Lavoro al Sud, la piattaforma di Floridiana Ventrella per chi sceglie di costruire una carriera al Sud

Floridiana Ventrella Lavoro al Sud

Nasce dall’intuizione di Floridiana Ventrella, career coach pugliese, “Lavoro al Sud”, una piattaforma geolocalizzata dedicata all’incontro tra domanda e offerta di impiego nelle regioni del Mezzogiorno. Il progetto, avviato ufficialmente nel giugno 2025, si distingue per la verifica preventiva degli annunci e per la volontà di arginare il fenomeno dello spopolamento, trattenendo o richiamando professionisti sul territorio meridionale. Attualmente l’iniziativa registra la partecipazione di aziende locali, università e amministrazioni pubbliche, in particolare tra Campania e Puglia, con un progressivo coinvolgimento anche della Calabria e delle sue istituzioni.

Seguici su WhatsApp

La visione dietro il progetto e la missione sul territorio

“Opportunità senza confini”. È questo il payoff di Lavoro al Sud, piattaforma di ricerca lavoro dedicata al Mezzogiorno nata da un’idea di Floridiana Ventrella, career coach specializzata nel mercato del lavoro meridionale. «La direzione che stiamo prendendo è quella di aprirci all’esterno, trovando un equilibrio che sia coerente con i nostri valori. Lavoro al Sud non risponde solo a una missione sociale, ma non può tradire la community che in questi anni si è avvicinata a noi, spesso in modo spontaneo», racconta. Quando la incontro in video call, colpisce la naturalezza con cui parla di scelte che, in realtà, semplici non sono affatto. Dietro c’è un percorso fatto di tenacia, visione e determinazione: gli stessi elementi che le hanno permesso di reinventarsi e dare vita a una piattaforma che oggi prova a costruire opportunità concrete per chi sceglie di restare o tornare al Sud. Con lei abbiamo parlato di come nasce Lavoro al Sud, delle sfide legate al lavoro nel Mezzogiorno e delle prospettive future del progetto.

Come nasce Lavoro al Sud e da quale esperienza personale prende forma questo progetto?

Il primo momento di rottura è stato nel 2019, quando lavoravo in Emilia-Romagna, in una multinazionale. Avevo raggiunto quello che, all’epoca, rappresentava il mio obiettivo: entrare in una grande azienda, solida e riconosciuta. Eppure mi sono resa conto che tutto questo non rispondeva davvero alla mia vocazione. L’ho capito osservando un primo gap di mercato. Mi occupavo di ricerca e selezione e, incontrando tanti candidati, notavo che arrivavano ai colloqui senza aver maturato le soft skill quali: comunicazione efficace, capacità relazionali. Anche quando erano ottimi professionisti, non riuscivano a trasferire il loro valore. Da lì mi sono chiesta: è possibile che nessuno li aiuti prima di arrivare a un colloquio? Ne parlai con la mia manager, che nello stesso momento mi comunicò che non avrei potuto continuare quel lavoro perché le filiali che lei gestiva avevano subito dei cambiamenti interni. Invece di piangere per il lavoro perso, mi sono sentita sollevata.

Quell’episodio mi ha portata a fare una scelta importante: ho rifiutato una successiva proposta a tempo indeterminato in un’altra grande azienda e sono tornata a Foggia. Da quel momento, fino a giugno 2025, mi sono dedicata ad aiutare le persone nella ricerca del lavoro. E li mi sono resa conto che non solo le persone avevano bisogno di orientamento, ma che sul territorio c’era un vuoto enorme. Da una parte le aziende dicevano “non troviamo candidati”, dall’altra le persone “non troviamo lavoro”. Io non facevo intermediazione, ma lavoravo nel passaggio precedente, aiutando le persone ad arrivare preparate al colloquio. Ho unito questi due mondi attraverso il career coaching, la consulenza di carriera.

Il ritorno al Sud è stato un passaggio chiave del tuo percorso. Che cosa ha significato davvero?

Quando ho deciso di tornare, ho chiamato mia madre e le ho detto: “Mamma, saluta con me questa azienda, perché ho deciso di rientrare a Foggia e aprire partita IVA”. All’inizio c’è stato un momento di shock, comprensibile, ma poi i miei genitori mi hanno sostenuta. Non è stato semplice: sono andata dal commercialista dicendo semplicemente “voglio aprire partita IVA”, e ho aperto un profilo su LinkedIn. Dentro di me mi ero data una scadenza: se entro una settimana non mi avesse contattato nessuno, sarei ripartita. Dopo tre giorni ho ricevuto cinque richieste dai miei primi clienti. In quel momento ho pensato che forse quell’intuizione non era sbagliata.

Da lì ho iniziato a studiare in modo approfondito il mercato meridionale, che è molto diverso da quello del Nord, in particolare da quello emiliano. Ho lavorato per specializzarmi sempre di più sul Mezzogiorno, analizzando le singole regioni, le caratteristiche delle aziende e i loro fabbisogni.

