Avvenire di Calabria

Il monaco-professore riuscì a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un eremo in Calabria dove ora sorge la Certosa di Serra San Bruno

Oggi è San Bruno, l’eremita che amò la Calabria

Ratzinger, nel 2011, visitò la sua certosa: «Nel vivere dell’essenziale trova anche una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo»

di Redazione Web

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Oggi è San Bruno, l'eremita che amò la Calabria. Teologo e docente di Filosofia, il nobile tedesco Bruno poteva diventare vescovo ma scelse ben presto la vita eremitica e con sei compagni fondò nella deserta valle di Chartroux un Ordine la cui vita era scandita da solitudine con momenti comunitari.

Chiamato a Roma da papa Urbano II, perché lo aiutasse nelle necessità della Chiesa, riuscì a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un eremo in Calabria dove ora sorge la Certosa di Serra San Bruno.

Oggi è San Bruno

Nato a Colonia, in Germania, nel 1030 e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia e l'Italia, dove morì nel 1101, Bruno o Brunone, professore di teologia e filosofia, sceglie ben presto la strada della vita eremitica. Trova così sei compagni che la pensano come lui e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta «chartusia» (chartreuse in francese).

Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II, che lo sceglie come consigliere.

Il suo legame con la Calabria

Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. In Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia) fonda una nuova comunità. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per la vita comunitaria. È il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell'attuale Certosa di Serra San Bruno.

I suoi pochi confratelli devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. Quella dei Certosini è una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).


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L'aneddoto

Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire la curia. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi.


PER APPROFONDIRE: Serra San Bruno, al via il restauro della Varia


Le parole di Ratzinger

Papa Ratzinger il 9 ottobre 2011 si recò in pellegrinaggio  presso la Certosa di Serra San Bruno. Ecco cosa disse in quell’occasione: «Il monaco, lasciando tutto, per così dire “rischia”: si espone alla solitudine e al silenzio per non vivere di altro che dell’essenziale, e proprio nel vivere dell’essenziale trova anche una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo. Qualcuno potrebbe pensare che sia sufficiente venire qui per fare questo “salto”. Ma non è così. Questa vocazione, come ogni vocazione, trova risposta in un cammino, nella ricerca di tutta una vita».

E ancora: «Non basta infatti ritirarsi in un luogo come questo per imparare a stare alla presenza di Dio. Come nel matrimonio non basta celebrare il Sacramento per diventare effettivamente una cosa sola, ma occorre lasciare che la grazia di Dio agisca e percorrere insieme la quotidianità della vita coniugale, così il diventare monaci richiede tempo, esercizio, pazienza, “in una perseverante vigilanza divina – come affermava san Bruno – attendendo il ritorno del Signore per aprirgli immediatamente la porta” (Lettera a Rodolfo, 4)».

Cos'è la vocazione?

«Proprio in questo consiste la bellezza di ogni vocazione nella Chiesa: dare tempo a Dio - disse Benedetto XVI - di operare con il suo Spirito e alla propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di Cristo, in quel particolare stato di vita. In Cristo c’è il tutto, la pienezza; noi abbiamo bisogno di tempo per fare nostra una delle dimensioni del suo mistero».

«Potremmo dire che questo è un cammino di trasformazione in cui si attua e si manifesta il mistero della risurrezione di Cristo in noi, mistero a cui ci ha richiamato questa sera la Parola di Dio nella Lettura biblica, tratta dalla Lettera ai Romani: lo Spirito Santo, che ha risuscitato Gesù dai morti, e che darà la vita anche ai nostri corpi mortali (cfr Rm 8,11), è Colui che opera anche la nostra configurazione a Cristo secondo la vocazione di ciascuno, un cammino che si snoda dal fonte battesimale fino alla morte, passaggio verso la casa del Padre. A volte, agli occhi del mondo, sembra impossibile rimanere per tutta la vita in un monastero, ma in realtà tutta una vita è appena sufficiente per entrare in questa unione con Dio, in quella Realtà essenziale e profonda che è Gesù Cristo», concluse Ratzinger.

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