In occasione della Giornata internazionale dell’infermiere, pubblichiamo una riflessione sull’evoluzione della professione infermieristica nel corso degli ultimi decenni. Il testo ripercorre le tappe fondamentali di un lavoro che, partendo da una concezione legata principalmente all’assistenza caritatevole, si è strutturato nel tempo fino a raggiungere l’attuale inquadramento accademico, scientifico e ordinistico. Attraverso la testimonianza di chi ha operato nei reparti ospedalieri durante gli anni Ottanta e Novanta, emerge uno spaccato puntuale della vita in corsia prima dell’introduzione delle moderne figure di supporto, come gli Operatori Socio Sanitari. Un’analisi che descrive le pratiche quotidiane del passato, le modalità di cura del malato e il percorso di formazione continua sul campo, sottolineando l’importanza di mantenere inalterati il rigore, l’ordine e la professionalità all’interno delle strutture sanitarie odierne.
Le origini della professione e l’importanza della memoria
Quest’anno voglio dedicare questa giornata al ricordo dei nostri colleghi, a chi ci ha preceduto e ci ha insegnato con fatica, a volte anche con improvvisazione, ma sempre trasmettendoci il senso del problem solving. Voglio dedicarla anche a noi, che attraverso il rispetto verso i colleghi e i dirigenti infermieristici siamo riusciti a fare la storia. Forse oggi può sembrare strano parlare di certi concetti, ma la verità è che non bisogna mai dimenticare le origini delle nostre scelte e l’essenza profonda della professione. Una volta si parlava di missione, e spesso si sentiva dire che fare l’infermiera era una missione, una scelta di vita. Non era raro vedere suore gestire i reparti: accadeva perché la figura infermieristica aveva in sé un contenuto caritatevole e umile, che faceva dell’infermiere un angelo vestito di bianco, pronto ad accogliere le esigenze del paziente. È giusto non dimenticare, perché ogni periodo ha permesso di fare passi da gigante e di arrivare dove oggi siamo, vantandoci di essere laureati, ma rendendo patrimonio vivo tutto il vissuto passato dei nostri cari colleghi che hanno fatto la storia dell’infermiere.
Il lavoro nei reparti negli anni Ottanta e Novanta
Oggi tutto sembra più facile, ma non dimentichiamo, e ricordatelo voi cari colleghi e medici più giovani, che negli anni del nostro decollo verso il percorso infermieristico, dunque negli anni Ottanta e Novanta, non avevamo aiuti, né OSS, né squadre di supporto. Tutto doveva passare attraverso il rispetto verso i più anziani. E sono sicura che molti colleghi, in Calabria come nel Lazio, in Lombardia, in Veneto e altrove, non rimpiangono il nostro percorso. La mattina partivamo con il giro letti, dove la regola fissa era l’igiene del paziente e il cambio dei letti. Si iniziava alle 7.15 e si finiva alle 9.30, distrutti ma felici di aver lavorato bene, con la coscienza a posto e con la consapevolezza di aver soddisfatto i bisogni del paziente, regola fondamentale dell’assistenza infermieristica. Poi c’era una breve pausa, nella quale si condivideva un buon caffè che faceva da collante nei rapporti di reparto. Subito dopo si ripartiva con le medicazioni: iniziavano alle 10.00 e si finiva alle 12.00. Secondo voi era una passeggiata? Non facevamo corsi come oggi, ma ci confrontavamo, ci scambiavamo idee e linee guida sperimentate sul campo, che arricchivano il “Vangelo dell’infermiere”.
L’igiene e le regole per la prevenzione dei rischi
Non c’erano tamponi e, a volte, neanche guanti. Ma gli ausiliari che ci aiutavano e si occupavano delle pulizie rendevano gli ambienti pulitissimi. Noi eravamo sempre, dal gomito fino alle mani, sotto l’acqua, insaponandoci e lavandoci ogni volta che eravamo a rischio. Non avevamo unghie lunghe, né bracciali o collane. I capelli dovevano stare raccolti, per evitare che diventassero vettore o veicolo di rischio per il paziente.
Il cammino verso l’autonomia e il riconoscimento scientifico
Ci sarebbe ancora tanto da dire. Mi piacerebbe, ci piacerebbe, che anche gli attuali protagonisti di questa nuova sanità capissero che ci siamo ancora anche noi. Dunque, siete d’accordo che la storia siamo anche noi? Che oggi voi più giovani fate la storia grazie anche a noi? E che noi abbiamo fatto la storia grazie ai colleghi del passato? Se ancora oggi esistono il Duomo di Milano o la Torre di Pisa, è perché operai, artisti e tante altre persone hanno trasformato la loro fatica in un’opera diventata capolavoro, oggi patrimonio di turismo e bellezza. Anche noi abbiamo contribuito a realizzare il nostro lavoro come un’opera grande, rendendolo una professione a tutti gli effetti, ricca di letteratura scientifica, ECM, linee guida, protocolli, congressi, confronti e briefing. Grazie anche a noi, perché siamo stati tra i primi a far capire che non eravamo più semplici esecutori di ordini, ma professionisti capaci di lavorare in autonomia. Professionisti che hanno accompagnato la trasformazione del vecchio IPASVI in OPI. Noi che, per poterci formare, dovevamo quasi litigare e, a volte ancora in divisa, approfittavamo di pochi minuti per raccogliere notizie mediche nei vari eventi formativi in ospedale, perché il permesso era condizionato al ritorno immediato nei reparti. E con il nostro taccuino tornavamo arricchiti.
La responsabilità e il decoro della divisa
Dunque, non dimenticate in questa giornata quello che abbiamo conquistato. Se oggi è così, è perché noi siamo stati storia, come lo sarete voi. Ciò non toglie che la scelta di portare un camice bianco richieda assoluta dignità, ordine, pulizia, sobrietà, professionalità ed eleganza. Deve essere un esempio per chi, purtroppo, può dimenticare che parlare di assistenza, medicina e ospedale significa compiere una scelta seria. Diversamente, sarebbe meglio scegliere di vendere caramelle. Solo questi principi continueranno ad arricchire la storia dell’infermiere.














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Articolo eccellente