La qualità dell’aria nei centri urbani italiani continua a rappresentare una sfida complessa per le amministrazioni e un rischio concreto per la salute dei cittadini. L’ultimo dossier elaborato da Legambiente, che analizza i dati relativi all’anno appena trascorso, restituisce una fotografia in chiaroscuro della penisola: se da un lato alcune condizioni meteorologiche hanno favorito una parziale dispersione degli inquinanti, dall’altro emergono criticità strutturali che impediscono un risanamento duraturo dell’atmosfera. Tredici capoluoghi di provincia hanno oltrepassato la soglia tollerata di polveri sottili, segnalando un ritardo preoccupante rispetto agli obiettivi di sostenibilità ambientale. La situazione appare ancora più delicata se proiettata verso il 2030, anno in cui entreranno in vigore i nuovi e più restrittivi parametri europei, attualmente disattesi dalla maggioranza delle città monitorate. Di seguito i dettagli dell’analisi e le proposte per invertire la tendenza.
I dati: tredici capoluoghi oltre i limiti
Bene ma non benissimo. Nel 2025 sono 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di PM10, fissato dalla normativa europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all’anno. La maglia nera quest’anno va a Palermo, seguita da Milano, Napoli e Ragusa. Sotto le sessanta giornate si collocano Frosinone con 55 sforamenti, Lodi e Monza con 48, Cremona e Verona con 44, Modena con 40, Torino con 39, Rovigo con 37 e Venezia con 36 giorni di superamento. Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano sforamenti oltre i limiti di legge.
È la fotografia sullo stato di salute del Paese Italia scattato dai dati del report Mal’Aria di città 2026 di Legambiente. Se dunque ad una prima occhiata si potrebbe fare un sospiro di sollievo lo scenario, spiegano da Legambiente, cambia radicalmente quando si guarda ai nuovi limiti che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030 (tra meno di quattro anni) con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria. Perché il 53% dei capoluoghi italiani (55 città su 103) non rispetta già ora il limite previsto per il PM10 di 20 microgrammi per metro cubo al 2030. Il dato più preoccupante è la lentezza con cui molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno.
L’analisi di Legambiente: serve un cambio di passo
«I risultati del 2025, tra i più positivi degli ultimi anni, vanno letti alla luce di condizioni meteorologiche favorevoli e della progressiva riduzione delle emissioni dovute al miglioramento tecnologico, non come frutto di politiche strutturali pienamente efficaci. L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni è chiara: molte città riducono le concentrazioni di PM10 troppo lentamente per rispettare i limiti europei del 2030 e tutelare la salute delle persone. Raggiungere i nuovi parametri, più stringenti rispetto ai precedenti e più vicini ai livelli indicati dalle linee guida dell’OMS, è fondamentale per ridurre morti premature e impatti sanitari», spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente. «Non possiamo rallentare: nel 2023 le vittime del PM2,5 in Europa sono state circa 238.000, di cui 43.000 italiane, concentrate in pianura padana. Una conta drammatica che ci condanna a restare maglia nera europea. Serve dunque ulteriori sforzi da parte di tutte le forze in gioco per continuare a ridurre l’inquinamento nel nostro Paese».
Le proposte per raggiungere gli obiettivi 2030
Per invertire la rotta e raggiungere gli obiettivi europei del 2030, Legambiente chiede interventi strutturali su sei ambiti prioritari.
Mobilità sostenibile: accelerare gli investimenti nel trasporto pubblico locale e regionale, estendere le zone a traffico limitato e a basse emissioni, espandere le reti ciclo-pedonali e diffondere la “Città 30” per aumentare la sicurezza stradale e ridurre le emissioni. Riscaldamento ed edifici: istituire Low Emission Zone specifiche per il riscaldamento, superare progressivamente l’uso della biomassa nei territori più critici, vietare caldaie inquinanti nelle aree più esposte e avviare programmi di riqualificazione energetica degli edifici.
Riduzione Emissioni Industriali: servono dei piani di bonifica per i siti inquinati e restrizioni severe per gli impianti industriali in aree urbane, con diniego di autorizzazioni per l’upgrading di impianti obsoleti.
Agricoltura e allevamenti: ridurre l’intensità di allevamento nelle aree in cui il numero di capi è eccessivo, come la Pianura Padana, rafforzare le buone pratiche agricole sullo spandimento dei liquami, incentivare gli investimenti per l’abbattimento delle emissioni di ammoniaca e vietare le combustioni agricole all’aperto.
Risorse e coordinamento: ripristinare immediatamente i fondi previsti dal decreto MASE del luglio 2024, garantire risorse certe e continuative, considerare la qualità dell’aria come una priorità nazionale non più rinviabile e assicurare un coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni.
Monitoraggio: aggiornare la rete territoriale delle centraline di monitoraggio per coprire anche aree oggi sguarnite e attivare un sistema sensoristico per inquinanti come metano e ammoniaca, che esalano dagli allevamenti e fungono da precursori nella formazione di polveri sottili e ozono.













