Ai Overview: L’analisi dei registri conservati nell’archivio diocesano permette di tracciare un resoconto sulle origini e le evoluzioni del centro abitato di Laganadi. Partendo dalle diverse ipotesi sul toponimo, collegate a peculiarità botaniche o alla presenza di specifiche famiglie nella vallata del Gallico, la ricerca fissa la nascita del casale al X secolo, come rifugio dalle incursioni saracene. Il documento si concentra poi sulle visite pastorali dell’arcivescovo Annibale D’Afflitto tra il 1595 e il 1605, attraverso le quali vengono documentate le condizioni strutturali della chiesa della Madonna delle Grazie, la fluttuazione demografica, i progressivi adeguamenti degli arredi sacri e la gestione amministrativa affidata ai “mastri” locali.
Le origini storiche e l’analisi del toponimo
La storia di un territorio mette insieme gli avvenimenti che nel corso dei secoli hanno interessato piccoli e grandi centri. Ce ne siamo resi conto ripercorrendo attraverso i documenti di archivio le storie di piccole e più estese realtà della collina reggina e delle vallate e, negli ultimi mesi, particolarmente nella vallata del Gallico alle pendici del rilievo aspromontano. Così, quasi idealmente legati alle escursioni dei vescovi ed alle annotazioni dei parroci nel territorio diocesano dalla fine del Cinquecento ad oggi, incontriamo nel nostro percorso un piccolo centro le cui notizie storiche ufficiali si fermano a poche righe. Per chi scrive l’interesse a misurarsi con una nuova ricerca si accresce nel legare le radici del proprio cognome ad una presenza nel territorio. Lo storico Guarna Logoteta nella sua sintetica Storia delle Parrocchie (1901) formula l’ipotesi che il nome di Laganadi «sia preso dal lagano, specie di virgulto, comune fra noi, ed ivi probabilmente abbondante» e più estesamente «luogo di pascoli e virgulti»; il cultore di storia locale Sebastiano Schiavone (1977) ha ricordato che le «cofanelle» di lagano venivano intrecciate dai cestai e si usavano «per trasportare materiale per i muratori»; il glottologo Giovanni Alessio nel suo saggio sulla Toponomastica calabrese (1939) fa derivare il nome «dal greco làchana, ossia piantagione di cavoli» e altri come luogo dei «discendenti della famiglia Laganà». Quest’ultima indicazione appare plausibile se ci riportiamo a quel prezioso documento del Brebion, redatto attorno all’anno 1050, nel quale sono citate presenze nella vallata del Gallico di famiglie con quel cognome. La storia ufficiale fa risalire la fondazione del centro al X secolo, quando in seguito alle incursioni dei Saraceni, un gruppo di abitanti della vicina città di Calanna, si rifugiò all’interno della vallata costituendo il casale che poi nel corso dei secoli ha seguito le sue vicende feudali.
La prima visita pastorale dell’arcivescovo D’Afflitto
La nostra storia tracciata sulle fonti documentarie dell’archivio diocesano ha una data di inizio che coincide con la prima visita pastorale dell’arcivescovo Annibale D’Afflitto del 18 aprile 1595, quando, dopo aver visitato le chiese di Calanna raggiunse la frazione di Laganadi, abitata da trenta nuclei familiari per complessivi duecento abitanti. La piccola chiesa era dedicata alla Madonna delle Grazie e, a causa delle condizioni di povertà, era priva di porte e finestre di legno, non vi era custodia eucaristica e mancava il fonte battesimale. Nella chiesa era presente un sacerdote «straniero, non idoneo all’amministrazione dei sacramenti», condizione che portò il presule ad affidare alla Comunia dei sacerdoti della vicina Calanna la nomina di uno dei suoi componenti che ricadde, con la sua approvazione, su D. Marco Antonio Melissari. Ordinò pertanto, che si conservasse l’Eucarestia per gli Infermi in una scatola di stagno da riporre nel tabernacolo di pietra dal quale dovevano togliersi gli oli sacri per riporli in una nicchia nella parete vicina all’altare e che fosse costruito il fonte battesimale.
