La vita di Leonida Repaci, lo scrittore di Palmi che ha attraversato le vicende storiche del Novecento italiano

Leonida Repaci e l'indimenticabile cameo

Nato a Palmi nel 1898, Leonida Repaci è stato una figura di rilievo nel panorama culturale e politico italiano del Novecento. La sua biografia attraversa i momenti storici più complessi del secolo, dalla partecipazione al primo conflitto mondiale fino all’impegno nella Resistenza romana, includendo anche l’arresto subito durante il regime fascista. Oltre all’intensa attività giornalistica e politica, che lo ha visto collaborare con diverse testate dell’epoca, Repaci ha inciso profondamente nella letteratura italiana fondando il Premio Viareggio nel 1929 e firmando numerose opere narrative legate alla sua terra d’origine, tra cui spicca la trilogia della Storia dei Rupe. Il suo percorso umano e professionale si è concluso in Toscana nel 1985, lasciando in eredità parte del suo patrimonio artistico alla città natale.

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Le origini e il ritratto della Calabria

«Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15.000 chilometri quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi».

Con questo incipit Leonida Repaci consegnava alla letteratura uno dei ritratti più intensi e appassionati della sua terra, restituendo alla Calabria una dimensione quasi mitica, plasmata da un gesto creativo divino. A distanza di oltre un secolo dalla sua nascita, il 5 aprile 1898 a Palmi, quella voce resta tra le più riconoscibili del Novecento italiano.

Una vita segnata dagli eventi

Ultimo di dieci figli, perde il padre a poco più di un anno e cresce in condizioni difficili. Nel 1908 il terremoto che devasta Reggio Calabria e Messina travolge anche la sua casa a Palmi, segnando un primo, traumatico spartiacque. Trasferito a Torino dal fratello, qui prosegue gli studi e si iscrive a giurisprudenza, ma la sua formazione viene interrotta dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Parte per il fronte, combatte sul Monte Grappa, viene ferito e decorato con una medaglia d’argento al valor militare. Il ritorno non è meno duro: l’influenza spagnola gli porta via tre fratelli. È un dolore che si sedimenta nella sua scrittura, come accade nel poemetto La raffica, nato proprio da quella tragedia familiare.

Tra politica, giornalismo e letteratura

Dopo la guerra, Repaci torna a Torino, si laurea in legge ma abbandona presto la professione forense per dedicarsi alla scrittura. Parallelamente si impegna in politica: aderisce al socialismo e collabora con Antonio Gramsci a L’Ordine Nuovo, entrando nel cuore del dibattito culturale e politico del tempo. Negli anni Venti si sposta a Milano, collabora con L’Unità e altri giornali, mantenendo una posizione critica e indipendente che lo porta anche allo scontro diretto con il regime fascista. L’arresto nel 1925, in seguito a un’accusa poi rivelatasi infondata, segna profondamente la sua esperienza umana e letteraria. È in questo periodo che matura definitivamente la scelta della scrittura come destino. Il suo esordio con L’ultimo cireneo (1923) gli vale subito attenzione e riconoscimento, confermando una voce già autonoma.

L’invenzione culturale: il Premio Viareggio

Nel 1929 fonda il Premio Viareggio, destinato a diventare uno dei più importanti riconoscimenti letterari del Paese. È un progetto che nasce da una visione precisa: creare uno spazio libero di confronto culturale, capace di valorizzare la letteratura al di là delle appartenenze ideologiche. Attorno a lui si muove una rete di intellettuali, scrittori e artisti che contribuiscono a definire il clima culturale dell’epoca.

Guerra, Resistenza e impegno civile

Durante la seconda guerra mondiale, Repaci partecipa attivamente alla Resistenza a Roma. Il 9 settembre 1943 è tra i protagonisti dell’assalto a un deposito d’armi, episodio che segna l’avvio della resistenza armata nella capitale. Nel dopoguerra continua il suo impegno civile attraverso il giornalismo e la promozione culturale: fonda e dirige quotidiani, partecipa a convegni, entra nel Consiglio mondiale della pace accanto a figure come Picasso, Sartre e Brecht.

