L’evoluzione della figura dell’ostetrica rappresenta uno dei passaggi più significativi nell’ambito delle professioni sanitarie legate al benessere femminile. Un tempo identificata in via del tutto esclusiva come la figura preposta ad assistere il momento del parto a domicilio, oggi l’ostetrica opera come una professionista autonoma che accompagna la donna in ogni fase della sua vita, spaziando dalla prevenzione ginecologica fino al delicato periodo della menopausa. Sebbene il quadro legislativo nazionale abbia sancito con chiarezza questa trasformazione, riconoscendo nuove competenze e responsabilità specifiche, il pieno riconoscimento a livello sociale incontra ancora delle resistenze legate ad abitudini culturali radicate e a problematiche organizzative interne alle strutture ospedaliere. Per inquadrare meglio le attuali dinamiche e le sfide quotidiane di questa professione e in occasione della Giornata Internazionale delle Ostetriche che si celebra il 5 magigo, ne abbiamo parlato con la dottoressa Carmen Pratesi, ostetrica in servizio presso il Grande Ospedale Metropolitano (Gom), impegnata tra percorsi nascita, allattamento e riabilitazione del pavimento pelvico.
Le radici storiche e il nuovo profilo professionale
Anticamente chiamata levatrice – “colei che leva il neonato dal corpo della donna” – o mammana, l’ostetrica era spesso una donna anziana del paese, custode di un sapere tramandato oralmente e costruito sull’esperienza. Una figura profondamente rispettata, quasi simbolica, che accompagnava la nascita entro una dimensione intima e, per certi versi, sacra. Oggi questo ruolo è profondamente cambiato: l’ostetrica è una professionista sanitaria che segue la donna lungo tutto l’arco della vita, dalla prevenzione alla gravidanza, dal parto al puerperio, fino alla menopausa, occupandosi anche di promozione della salute e del benessere del pavimento pelvico.
Le riforme legislative italiane hanno accompagnato e consolidato questa trasformazione, ridefinendo l’ostetrica non più come figura ausiliaria, ma come professionista autonoma, con competenze e responsabilità proprie. Eppure, nonostante questo percorso, il pieno riconoscimento sociale del ruolo resta ancora oggi una sfida aperta. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Carmen Pratesi, ostetrica al Gom di Reggio Calabria, che si occupa di gravidanza, corsi di accompagnamento alla nascita, puerperio, allattamento e riabilitazione del pavimento pelvico.
Come è cambiato negli anni il ruolo dell’ostetrica secondo la sua esperienza, sia dal punto di vista clinico che umano?
Nel corso dei decenni, il ruolo dell’ostetrica ha subito una trasformazione profonda e strutturale. Storicamente, rappresentava la figura di riferimento per l’assistenza al parto, soprattutto nei contesti territoriali: in regioni come la Calabria era conosciuta anche come “la mammina”, a testimonianza di un ruolo non solo sanitario, ma anche sociale e relazionale, fortemente radicato nella comunità. L’assistenza avveniva prevalentemente a domicilio e l’ostetrica costituiva un punto di riferimento imprescindibile per la donna e la famiglia.
A partire dagli anni Settanta, con il processo di medicalizzazione della nascita e il progressivo trasferimento del parto in ambito ospedaliero, il ruolo dell’ostetrica ha subito una iniziale ridefinizione, talvolta con una riduzione della sua autonomia operativa. Tuttavia, negli ultimi decenni si è assistito a una significativa rivalutazione della professione, sostenuta anche da un’evoluzione normativa che ha riconosciuto all’ostetrica lo status di professionista sanitaria autonoma.
Oggi l’ostetrica svolge un ruolo centrale nella tutela della salute femminile lungo tutto il ciclo di vita: non si limita all’assistenza al parto, ma si occupa della presa in carico globale della donna, dalla pubertà alla menopausa. In ambito clinico, le sue competenze includono la gestione della gravidanza fisiologica, l’assistenza al parto spontaneo in autonomia, la cura del puerperio e del neonato, nonché attività di prevenzione ginecologica, come l’esecuzione del Pap test. Particolare rilevanza ha inoltre assunto l’ambito della riabilitazione e prevenzione delle disfunzioni del pavimento pelvico. Sul piano umano e relazionale, gli elementi fondanti della professione, empatia, ascolto attivo e capacità comunicativa, restano invariati e imprescindibili, costituendo la base di un’assistenza realmente centrata sulla persona.
In quali momenti del percorso nascita e della salute femminile l’ostetrica può fare davvero la differenza, e perché il suo ruolo è ancora così centrale?
L’ostetrica può esercitare un impatto significativo in ogni fase del percorso di vita della donna, contribuendo in modo determinante alla promozione della salute e al benessere psico-fisico. Il suo intervento risulta particolarmente rilevante nei momenti di maggiore vulnerabilità come i primi approcci alla prevenzione ginecologica, nel corso della gravidanza, attraverso il sostegno informativo ed emotivo e ancora durante il travaglio e il parto, mediante un’assistenza competente e rispettosa dei tempi fisiologici.
Ulteriore ambito in cui l’ostetrica svolge un ruolo cruciale è il post partum e l’avvio dell’allattamento al seno, dove competenze tecniche e sensibilità relazionale si integrano per favorire un’esperienza positiva per madre e neonato. Spesso la differenza si concretizza in gesti apparentemente semplici, una parola di incoraggiamento, un gesto rassicurante, che hanno un impatto profondo sull’esperienza della donna.
Nonostante il ruolo dell’ostetrica sia oggi maggiormente riconosciuto rispetto al passato, esiste ancora un margine di valorizzazione. Sarebbe auspicabile che ogni donna potesse godere di un’ostetrica di riferimento, superando una visione limitata alla sola assistenza al parto e riconoscendone il valore come figura chiave nella prevenzione e nella continuità assistenziale.
Quali sono oggi le principali difficoltà che incontra nel suo lavoro quotidiano, tra organizzazione sanitaria, percezione sociale e rapporto con le pazienti?
Le criticità principali risiedono prevalentemente nell’organizzazione dei servizi sanitari. La carenza di personale e gli elevati carichi di lavoro determinano ritmi operativi intensi, che spesso non consentono di garantire un modello assistenziale personalizzato e continuativo, quale sarebbe auspicabile, ad esempio, l’assistenza “one-to-one” durante il travaglio, parto e puerperio. Questa condizione incide negativamente sia sulla qualità dell’assistenza percepita dalle donne sia sul benessere professionale delle ostetriche.
A tali difficoltà si aggiungono aspetti di natura culturale e informativa. Persistono, infatti, lacune conoscitive su tanti ambiti fondamentali della salute femminile, come la prevenzione e riabilitazione del pavimento pelvico oppure altrettanti infiniti sulla maternità.
In generale, vi è ancora poca informazione e una certa titubanza nell’affrontare determinati percorsi. Inoltre non tutte le donne riescono ad accedere ai servizi disponibili. Personalmente, resto comunque fiduciosa, perché a fronte di tante pazienti ancora poco informate, ce ne sono altrettante che arrivano più consapevoli e sicuramente più informate di ieri.













