Avvenire di Calabria

L'editoriale del professore associato di Politica Economica presso l'Università Mediterranea di Reggio Calabria, Domenico Marino

Mercificazione del lavoro, grave peccato sociale

Tra gli spunti offerti dall'accademico: «Le tasse devono essere giuste, eque, fissate in base alla capacità contributiva di ciascuno»

di Domenico Marino

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L'editoriale del professore associato di Politica Economica presso l'Università Mediterranea di Reggio Calabria, Domenico Marino. Tra gli spunti offerti dall'accademico: «Le tasse devono essere giuste, eque, fissate in base alla capacità contributiva di ciascuno».

Cos'è la mercificazione del lavoro?

Papa Francesco nel discorso del 12 settembre ai partecipanti all’assemblea pubblica di Confindustria è tornato su due temi che gli sono molto cari e che sono importantissimi in questa fase storica che stiamo vivendo. Il primo tema è quello dell’equità fiscale come criterio redistributivo della ricchezza: «“Una forma di condivisione è la filantropia, cioè donare alla comunità, in vari modi. […] Ma molto importante è quella modalità che nel mondo moderno e nelle democrazie sono le tasse e le imposte, una forma di condivisione spesso non capita. Il patto fiscale è il cuore del patto sociale. Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio.


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Certo, le tasse devono essere giuste, eque, fissate in base alla capacità contributiva di ciascuno, come recita la Costituzione italiana (art. 53). Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti. Ma non bisogna considerare le tasse come un’usurpazione.

Esse sono un’alta forma di condivisione di beni, sono il cuore del patto sociale». E su questo aspetto il pensiero della Chiesa e le opinioni economiche camminano a braccetto. Bill Gates, terzo uomo più ricco al mondo, ha criticato fortemente il sistema fiscale americano, ma non per lamentarsi di pagare troppe tasse! Bill Gates si è lamentato della scarsa equità del sistema fiscale, chiedendo di pagare più tasse: «Io credo che il ricco debba pagare più tasse di quanto non ne paghi attualmente […] Sono per un sistema fiscale in cui, se hai più soldi, devi pagare una percentuale più alta di tasse […] Dovremmo spostare una maggior parte del carico fiscale sul capitale, piuttosto che sul lavoro».

Nel febbraio del 2001, dopo dell’abolizione della tassa di successione decisa dal presidente Bush, 120 miliardari americani acquistarono, a loro spese, una pagina intera del New York Times per protestare contro questo regalo fiscale dicendo che: «Togliere la tassa sulla successione arricchirebbe gli eredi dei miliardari, mentre renderebbe la vita ancora più difficile alle famiglie che fanno fatica a sbarcare il lunario…e sostenendo che chi, senza merito, eredita una grande fortuna deve ridistribuire socialmente attraverso la tassazione una parte di quella ricchezza».

Anche Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia 2008, ha sostenuto di essere disposto a pagare più tasse per avere una società più equa. Spostare la tassazione dal lavoro al capitale significa dare più reddito alle famiglie e ai lavoratori, diminuendo l’incidenza delle tasse per i soggetti deboli e finanziando questa operazione con una più alta tassazione del capitale. Operare in questo fa diminuire le diseguaglianze e la povertà. La legittimità della tassa di successione si basa sul principio del bene comune e della destinazione universale dei beni. La ricchezza accumulata non è un diritto assoluto, ma in ogni caso deve rispondere a logiche redistributive. L’altro tema toccato da Papa Francesco è quello del lavoro: «Oggi la quota di valore che va al lavoro è troppo piccola, soprattutto se la confrontiamo con quella che va alle rendite finanziarie e agli stipendi dei top manager.


PER APPROFONDIRE: Lavoro, la denuncia di Manfredonia (Acli): «Le diseguaglianze alimentano l’illegalità»


Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società. Adriano Olivetti, un vostro grande collega del secolo scorso, aveva stabilito un limite alla distanza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza a un destino comune, non si crea empatia e solidarietà tra tutti». Il lavoro costituisce uno dei pilastri dello sviluppo di un paese e questa centralità non può che fondarsi su di un nuovo modo di intendere il lavoro stesso.

Esso va considerato un’attività umana caratterizzata da dignità, regolarità, sicurezza, giusta remunerazione, capacità di costituire un momento di crescita umana. Qualcosa, cioè, che parte dalle persone, contribuisce alla crescita economica e sociale del paese e diventa un’espressione virtuosa della creatività umana. Il lavoro è il bene fondamentale su cui deve basarsi la crescita economica e sociale di ogni paese e di ogni comunità e la sua tutela e la sua promozione con riferimento ai segmenti deboli del mercato del lavoro deve diventare un obiettivo prioritario delle politiche economiche. Lo sfruttamento e la mercificazione del lavoro è uno dei più gravi peccati sociali.

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