In occasione della Giornata internazionale delle lotte contadine del 17 aprile, la ricostruzione storica delle condizioni di lavoro delle raccoglitrici di gelsomino sulla costa jonica calabrese. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, migliaia di braccianti furono impiegate nella raccolta notturna del fiore destinato all’industria profumiera internazionale, dovendo affrontare turni massacranti e assenza di tutele. Attraverso gli scioperi del 1959 e il successivo intervento sindacale del 1960, le lavoratrici ottennero un contratto collettivo provinciale, segnando una tappa fondamentale per il riconoscimento dei diritti nel lavoro agricolo femminile del Meridione.
Il significato della Giornata internazionale delle lotte contadine
Il 17 aprile, che La Via Campesina indica come Giornata internazionale delle lotte contadine, è una data che rimanda a conflitti concreti, al diritto alla terra e alla dignità del lavoro agricolo.
Ogni volta che celebriamo questa giornata, il pensiero va a una prospettiva meridionale. La lotta contadina ha infatti radici antiche e, in Calabria, trova spazio nel secondo dopoguerra e la seconda metà del Novecento.
Il lavoro notturno e l’economia del fiore nella Calabria jonica
In particolare, una delle storie più simboliche, e ancora poco diffuse, è quella delle gelsominaie della Calabria jonica. La loro forza e la loro consapevolezza sono racchiuse anche in una ricerca di Carmela Maria Spadaro per l’Università Federico II di Napoli.
Nello studio “Rivolte tra i gelsomini. Raccoglitrici di fiori in Calabria e diritti sociali nella seconda metà del Novecento”, Spadaro analizza le lotte delle gelsominaie, dentro una storia che racconta la coltivazione intensiva del gelsomino che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, era divenuto, insieme al bergamotto, uno dei prodotti di punta dell’area, anche grazie ai rapporti commerciali con l’industria profumiera francese. Dietro questa economia, però, c’era il lavoro delle raccoglitrici. Era un lavoro stagionale, notturno e quasi interamente femminile: la raccolta avveniva prima dell’alba, quando il fiore conservava ancora intatta la sua essenza, e richiedeva precisione, rapidità e una manualità delicata. Erano le donne a farsene carico, sia per la tipologia del lavoro, che richiedeva estrema delicatezza, sia per lo spopolamento delle campagne causato dall’emigrazione maschile. Molte di queste donne si ritrovarono ad avere un ruolo centrale nel sostegno economico della famiglia.
Il problema principale erano le condizioni salariali. A Milazzo le gelsominaie erano pagate a cottimo e, secondo la documentazione richiamata dalla Biblioteca Regionale, nel secondo dopoguerra partirono da 25 lire al chilo, dentro un sistema di sfruttamento che coinvolgeva circa 2.000 operaie distribuite in dodici aziende. In Calabria, alla fine degli anni Cinquanta, una gelsominaia raccoglieva in media 4-6 chili di fiore al giorno e veniva pagata 175 lire al chilo, cioè tra 700 e 1000 lire giornaliere.
Dalla Sicilia alla Calabria: le proteste e le rivendicazioni salariali
È da questa consapevolezza del proprio peso economico e sociale che nasce la protesta delle gelsominaie, tra Sicilia e Calabria.
In Sicilia, la “rivolta dei fiori” del 1946 nacque come difesa del lavoro femminile agricolo in senso più ampio: la protesta milazzese non riguardò soltanto il gelsomino, ma si allargò rapidamente alle raccoglitrici di olive e arance, alle lavoratrici dei semenzai e persino alle operaie delle cave di argilla, mettendo in evidenza l’inadeguatezza della normativa sul lavoro agricolo femminile e chiedendo parità salariale e sindacale con gli uomini. Lo sciopero femminile siciliano aprì un percorso che, negli anni, portò a miglioramenti salariali e a condizioni meno dure, facendo emergere figure simboliche come Grazia Saporita, detta “la Bersagliera”, e il sindacalista Tindaro La Rosa e portando il salario prima a 50 lire al chilo, poi a 80-90, fino ad arrivare a 1.050 lire nel 1975.
In Calabria, invece, le raccoglitrici incrociarono le braccia nel 1959. Oltre alla richiesta di salari e diritti, le gelsominaie calabresi rivendicavano la particolarità di un lavoro che non poteva fare a meno delle mani femminili. Ciò che si chiedeva era che un lavoro indispensabile all’economia locale smettesse di essere trattato come un’attività marginale e priva di dignità.
