L’Abbazia di Castaneto e la gestione dei monaci Basiliani tra il Seicento e il Settecento

Lettera inviata nell’anno dal commendatario mons Sacrati per eseguire migliorie nelle colture (ASDRCB)

La complessa gestione dell’Abbazia di San Giovanni di Castaneto tra il XVII e il XVIII secolo ha segnato lo sviluppo economico e religioso del territorio aspromontano. Attraverso l’analisi dei documenti storici, emerge un quadro dettagliato degli avvicendamenti al vertice del monastero basiliano, caratterizzato dal lavoro dei monaci per preservare il patrimonio agricolo e librario dalle spoliazioni dei commendatari e dalle ingerenze esterne. Dalle riassegnazioni del 1607 fino alle visite pastorali del primo Settecento, l’edificio religioso ha continuato a rappresentare un importante centro occupazionale e produttivo per le comunità della vallata, mantenendo le proprie funzioni nonostante le difficoltà pecuniarie e i numerosi passaggi di consegne.

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Il ritorno dei monaci e la riorganizzazione agricola nel Seicento

La possibilità di poter disporre di una rendita come indicato nella Bolla di Papa Gregorio XIII, consentì il ritorno di tre monaci nel monastero col rango di priorato e il Capitolo dei Basiliani inviò nel 1607 padre Giovanni di Stilo come priore, p. Vincenzo proveniente dal monastero di S. Michele Arcangelo di Troina e p. Filippo proveniente dal monastero basiliano di S. Maria di Gala. L’anno successivo i primi due vennero sostituiti da p. Francesco proveniente dal cenobio di Melicuccà, priore, e da p. Basilio Costa con il ruolo di confessore. L’attività principale dei monaci in quegli anni fu quella di riabilitare la struttura che oltre alla preghiera si dedicarono alla gestione delle attività agricole dalle quali dipendevano le rendite per il loro sostentamento. Nel 1614 fu priore p. Salvatore da Messina e con lui p. Giovanni Biagio proveniente dal monastero basiliano di Carbone (PZ) e il chierico messinese Placido. Sei anni dopo, con il monastero riclassificato come abbazia per quattro presenze monastiche, il priore p. Salvatore divenne abate ed a lui vennero affiancati p. Giovanni Domenico Carrupa come vicario e p. Salvatore Mariotta come procuratore, permanendo il chierico Placido.

L’avvicendamento dei commendatari e le spoliazioni del cardinale Maidalchini

Intanto al commendatario Innico d’Aragone era subentrato a Tomaso d’Avalos d’Aquino d’Aragona, patriarca titolare di Antiochia tra il 1611 e il 1622, anno della sua morte. Gli successe per qualche anno il bolognese mons. Ludovico Ludovisi, prefetto della Congregazione della Sacra Consulta in Roma, che, essendo stato nominato cardinale presbitero di S. Maria in Traspontina, cedette la commenda al cardinale Laurenti, morto nel 1623. Essa fu in seguito affidata al vescovo di Comacchio Alfonso Sacrati, poi nunzio Apostolico in Svizzera sino al 1647, anno della sua morte. Costui aveva affidato, nell’anno 1635, la gestione della commenda al suo procuratore Angelo Moscato che, al fine di migliorare la produttività delle aree agricole in essa comprese, affidò ai due estimatori Pompeo Suraci e Sante Zirilli di S. Stefano, il compito di individuare «i vignali distrutti e i territori sterili», per i quali vennero avanzate proposte per «piantare vigne et celsi, come erano prima». Sul finire dell’anno1647 essa venne affidata a Francesco Maidalchini, nominato cardinale da papa Innocenzo X all’età di sedici anni, il quale nel corso degli anni per sostenere la sua vita dispendiosa non mancò di depredare l’abbazia di Castaneto tanto che l’arcivescovo Matteo De Gennaro, nel 1667, dovette ingiungergli di restituire quanto aveva sottratto al monastero senza tuttavia ottenerne nulla. In quello stesso anno il nuovo pontefice Clemente IX affidò la commenda a un suo fidato collaboratore, il chierico Giovanni Vincenzo Arata di Palermo, con l’impegno che versasse annualmente una pensione al cardinale Maidalchini.

