Il Circolo del Cinema “Cesare Zavattini”, in sinergia con SpazioTeatro e altre realtà associative di Reggio Calabria, promuove una due giorni di proiezioni e dibattiti dedicata alla condizione del popolo palestinese. L’iniziativa, intitolata “Palestina è Memoria”, si avvale del contributo critico dello storico Federico Rossin e si pone l’obiettivo di offrire una chiave di lettura cinematografica sull’attuale crisi umanitaria. Attraverso le opere di registi come Michel Khleifi, Amos Gitai e Avi Mograbi, l’incontro intende analizzare le trasformazioni del conflitto e le conseguenze dell’occupazione, cercando nel linguaggio artistico uno strumento di comprensione dei drammatici eventi che interessano la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.
Un’analisi cinematografica per comprendere la crisi umanitaria
Nonostante la tregua annunciata da Trump nell’ottobre del 2025 – dopo due anni di conflitto che hanno portato alla distruzione totale di Gaza e a un numero ancora imprecisato di migliaia e migliaia di vittime palestinesi, circa 73.000 e 173.000 feriti – i raid dell’esercito israeliano in questi sette mesi hanno causato la morte di almeno 850 palestinesi e 2.500 sono rimasti feriti. E la crisi umanitaria e sanitaria continua ad aggravarsi all’interno della Striscia di Gaza mentre il cessate il fuoco sancito non viene realmente rispettato.
Il ruolo dell’arte di fronte alla violenza in Cisgiordania
Senza considerare le incursioni e le violenze dei coloni israeliani che sono diventate ormai senza controllo in Cisgiordania. Ci si era illusi che dopo il 7 ottobre 2023 l’“occhio per occhio, dente per dente” dell’Antico Testamento per il Governo d’Israele rimanesse nell’ambito del, seppur discutibile, arcaico precetto biblico e giuridico. Ma la furia genocida di Israele si è trasformata sotto gli occhi di tutti in cieca vendetta e volontà di annientamento di un popolo/nazione. E come diceva Gandhi “Occhio per occhio” finirà solo a rendere cieco il mondo intero.
L’impegno del Circolo Zavattini e il programma della rassegna
Il silenzio è calato, com’era prevedibile, su tutto questo. Ma il Circolo del Cinema “Cesare Zavattini” e altre associazioni reggine continuano a pensare che sia indispensabile e urgente continuare a parlare della Palestina. Abbiamo sempre pensato all’arte come “inciampo”, l’arte che ci permette l’interruzione del ragionamento per potere intraprendere un’altra strada, in un continuo detour che ci porti a riconsiderare lo sguardo sulle cose del mondo. Per sottolineare la lontananza, che è pensiero di molti, da ogni complicità morale, da ogni correità sostanziale.
E così, il Circolo del Cinema “Cesare Zavattini” in collaborazione con SpazioTeatro e altre associazioni reggine, ma soprattutto con l’aiuto di Federico Rossin, storico e critico cinematografico, che ci guiderà attraverso la rassegna “Palestina è Memoria”, propone due giorni di riflessione sul conflitto attraverso il cinema, presso la Sala di SpazioTeatro in via San Paolo 19A con ingresso libero.
Giovedì 14 maggio alle 20.30 proponiamo la visione del primo film girato nella Striscia di Gaza “La storia dei tre gioielli” di Michel Khleifi (1995) che racconta l’occupazione attraverso lo sguardo dell’infanzia, dove la poesia, l’immaginazione e i sogni aiutano a sopportare l’insopportabile, e ci restituisce la visione della bellissima, ma ormai inesistente città di Gaza.
Documentario ed etica: il punto di vista dei registi israeliani
Venerdì 15 maggio sempre con Federico Rossin parleremo dell’Etica documentaria alla prova dell’occupazione attraverso lo sguardo questa volta di due importanti registi israeliani sul conflitto. Alle 18.30 in “Diario di campagna” di Amos Gitai (1982), una pietra miliare del cinema israeliano, una piccola troupe filma in Cisgiordania la quotidianità dell’occupazione israeliana.
Alle 20.30 “Z32” di Avi Mograbi (2008) attraverso “maschere” digitali nasconde l’identità dei testimoni per sollevare domande dolorose e inquietanti sulla responsabilità, il perdono e la forma della verità cinematografica. Due testimonianze importanti che fanno dell’arte una forma di salvezza, un mezzo per preservare contro la violenza l’umanità di chi la fa e di chi la guarda. Un segno di rivolta, dunque, per provare ad invertire quel corso della storia che non intendiamo accettare.













