Certamente. Ecco la Fase due, con il lead introduttivo e l’inserimento dei titoli di paragrafo (H2) nel corpo del testo originale per migliorarne la leggibilità e la struttura.
L’analisi storica del casale attraverso i documenti d’archivio
L’analisi dei registri parrocchiali e delle relazioni delle visite pastorali offre una ricostruzione puntuale della vita sociale e religiosa di questo centro della vallata aspromontana tra il XVII e il XVIII secolo. I documenti d’archivio non si limitano a riportare dati demografici, ma descrivono la resilienza di una comunità di fronte a calamità naturali ed epidemie, oltre a dettagliare l’evoluzione architettonica e liturgica dei luoghi di culto. Dalla gestione del patrimonio ecclesiastico alle minuziose prescrizioni degli arcivescovi Zicari e Capobianco, emerge un quadro vivido delle dinamiche locali, dove la fede si intrecciava strettamente con le necessità materiali e la gerarchia sociale del tempo.
Demografia e calamità: il resoconto dei registri settecenteschi
I registri parrocchiali che ci sono pervenuti ci danno un quadro di alcuni momenti significativi della vita nel piccolo centro nel contesto territoriale della vallata. Dal registro dei matrimoni si deduce che nei primi decenni del Settecento il numero dei riti registrati era tra i 2 e i 4 l’anno, con punte massime di 7 negli anni 1700, 1701 e 1710. Gli sposi non del casale provenivano dai vicini centri della vallata (Podargoni, Laganadi, S. Stefano, Schindilifà, Cerasi, Ortì). Dal registro dei defunti si desume che nel 1687 una epidemia colpì il centro della vallata aspromontana e si contarono ben 58 morti di cui 21 in tenera età. Il 2 aprile 1718 un violento nubifragio colpì il territorio provocando, come ebbe ad indicare il parroco, 3 morti «affogati». Altri anni difficili, per l’insorgere di epidemie, furono il 1726 e il 1727 quando per ciascun anno si contarono 27 vittime di cui la metà bambini.
La visita pastorale dell’arcivescovo Domenico Zicari nel 1757
Il 6 novembre 1757, l’arcivescovo Domenico Zicari giunse in visita pastorale nel casale. Dopo aver adorato il SS.mo Sacramento, accolto dal clero e dal popolo venne ospitato dal familiare del parroco Bonaventura Cimino. Il giorno successivo dopo il rito pontificale di ingresso, incedendo in processione con il clero accompagnato dal popolo e cantando gli inni, si portò alla chiesa parrocchiale dove, dopo aver fatta l’assoluzione dei defunti e visitato il SS.mo Sacramento, impartì la benedizione ai convenuti. Il clero era composto da: rev. D. Gaetano Cimino, parroco; rev. D. Orazio Cancellieri, senior; rev. D. Gregorio Tripodi; rev. D. Giuseppe Chirico; rev. D. Orazio Cancellieri, junior; dai chierici Antonino Cancellieri e Antonio Romeo e dai novizi Enrico Romeo e Geronimo Papalia che, uno alla volta, si avvicinarono alla sua sede per essere ascoltati.
Il decoro dell’edificio sacro e le nuove disposizioni liturgiche
Dopo aver impartito le Cresime tenne il sermone e nel pomeriggio procedette all’ispezione della chiesa parrocchiale, che era stata ricostruita da qualche anno che aveva soltanto l’altare maggiore dedicato alla B.V. Annunziata nel quale si celebravano le messe. Nel visitare questo altare dispose che la pietra sacra venisse portata più avanti per poter celebrare comodamente il sacrificio della messa. Nel visitare le suppellettili sacre dispose che il cingolo e l’ostensorio esistenti fossero interdetti all’uso, rimanendo interdetta anche la pianeta, se non venisse rifasciata escludendo anche l’uso del manipolo nero. Le restanti suppellettili dovevano essere risarcite e accomodate e si doveva provvedere a un nuovo messale aggiornato. Per una maggiore venerazione nella chiesa dispose che la porta maggiore doveva essere sostituita entro due mesi perché antiquata. La chiesa risultava retta da rettori, che avevano cura della stessa, raccoglievano le elemosine e annualmente, nel mese di novembre esibivano i computi degli introiti e delle uscite. Il presule ordinò al parroco che, entro lo stesso termine, dovesse predisporre l’inventario delle suppellettili della chiesa parrocchiale, indicando anche le proprietà, i censi e i redditi e gli oneri, come prescritto nell’editto della Visita del 2 giugno 1757.