L’intervento del sindacato e le tutele per le raccoglitrici
Un passaggio particolarmente significativo arriva nel 1960, quando la CGIL indirizzò al Ministero del Lavoro una proposta intitolata “Dignitosa tutela delle raccoglitrici dei fiori”. Il documento, ricordato da Spadaro, denunciava le condizioni di estremo disagio delle oltre diecimila lavoratrici del versante ionico reggino: il lavoro era definito “nocivo” perché svolto nelle ore notturne, esposte all’umidità e ai rigori dell’alba; si chiedevano controlli sanitari e di sicurezza, l’iscrizione regolare nelle liste di collocamento per contrastare il caporalato, assistenza previdenziale commisurata alle ore di lavoro e, soprattutto, tutele per i figli delle lavoratrici, con asili, doposcuola e refezione scolastica.
La loro protesta condusse, nel 1962, a un contratto collettivo provinciale più strutturato. La parabola del gelsomino calabrese, del resto, fu breve. Dopo la stagione d’oro arrivarono la concorrenza internazionale, la meccanizzazione, l’aumento dei costi, le distorsioni del mercato e una crisi che portò, nel giro di pochi anni, alla quasi completa scomparsa della coltura.
La rugiada e il sole
Negli ultimi anni, però, questa memoria ha ripreso voce anche fuori dagli studi storici. Il documentario “La rugiada e il sole”, realizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria su impulso di Lucia Cara, ha raccolto prima della pandemia alcune delle ultime testimonianze dirette delle raccoglitrici della costa ionica reggina
Nel documentario oltre alla ricostruzione storica, sono presenti interviste a cura di Anna Foti e Paola Suraci che raccontanoun’epoca in cui anche in Calabria le donne hanno scritto la storia con il loro contributo alla vita produttiva e all’economia del territorio. Un contributo a lungo poco raccontato e mai pienamente riconosciuto, ma segnato da battaglie, coraggio e fatica.
La rugiada, in questo racconto ha un valore ben preciso, perché segna la fine del lavoro notturno: quando comparivano le prime gocce tra la fine della notte e l’inizio del giorno, la raccolta infatti si concludeva, perché i fiori non sarebbero più stati spendibili per la concreta destinata alla profumeria. Ma quello era anche l’inizio di un’altra giornata, che per le donne proseguiva tra casa, figli, orti e faccende domestiche.
La memoria della Riviera dei Gelsomini e la testimonianza letteraria
Oggi, di quegli anni resta la memoria e altri diritti da conquisare. A noi resta il profumo di questo fiore delicato, che per quelle donne rappresentava un odore fastidioso e faticoso.
Lungo il tratto di costa che porta il nome di questo fiore risuonano le parole dello scrittore Gioacchino Criaco in Donne di gelsomino e figli delle rughe. Un racconto che restituisce una profonda intimità e nobiltà al lavoro di queste donne coraggiose:
“ottomila gemme bianche raccolte delicatamente per non sciuparle e deposte con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco. Da mezzanotte a giorno fatto per sorprendere i gelsomini, che erano timidi vampiri e si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole per essi mortale. Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo e le donne, le campionesse, ne contavano fino a quarantamila in una notte per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei figli. Chi non le ha odorate, quelle albe dense di ritorni profumati, non lo sa quanta forza ci sia stata nelle donne calabresi. Chi non li ha visti, i trucchi da fate buoni a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, non lo ha mai assaggiato il coraggio magico di quelle donne. Chi non c’è mai stato nella pancia del popolo calabrese non può saperlo, che ci abbiamo provato a essere migliori.
E nessuno lo sa che nelle lotte più dure ci sono sempre state le donne in prima fila, e anche se si è perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Se ancora una speranza c’è, lo si deve alla loro dimensione morale, che anche durante le tempeste più buie ha fatto di tutto per indirizzarci alla luce. Ci portavano a letto con ninne nanne e favole, figlie dei meravigliosi cunti aspromontani; durante la notte contavano quarantamila fiori e al mattino tornavano a raccontarci favole con quel po’ d’orzo o di latte che, con la loro fatica, riempiva le tazze. Nascondevano il sudore sotto il profumo del gelsomino e, dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e cucinare, insegnare, ballare, cantare, ad amare, a vivere e a farci vivere. Ecco, state attenti a parlare di bambini calabresi se non conoscete la storia delle donne a cui sono appartenuti. Non date colpe alle donne calabresi: a volte i figli vengono sbagliati nonostante il profumo del gelsomino”.