Quando nasce ufficialmente Lavoro al Sud e qual è stato il percorso che ha portato alla sua realizzazione?

Lavoro al Sud nasce ufficialmente a giugno 2025, anche se in realtà era un’idea che avevo maturato molto tempo prima. Tra bandi, tentativi di finanziamento e tutte le difficoltà che attraversa chi vuole avviare una start-up, il percorso è stato lungo e complesso. A un certo punto è arrivato quello che considero il secondo momento di rottura: ho deciso di investire tutto, anche i miei risparmi, in questo progetto in cui credo profondamente. Per me non è mai stata solo una piattaforma, ma un vero e proprio ecosistema.

Ricordo che, a una settimana dal lancio, è arrivato il primo segnale importante: la Regione Puglia ci ha contattati perché eravamo stati selezionati tra le 40 aziende più innovative del territorio. Sono partita per Lecce con uno stand e ho avuto l’opportunità di confrontarmi subito con investitori e professionisti, iniziando a capire quali fossero i punti di forza e le aree di miglioramento del progetto.

All’interno di Lavoro al Sud un ruolo importante è svolto dagli ambassador. Come nasce e come si struttura questa community?

Dopo alcuni mesi dal lancio di Lavoro al Sud è entrato nel progetto Giuseppe Oliva, con il ruolo di community manager e una funzione molto specifica. Questo perché l’ecosistema di Lavoro al Sud oggi è composto non solo dalle aziende del network, ma anche da una community di persone sui social e da brand ambassador: professionisti che, ciascuno con le proprie competenze e il proprio percorso, condividono valori, missione e visione del progetto e scelgono di dedicare parte del loro tempo a farlo conoscere.

I primi ambassador si sono avvicinati in modo del tutto spontaneo, proprio perché Lavoro al Sud ha una forte missione sociale: trattenere o riportare talenti sul territorio, offrendo un’alternativa concreta e promuovendo una cultura del lavoro basata su opportunità reali e aziende serie. Oggi si tratta di una vera e propria rete attiva: quando partecipiamo agli eventi, alcuni ambassador sono presenti allo stand di Lavoro al Sud, perché scelgono di contribuire attivamente al progetto e alla sua diffusione.

Qual è il valore aggiunto di Lavoro al Sud rispetto ad altre piattaforme di ricerca lavoro?

Lavoro al Sud nasce come piattaforma di ricerca lavoro in cui aziende meridionali offrono opportunità, ma con una differenza importante: gli annunci sono filtrati. Non si trovano spam o offerte poco trasparenti, come spesso accade su altre piattaforme, ma annunci che vengono verificati prima di essere pubblicati. Da un lato ci sono le aziende, dall’altro i talenti: persone del Sud che vogliono restare o tornare e che consultano queste opportunità. La vera specificità rispetto a piattaforme come LinkedIn, è la verticalità geografica: tutto è geolocalizzato sul Mezzogiorno. Quando un utente entra, vede esclusivamente opportunità nelle regioni meridionali. Un’ulteriore verticalità della piattaforma è che questo spazio risponde anche a un bisogno concreto dell’imprenditoria locale, soprattutto delle piccole e medie imprese, che spesso su LinkedIn non trovano spazio o non sanno come orientarsi. All’interno di Lavoro al Sud trovi aziende virtuose, contenuti informativi e una community attiva, anche attraverso i social e Telegram.

Oltre alla sezione lavoro e formazione, quali altri contenuti offre la piattaforma? Penso ad esempio a “Tornati”: come nasce e che ruolo ha oggi?

Tornati” è una docu-serie, come suggerisce il nome, dedicata a chi ha scelto di tornare al Sud. Nasce durante la mia attività di divulgazione sui social, quando ricevevo tantissimi messaggi da persone che mi dicevano: “io non ho il coraggio di fare quel passo”. Erano persone molto diverse tra loro, profili junior e senior, ma accomunate dallo stesso dubbio. Ho pensato allora di dare voce a chi quella scelta l’aveva già fatta. All’inizio, insieme a un collaboratore, andavamo a cercare queste storie e realizzavamo video interviste, partendo dalla mia regione per una questione logistica. Chiedevamo: perché sei andato via? Perché sei tornato? Ti sei pentito? L’obiettivo era raccontare tutto il processo: prima, durante e dopo. Le persone si sono riconosciute molto in queste storie e hanno iniziato a immedesimarsi: “allora posso farlo anche io”, “non serve essere un manager per tornare”.

A un certo punto, anche su input delle aziende, abbiamo fatto un passo in più: abbiamo trasformato “Tornati” in uno strumento di employer branding e talent attraction. Non raccontiamo più solo le persone, ma entriamo nelle aziende e raccontiamo le storie dei dipendenti che sono tornati e oggi lavorano lì.