Il ruolo dei mastri e l’ispezione del 1597
Due anni dopo, il 19 novembre 1597, il cappellano designato dalla Comunia di Calanna era D. Paolo Periconio, il quale riceveva da parte dell’università di Laganadi un salario di quindici ducati e la disponibilità di un alloggio, oltre alla metà della cera e dell’olio fornita dalla stessa Comunia. In quell’anno erano stati eletti come «mastri» per curare la manutenzione della chiesa e la raccolta delle elemosine, i fedeli Santonio Suraci e Dozio D’Agostino. Ad essi ed alla Comuneria l’arcivescovo che aveva rilevato la realizzazione di quanto ordinato in precedenza, chiese di aumentare le dimensioni dell’altare sui lati di un palmo (cm 27 c.), di realizzare una predella di legno, di sistemare una piccola credenza sul lato sinistro del presbiterio, di provvedere a un baldacchino ed a quattro lanterne per portare l’Eucarestia agli infermi oltre ad alcuni paramenti. La descrizione degli arredi sacri si rivelò più cospicua rispetto alla visita precedente rilevandosi che mancava il calice con la coppa e patena d’argento che era stato portato a Messina per essere sistemato. Il presule specificò poi che la Comunia aveva l’obbligo della dotazione funzionale di quanto occorreva per la celebrazione delle Messe mentre i mastri avevano l’obbligo di spendere le elemosine raccolte «secondo la volontà del vice vicario ed arciprete di Calanna» e impegnarsi a rendicontare allo stesso le spese effettuate nel triennio precedente. L’indicazione del numero dei nuclei familiari si rivelò in flessione, contandosi ventiquattro «focolari», per complessive 108 persone.
I lavori prescritti nella visita del 1605
Otto anni dopo, il 1° novembre 1605, l’arcivescovo D’Afflitto, completati i riti iniziali, procedette all’ispezione della chiesa rilevando la presenza di un grande tabernacolo ligneo dorato, rivestito al suo interno da un panno di lana rosso e dotato di una serratura, che conteneva una piccola pisside d’argento che, «per la povertà del casale», serviva anche come deposito e per portare l’Eucarestia agli infermi. Il battistero, all’ingresso della chiesa, era sopraelevato di due gradini e l’acqua benedetta e l’olio santo erano conservati in vasi di ceramica. Gli oli sacri contenuti in tre ampolle di stagno erano ancora nel tabernacolo e quindi il presule rinnovò l’ordine di riporli in una nicchia della parete chiusa da uno sportello a vetri. I libri parrocchiali erano trascritti nella forma richiesta dal sinodo e da essi di rilevava che i nuclei familiari avevano raggiunto i quaranta «fuochi» per un totale di 200 anime. Il cappellano in quell’anno era D. Annibale Sandalo che «soggiornava giorno e notte nel casale», dipendendo la cura parrocchiale dalla chiesa arcipretale del SS. Salvatore di Calanna. I mastri eletti in quell’anno erano Giovanni Bernardo Calabrò e Domenico Musicò. Nella chiesa si venerava il quadro, dipinto ad olio, della titolare e «l’immagine del SS. Crocefisso». La dotazione di suppellettili sacre si era accresciuta ma le condizioni della chiesa mostravano un certo abbandono e il presule ordinò ai mastri della chiesa ed al sindaco di provvedere ad eseguire, entro quattro mesi, il livellamento del piano di calpestio provvedendo a «riempire la chiesa sino alla porta e farsi il pavimento»; la pitturazione della chiesa; la realizzazione della balaustra davanti all’altare e delle «incerate alle finestre»; un fossato di drenaggio sul retro della chiesa; l’apertura di una finestra «nel muro di sopra». Le rendite della chiesa provenivano da censi su terreni agricoli, su case del casale e, oltre al denaro, venivano pagati con quantità di cera. (continua)













