dito contro la politica. La sua è una ricerca più profonda che va alle radici del senso di comunità. Quando pochi (e forse stiamo già usando un eufemismo) si preoccupano di costruire o ristrutturare le proprie abitazioni per renderle accessibili a tutti, allora è chiaro che quella bandiera, spesso sventolata con buoni propositi, rimane issata al palo della solidarietà estemporanea.

Il tema centrale è quello dell’indipendenza, di non immaginare politiche e dinamiche sociali che vedano un disabile sempre “accompagnato” da qualcuno. In fondo vuol dire passare dalla logica dell’assistenza a quello della libertà.

Perché uno dei più grandi pregiudizi che, quotidianamente, si esercitano nei confronti delle persone con disabilità è immaginare che ci debba essere sempre qualcuno che decida per loro o nel migliore dei casi che li consulti prima di «spingere la carrozzella» come lo stesso Angelo Marra abilmente sintetizza nella nostra lunga chiacchierata.

Quindi il problema non è rendere una casa «adattabile» alle esigenze di una famiglia con genitori o figli con disabilità, quanto immaginare – dal Legislatore all’uomo qualunque – che un disabile ha il diritto a costruire il proprio nucleo familiare con la stessa parità di diritti di chiunque altro.

C’è la sensazione che in questi ultimi anni, zeppi di «battaglie di civiltà», su questo versante si stia perdendo terreno. La normativa sulle barriere architettoniche compirà a breve 30 anni. Troppi per non essere rivista. Su questa sfida, però, non possiamo delegare «in bianco» ad altri delle prese di posizione, nette e concrete, che riguardano tutti. Il problema non è smetterla di «girarci dall’altra parte», ma cambiare diametralmente punto di vista.

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