Dopo una delle prime interviste, un’azienda ha ricevuto oltre 200 curriculum in 24 ore, anche perché spesso il territorio stesso non conosce queste realtà. Da qui abbiamo sviluppato altri format, come “Luce del Sud”, in cui raccontiamo aziende virtuose attraverso contenuti social. Oggi lavoriamo sia proponendo format già esistenti sia co-progettando contenuti su misura per le aziende, in base ai loro obiettivi: ad esempio, raggiungere professionisti all’estero o attrarre competenze specifiche. L’idea è sempre quella di costruire una narrazione diversa e più consapevole del lavoro al Sud.

Dal tuo osservatorio, quali sono le regioni che rispondono di più a questo tipo di progetto? E che situazione hai riscontrato in Calabria?

Ad oggi, la regione che risponde di più, soprattutto quando si parla di creatività e contenuti innovativi, è la Campania. C’è una percentuale molto alta di aziende di grande livello, spesso già strutturate e consapevoli, a cui bisogna spiegare poco perché sono già avanti.

In Puglia, invece, nonostante avessi già contatti e conoscessi alcuni imprenditori, il lavoro è stato più lungo e costruito nel tempo. È stato necessario un approccio più certosino, ma poi i risultati sono arrivati.

Per quanto riguarda la Calabria, ho trovato maggiore apertura da parte del mondo istituzionale, e questo è un dato interessante, ma anche un po’ dispiace. La Calabria sta vivendo un momento storico importante, non solo grazie all’Unical, ma a tutto l’indotto legato al digitale e all’innovazione. Allo stesso tempo, però, resta un territorio segnato da un forte spopolamento. E noi vorremo coniugare queste due situazioni per dare visibilità a quelle aziende che pagano quanto devono pagare i dipendenti, lavorano bene, hanno una storia da raccontare, a prescindere se sia quella del dipendente, dell’imprenditore etc.

Qual è la tua visione per il futuro di Lavoro al Sud e quali sono le prossime sfide del progetto?

Ad oggi, come molte realtà giovani, stiamo lavorando sul reperire fondi per rendere la piattaforma sempre più rispondente ai bisogni concreti di persone e aziende. La direzione è quella di aprirci sempre di più all’esterno, trovando partner e collaborazioni che siano coerenti con i nostri valori.

Dal punto di vista operativo, stiamo lavorando sul back-end: oggi le aziende ci segnalano annunci di lavoro, ma lo stesso fanno enti di formazione, ITS, università, che condividono corsi, workshop e recruiting day. Il nostro compito è raccogliere e rendere accessibili tutte queste opportunità.

Allo stesso tempo, il nostro lavoro è anche culturale: vogliamo “illuminare” quel Sud che funziona. Non per negare le criticità, che esistono e vanno affrontate, ma per mostrare anche ciò che c’è e che spesso non viene raccontato. Lo scopo è permettere alle persone di fare scelte consapevoli. È giusto partire, fare esperienze, anche andare via. Ma è importante sapere cosa si lascia, conoscere le opportunità che esistono sul territorio prima di decidere.

Stiamo già costruendo una rete: collaboriamo con università come quella di Foggia o l’Università Federico II di Napoli attraverso un’academy nel settore farmaceutico molto importante; abbiamo Confindustria tra i nostri partner. Stiamo cercando di espanderci anche ai comuni e alle regioni, perché sarebbe bello vedere anche istituzioni a fianco di questo progetto.

Ad esempio, è entrato da pochissimo, dobbiamo ancora comunicarlo online, il comune di Bari con Porta Futuro che è uno sportello a tutti gli effetti comunali, quindi pubblico, per cui è importante che non restiamo soli, perché le regioni devono costruire questi progetti, ma non perché noi abbiamo bisogno delle regioni per fare il nostro lavoro, ma perché entrambi abbiamo bisogno di lavorare insieme per fare il nostro lavoro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
Rubriche
Famiglia
Immagine in evidenza categoria Spazio Genitori

Spazio Genitori

di Gianni Trudu

Società
Immagine in evidenza categoria Dottrina sociale

Appunti di dottrina sociale

di Domenico Marino

Cultura
Immagine in evidenza Libro della settimana

Il libro della settimana

di Mimmo Nunnari

Storia
Immagine in evidenza categoria dagli Archivi

Dagli archivi

di Renato Laganà

tecnologia
Immagine in evidenza Human Prompt

Human Prompt

di Davide Imeneo

Articoli Correlati
Aula G
Progetto psicologo scolastico

Progetto psicologo scolastico: il bilancio del primo anno nelle scuole della Calabria

Prima Comunione

Prima Comunione: la lettera dei giovani alle famiglie per domandare dialogo

Educazione digitale minori

Educazione digitale minori in famiglia: l'enciclica sull'intelligenza artificiale

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi ogni giorno le notizie più importanti dalla Chiesa calabrese direttamente nella tua casella email