Le soppressioni evitate e la tutela del patrimonio librario

Era intanto avvenuto che l’arcivescovo Gaspare Creales y Arce, chiamato da papa Innocenzo X a succedere all’arcivescovo Annibale D’Afflitto nel 1644, avendo intrapreso lavori di ampliamento al seminario e di restauro nella cattedrale reggina, necessitando fondi aveva ordinato la soppressione di vari monasteri (Castaneto dei Basiliani, S. Lorenzo e S. Agata dei Conventuali, Pentidattilo dei Domenicani, S. Agata e Motta S. Giovanni dei Carmelitani), non raggiungendo essi il numero minimo di sei monaci, come indicato nella soglia del decreto papale emesso nel febbraio 1654. L’ordine dei Basiliani fece ricorso alla Sacra Congregazione dei Regolari, ottenendo una deroga per il fatto che il numero dei monaci era stato stabilito in proporzione alle entrate pecuniarie. L’Arata nel 1668 dette in affitto la commenda, per un periodo di cinque anni, ai chierici locali Ubaldo e Lorenzo Suraci, al termine dei quali riprese le sue azioni di sottrazione di beni e del patrimonio librario dell’abbazia nonostante le continue diffide della Curia reggina. Gli abati che si succedettero sul finire del XVII secolo contribuirono a rendere fiorenti le condizioni dell’abbazia come testimoniò nella sua «Calabria Illustrata» (1672) il frate cappuccino Giovanni Fiore da Cropani.

Le visite pastorali e le dotazioni della chiesa al volgere del secolo

Nel 1692, nel corso della visita pastorale dell’arcivescovo Martino Ybanez y Villanueva il suo delegato can. Francesco Antonio Caracciolo raggiunse l’abbazia il primo giugno, lasciandoci nella sua relazione indicazioni sullo stato della chiesa. Nell’altare maggiore dedicato a S. Giovanni Decollato, era situata la custodia eucaristica con un tabernacolo di legno dorato al cui interno vi era una pisside dorata. La chiesa era dotata delle suppellettili sacre necessarie per la celebrazione delle messe ma mancava soltanto il quadretto della Cartagloria e il delegato indicò in due mesi il tempo per provvedere alla sua collocazione. Gli oli sacri per gli infermi erano conservati bene in un vaso di stagno e c’era un calice con patena per la celebrazione delle messe e una dotazione di paramenti sacri nei colori bianco, rosso e violaceo. In quegli anni era abate il p. Bartolomeo De Angelis e al termine del suo mandato gli subentrò p. Epifanio De Simone per i successivi sei anni seguito poi da p. Giovanni Rossi. A questo seguì, nel 1722, la nomina di p. Alessandro Damiani, sostituito dopo qualche anno da p. Basilio Romei. Un documento, conservato nell’archivio storico, redatto nel gennaio 1723 dal notaio reggino Antonio l’Abate, riporta alcuni contratti di fitto, relativi ai terreni di proprietà dell’abbazia nel territorio di S. Trada.

Il Settecento: le ispezioni dell’Ordine e l’impatto economico sul territorio

Nel 1729, l’arcivescovo Damiano Polou comunicava nella relazione della «Visita ad Limina» lo stato del clero «regolare» avendo effettuato la visita al «monastero dell’Ordine di S. Basilio nel villaggio di Santo Stefano, sotto il titolo di san Giovanni di Castaneto», per esercitare la «giurisdizione delegata» sui conventi della Diocesi in osservanza a quanto contenuto nella Bolla emanata da papa Clemente X. Intanto, nell’anno 1727, il Capitolo Generale dell’Ordine dei Basiliani aveva inviato come visitatore, per verificare lo stato economico e le condizioni del monastero, p. Clemente Arabia che a sua volta delegò ad espletare tale incarico p. Bartolomeo Dominelli, Definitore generale della Congregazione. I dati economici che emergono dalla relazione redatta in quella occasione, riportati puntualmente dallo storico Gaetano Passarelli nel suo saggio del 1988, mostrano come gran parte dell’economia della vallata e dell’area montana era strettamente legata alla presenza dell’Abbazia e molte famiglie dei centri di S. Stefano, Podargoni, Schindilifà e Cerasi avevano rapporti di lavoro o svolgevano altre attività o mansioni per il monastero. (continua)

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