Ai Overview: Ricorre l’anniversario della canonizzazione di Massimiliano Maria Kolbe, il frate francescano polacco che perse la vita nel campo di concentramento di Auschwitz per salvare un altro prigioniero, padre di famiglia. Il 10 ottobre 1982, papa Giovanni Paolo II lo proclamò santo riconoscendogli il titolo di martire, ampliando la tradizionale definizione legata all’uccisione in odio alla fede per includervi l’odio sistematico dei totalitarismi contro la persona umana. L’evento si intrecciò con le delicate vicende storiche e sociopolitiche della Polonia di quegli anni, segnata dalle tensioni per lo scioglimento di Solidarność. L’eredità della figura di Kolbe ha successivamente influenzato la prassi canonica della Chiesa, portando nel 2017 all’introduzione formale della via dell’offerta della vita.
La canonizzazione e la scelta di Giovanni Paolo II
Quarantaquattro anni fa, il 10 ottobre 1982, era una domenica. In piazza San Pietro Giovanni Paolo II proclamava santo Massimiliano Maria Kolbe, il francescano conventuale polacco morto ad Auschwitz il 14 agosto 1941 dopo essersi offerto al posto di un padre di famiglia destinato al bunker della fame. Con la propria autorità apostolica, il Papa stabiliva inoltre che Kolbe, beatificato da Paolo VI nel 1971 come confessore, fosse da quel giorno venerato «anche come martire».
Il nodo sulla definizione di martirio
Il significato di quella canonizzazione sta proprio in questa scelta. Il nodo riguardava la definizione stessa di martire, tradizionalmente identificato con chi viene ucciso in odium fidei, in odio alla fede. Kolbe, invece, era morto nel corso di una rappresaglia seguita alla fuga di un prigioniero. La commissione voluta da Wojtyła aveva indicato per lui il titolo di confessore. Eppure, il Papa celebrò con i paramenti rossi e, nell’omelia, ricordò che i vescovi di Polonia e Germania chiedevano che fosse proclamato santo «come martire». Nella sua biografia di Giovanni Paolo II, George Weigel ha spiegato quella decisione in questi termini: nei totalitarismi, l’odio sistematico contro la persona rappresenta una forma contemporanea dell’odio contro la fede.
Il legame con la Germania e le tensioni a Varsavia
Il richiamo alla Germania non era secondario. Dal 1973 il Maximilian-Kolbe-Werk, sostenuto dai cattolici tedeschi, aiutava i sopravvissuti polacchi dei lager e continuò a farlo anche durante lo stato di guerra. Sullo sfondo c’era la Polonia di quei mesi. L’8 ottobre il Sejm aveva approvato la legge che, di fatto, scioglieva Solidarność ma il primate Józef Glemp era rimasto a Varsavia. Il giorno successivo alla canonizzazione, durante un incontro con i pellegrini polacchi, il Papa parlò delle lacrime viste in sala, nonché degli internati e dei detenuti, e chiese alle autorità che quelle lacrime potessero finalmente cessare.
L’impatto normativo e l’offerta della vita
Sta di fatto che la storia di san Massimiliano Maria Kolbe ha lasciato una traccia anche nelle norme della Chiesa. Il suo esempio contribuì a dare impulso alla via dell’«offerta della vita», distinta dal martirio e introdotta nel 2017 da papa Francesco con il motu proprio Maiorem hac dilectionem.
L’anniversario francescano e l’appello per la pace
L’anniversario cade quest’anno nell’Anno di san Francesco, a ottocento anni dal Transito del 3 ottobre 1226. E proprio nell’omelia del 1982 Wojtyła aveva presentato Kolbe come sacerdote e figlio spirituale del Poverello. Leone XIV, in occasione dell’apertura del centenario, ha posto al centro il tema della pace, ma già nell’agosto 2025 aveva invitato a invocarla, per intercessione di Kolbe, per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra.













