Un incarico di prestigio, conferitole direttamente da due figure di spicco dello sport nazionale: la presidente Novella Calligaris, leggenda del nuoto azzurro, e il vicepresidente vicario Riccardo Partinico. Ma dietro l’ufficialità del ruolo, c’è la storia di un incontro nato proprio a Reggio Calabria e la sensibilità di chi, abituata a formare i giovani tra i banchi di scuola e sul tatami, sa cogliere l’umanità dietro il gesto atletico. Dal ricordo del Vajont, che rievoca le ferite del nostro 1908, all’esempio di umiltà dei grandi campioni: ecco il racconto della sua esperienza.
Ci racconta il momento in cui ha ricevuto l’incarico?
Avevo conosciuto Novella Calligaris in occasione della sua traversata dello Stretto, il 9 settembre 2023. Nonostante la presenza delle principali testate giornalistiche nazionali e della RAI, scattai numerose fotografie e, la stessa sera, durante un conviviale al Circolo Tennis “Rocco Polimeni”, conversando la informai degli scatti realizzati. Fu lei stessa a chiedermi di inviarle sul suo cellulare. A tre anni da quell’evento non mi aspettavo affatto un simile invito. Il professor Partinico, successivamente alla convocazione, mi ha inoltre incaricata di redigere un articolo da inviare alla stampa locale.
È stato più difficile catturare l’istante perfetto con l’obiettivo o trovare le parole giuste per descrivere l’atmosfera olimpica?
Ho dovuto gestire due binari narrativi distinti: quello visivo e quello testuale. È stato sicuramente più impegnativo il servizio fotografico, perché ho dovuto percorrere, in compagnia di Novella Calligaris, circa 12 chilometri per fotografare tutti i tedofori degli atleti olimpici e azzurri. Per la stesura dell’articolo, invece, ho impiegato appena dieci minuti.
C’è uno scatto o un momento particolare che le è rimasto nel cuore?
Ho visto da vicino il luogo del disastro del Vajont e ho percepito quanto sia stata terribile quella tragedia per tutti gli abitanti: un evento che ha cancellato la storia di un intero territorio. Se mi è consentito fare un paragone, una devastazione minima rispetto al nostro terremoto del 1908.
Al di là dell’ufficialità dell’evento, com’è il clima umano che si respira “dentro” la carovana olimpica?
Per cinque giorni ho vissuto a stretto contatto con il gruppo dei tedofori. Erano tutte persone che hanno raggiunto i massimi livelli nello sport e ciò che più mi ha colpita è stata la loro semplicità. Non ho riscontrato alcuna forma di supponenza o arroganza, atteggiamenti che purtroppo si incontrano più spesso a livelli cittadini o regionali.
Quale messaggio si sente di dare ai suoi studenti e ai giovani di Reggio Calabria guardando all’esempio di abnegazione e sacrificio che ha documentato in questi giorni?
Nel 2019 ho partecipato alle qualificazioni per le Olimpiadi di Tokyo, ma purtroppo, durante una gara in Cile, ho riportato un trauma al legamento crociato che mi ha costretta al ritiro. Negli anni successivi, dopo alcuni successi a livello nazionale, ho deciso di dedicarmi all’insegnamento: la mattina Lettere e il pomeriggio karate, sia ai piccoli atleti sia agli agonisti. Recentemente sono stata nominata allenatrice della Nazionale italiana U14 di karate e a tutti i miei alunni e allievi dico sempre: credeteci, non arrendetevi mai.
C’è stato un momento in cui ha pensato alla sua città durante questo viaggio?
Anche tra le nevi di Cortina e la grandezza di un evento globale, c’è stato un momento in cui ho pensato alla mia città: sì, la sera, quando telefonavo alla mia famiglia.