Lo scrittore della Calabria

Ma è soprattutto nella narrativa che Repaci costruisce la sua eredità più duratura. La sua opera è profondamente autobiografica, attraversata da esperienze dirette: la guerra, il carcere, la perdita, l’impegno politico. Tutto confluisce in una scrittura intensa, spesso lirica, capace di alternare realismo e visione. Il suo progetto più ambizioso resta la trilogia della Storia dei Rupe, un affresco ampio e stratificato della società italiana nei primi decenni del Novecento, dove le vicende familiari si intrecciano con quelle storiche e politiche. Un’opera a cui lavorerà per tutta la vita, fino agli anni Settanta. Accanto a questo, resta costante il legame con la Calabria, luogo di contraddizioni, bellezza e tensione. Una terra raccontata con un linguaggio denso, sempre carico di energia, che lo scrittore stesso definì con lucidità e amarezza «presepe buono, pastori malvagi»..

Gli ultimi anni e l’eredità

Negli anni Settanta Repaci si dedica anche alla pittura, con mostre a Roma e Milano. Nel 1970 riceve il Premio Sila, ulteriore riconoscimento di una carriera ormai consolidata. Muore il 19 luglio 1985 a Pietrasanta, lontano dalla sua Palmi, alla quale però resta profondamente legato fino alla fine. Alla sua città lascia una pinacoteca, i suoi beni e un progetto: trasformare la sua villa in un luogo di cultura e incontro.

Un legame complesso con Palmi

Il rapporto con la sua città natale, Palmi, fu tutt’altro che semplice. L’arresto del 1925 segnò una frattura profonda, alimentando diffidenze e sospetti che non si sarebbero mai completamente dissolti.

Eppure, Palmi restò sempre dentro la sua scrittura. La chiamava Gràlimi, lacrime, o Sarmura, acqua salata: nomi che raccontano un amore inquieto, mai pacificato.

Fu proprio lì che scelse il suo buen retiro, alla Pietrosa, come a chiudere un cerchio mai davvero concluso.

La Pietrosa: casa, rifugio, visione

Affacciata sulla Costa Viola, a picco sul Tirreno, Villa Pietrosa non fu dimora e progetto di vita condiviso con la moglie Albertina Antonelli. Un luogo costruito con sacrificio e dedizione, quasi fosse una creatura da crescere:
«Risparmiare su tutto, sul grande e sul piccolo, serviva a me ed Albertina ad aiutar la Pietrosa, una figlia che ci ha dissanguati per farle un corredo degno di lei».

Nel 1968, in occasione del suo settantesimo compleanno, la Pietrosa raggiunse il suo momento di massimo splendore. A Palmi si celebrarono grandi festeggiamenti, alla presenza del ministro Giacomo Mancini, che annunciò la nascita della Casa della Cultura. Intellettuali, scrittori e giurati del Premio Viareggio furono ospitati proprio lì, trasformando la villa in un crocevia culturale.

Negli anni successivi, quando il complesso era ancora ricco di quadri, libri e opere d’arte, Repaci decise di donarlo al Comune di Palmi, con un’idea precisa: farne un centro culturale, un luogo per giovani artisti, uno spazio vivo.

Quella visione, però, si è a lungo infranta contro la realtà. Per decenni la Pietrosa è rimasta abbandonata, saccheggiata, dimenticata. Solo grazie all’impegno di associazioni, scuole e cittadini è stata recuperata e restituita alla sua funzione originaria.

Oggi la villa sorge ancora immersa in un parco di ulivi, pini e cipressi, tra terrazzamenti e sentieri che scendono verso il mare. Un luogo sospeso, dove il paesaggio sembra dialogare con la scrittura di Repaci.

Una voce ancora attuale

Rileggere oggi Leonida Repaci significa tornare a una scrittura che non ha mai cercato la misura, ma sempre l’intensità. Una voce che ha attraversato il Novecento senza mai sottrarsi al conflitto, alla realtà, alla complessità. E forse è proprio in quell’incipit – nella Calabria modellata come un capolavoro – che si trova la chiave della sua opera: uno sguardo capace di vedere nella propria terra non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe essere.

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