La Chiesa di Sant’Alessio e le istituzioni delle cappellanie
Nel casale l’esercizio della Via Crucis si svolgeva fuori della chiesa in un luogo detto volgarmente Il Calvario, e l’arcivescovo per ricondursi alle disposizioni emanate ordinò che dovevano disporsi all’interno della chiesa le stazioni con le immagini raccomandandone l’esercizio ogni venerdì, concedendo a questo scopo quaranta giorni di indulgenza. Ordinò poi che nella sacrestia venisse apposta una tabella con gli oneri delle messe e di un libro nel quale i sacerdoti potessero farne relativa annotazione. Nel casale risultava presente un’altra chiesa dedicata a S. Alessio nella quale espresse apprezzamenti per l’altare maggiore e per l’altare di Gesù e Maria raccomandando di pulire una grande immagine del SS. Crocefisso, di accomodare il pavimento e di imbiancare la chiesa entro quattro mesi. Alcuni documenti, conservati nell’archivio diocesano tra le carte della parrocchia, sono quelli relativi alla «Costituzione del sacro patrimonio per lo novizio Girolamo Papalia». Dovendo procedere con la «prima tonsura» si dovevano produrre documentazioni che dovevano attestare che il novizio non era «stato mai reo o inquisito nella Curia locale», e i genitori dovevano procedere a dotarlo di alcuni beni per una dotazione di circa 70 ducati destinati a garantire il suo sostentamento, atto che consentiva spesso alle famiglie di ottenere l’esonero fiscale di parte del patrimonio.
Il lascito di Don Giuseppe Chirico e la visita di Alberto Capobianco
Un altro documento dello stesso anno 1758 riguarda la «Erezione di cappellania sotto il titolo di S. Francesco di Paola dentro la chiesa di S. Alessio eretta dal rev. D. Giuseppe Chirico». Esso fa capo all’atto redatto dal notaio Giuseppe Antonio Thomasini di Sambatello, padre dell’arcivescovo reggino Alessandro (1756-1826), con il quale il detto sacerdote nel fare erigere e donare «a sue proprie spese» un altare nella chiesa parrocchiale di S. Alessio, sito sulla sinistra dell’altare maggiore come «cappella sotto il titolo glorioso di S. Francesco di Padova» [sic], si impegnava a tenerlo «sempre ornato, e provvisto di addobbi, ornamenti e suppellettili» con l’aggiunta successiva di un sepolcro gentilizio, costituendo una dotazione per garantire la celebrazione di una messa ogni giorno di venerdì, di solennizzare annualmente la festività del due aprile «con apparare decorosamente detto altare, con sparo di mortaretti e cantando il giorno», promettendo inoltre in quel giorno di «convitare in sua casa tre persone povere, e darli a mangiare tre vivande e bere e, finito il pranzo, grana cinque per ognuno in danaro, baggiando alli medesimi i piedi in segno d’umiltà, acciò il Signore Iddio gradendo con tali atto si compiacqua perdonarli i peccati». Il 5 maggio 1768 l’arcivescovo Alberto Capobianco giunse con il suo seguito nel casale raggiungendo la casa di Bonaventura Cimino e, dopo pranzo, alle ore 14 aprì la visita pastorale, ricevendo, dopo i riti iniziali, l’obbedienza dei sacerdoti D. Gaetano Cimino, parroco, D. Giuseppe Chirico, D. Orazio Cancilleri e D. Antonino Cancilleri. Visitando la SS. Eucarestia, raccomandò di sistemare il coperchio della pisside e nel battistero richiese che fosse dotato di una veste bianca per il battezzando e di un vaso per l’acqua da infondere. Espresse un giudizio positivo sull’altare maggiore che era di patronato della famiglia Cimino. In visita alla sacrestia richiese l’accomodamento di alcun i paramenti sacri interdicendo all’uso una statua dell’Immacolata Concezione che veniva portata in processione. (continua)













