Natale, mons. Checchinato (Cosenza): «il presepio ci mette davanti l’invito a cercare il Signore proprio lì dove la nostra chiusura mentale non lo farebbe»


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“La scelta del poverello di Assisi ci aiuta a entrare nel mistero della fede con la totalità di noi stessi, a fare contatto con la storia di Gesù attraverso i nostri sensi, dato che la festa del Natale vuole annunciarci proprio la grande verità della Incarnazione del Verbo di Dio”. Lo ha scritto mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo di Cosenza-Bisignano, in una lettera consegnata alla diocesi in vista del Natale. Il presule bruzio ha richiamato l’evento degli 800 anni della prima rappresentazione della nascita di Gesù suscitata dal desiderio di Francesco d’Assisi di “vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato”.

Per mons. Checchinato, “vedere con gli occhi del corpo” significa “attivare il senso della vista”, ma anche “connettere ad esso il nostro pensiero, il nostro cuore. Davanti ai nostri occhi passano tante cose, tante persone, tante situazioni vitali, ma non le vediamo tutte”. Infatti, “qualche volta i nostri occhi guardano, ma non vedono. O vedono, ma colgono solo la dimensione più esterna di ciò che i sensi sanno percepire”, mentre “contemplare il presepio ci permette di entrare in relazione con il Signore in maniera profonda”.

Mons. Checchinato ha evidenziato che “vedere con gli occhi del corpo” può significare anche “regalarsi del tempo per rientrare in se stessi e chiedersi cosa può significare per me quel segno di debolezza e di fragilità che è la dimensione dentro alla quale si è nascosto Dio stesso”. Difatti, “ognuno di noi sa cosa significa poter abbracciare la persona amata dopo una giornata di lavoro, o dopo un tempo prolungato di assenza”.

Per “compiere quell’abbraccio”, secondo il vescovo di Cosenza, “c’è bisogno di tempo, un tempo lento, non veloce, di intimità reale, non di pubblicità, di silenzio non di chiasso”. Il presule offre un “pensiero a coloro che sono piccoli e ultimi perché non possono gustare appieno della vita, delle risorse della terra, del bene prezioso della pace”, perché “giudicati dal nostro perbenismo e dalle nostre logiche inumane, perché non corrispondenti alle nostre attese e pretese”. Così “il presepio, così affollato di persone che venivano considerate ‘sgradite’ dalla cultura del tempo, diventa l’icona del nostro tempo e ci mette davanti l’invito a cercare il Signore proprio lì dove la nostra chiusura mentale non lo andrebbe a cercare”.

Fonte: Agensir

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