L’analisi. L’educatore getta le reti e testimonia la fede

di Amos Martino * – «Chi si ferma si incontra» è una citazione da Non ora non qui di Erri De Luca, autore noto e saccheggiato in più di un’occasione, considerata la sua filologia e l’interesse per i testi veterotestamentari. Via d’uscita elegante da lunghe discussioni su titoli per liturgie, campi o magliette, questa frase mi sta a cuore perché è sintesi sincera della mia esperienza di campi estivi. Si tratta esattamente di questo, in fondo: fermarsi e incontrarsi.

Il primo verbo è la premessa. Ed è anche la parte più complessa: perché ci vuole entusiasmo per fermarsi. La condizione eccezionale del campo è una parentesi ritagliata al quotidiano, che fa della stasi una rincorsa, un respiro prima del salto in alto.

Fermarsi significa riprendersi tempo – «tempus […] collige et serva» raccomandava Seneca a Lucilio – e dargli nuovo senso nel servizio a sé stessi e al prossimo. È un invito che facciamo nostro e che volentieri condividiamo, soprattutto a quanti appaiono timorosi a un passo dalla scommessa. Fermarsi per incontrarsi. Incontrarsi è fine e ricompensa della sosta. Incontrare Cristo, prima di tutto; una proposta che è un’attesa, un esercizio di audacia e talvolta anche l’esitazione di un lungo cammino. Ai campi estivi tutto – direbbe Coelho – cospira perché questo incontro si realizzi. Le residenze estive si trasformano in case in cui celebrare fraternità, luoghi dell’anima e spazi concreti: la cappella,

il bosco, il cielo stellato. E in questi scenari avvengono altri incontri che sono destinati a lasciare un segno indelebile: diventano legami. La fatica intensa e la gioia sono il lievito di relazioni che nascono con un seme d’eternità.

Tutto questo lascia sbalorditi ed è per questa ragione che nel borsone di chi partecipa a un campo c’è bisogno di spazio per la meraviglia. Capita che gli anni possano condurre all’esercizio meccanico di una presunta competenza: un saper fare che è senz’altro necessario ma che non può essere sufficiente per chi di quel campo ha diretta responsabilità. Vivere un campo da educatore è farsi docile matita per lasciare spazio alla creatività di Dio. Sotto questa prospettiva, avere risposte non serve. L’educatore è persona di ricerca: studia, dubita; raramente dà risposte definitive. Con la sua imperfezione è veicolo di grazia per i suoi compagni di strada. Con la sua fede, getta le reti una volta ancora.

* educatore giovani della parrocchia S. M. della Candelora

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
Rubriche
Famiglia
Immagine in evidenza categoria Spazio Genitori

Spazio Genitori

di Gianni Trudu

Società
Immagine in evidenza categoria Dottrina sociale

Appunti di dottrina sociale

di Domenico Marino

Cultura
Immagine in evidenza Libro della settimana

Il libro della settimana

di Mimmo Nunnari

Storia
Immagine in evidenza categoria dagli Archivi

Dagli archivi

di Renato Laganà

tecnologia
Immagine in evidenza Human Prompt

Human Prompt

di Davide Imeneo

Articoli Correlati
Aula G
Rischi chatbot giovani

I rischi dei chatbot per i giovani: così l'intelligenza artificiale ostacola la crescita emotiva degli adolescenti

giuseppe-valditara

Approvata la legge sull'educazione sessuale: richiesto il consenso informato genitori per i progetti extracurricolari

genitori separati

Genitori separati: il lutto della fine coniugale e l'importanza della rete ecclesiale

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi ogni giorno le notizie più importanti dalla Chiesa calabrese direttamente nella tua casella email