Peppino Impastato, la forza della verità che resiste

Peppino Impastato, giornalista di 'Radio Aut', emittente libera di Cinisi foto Avvenire

Il 9 maggio 1978 rappresenta una data che ha segnato profondamente la cronaca italiana, unendo idealmente gli eventi di Roma e Cinisi. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni era concentrata sul ritrovamento del corpo dell’onorevole Aldo Moro, in Sicilia perdeva la vita, a causa di un attentato dinamitardo, il fondatore di Radio Aut, Peppino Impastato. A decenni di distanza, associazioni e rappresentanti della società civile continuano a sostenere la richiesta di dedicare questa data a una memoria condivisa dei due tragici eventi. Il percorso per il riconoscimento della verità giudiziaria e storica sull’omicidio mafioso di Impastato, avviato grazie alla perseveranza della madre Felicia Bartolotta, trova oggi convergenze con l’azione di contrasto culturale alle mafie portata avanti da diverse figure simbolo del mondo cattolico e civile.

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Il 9 maggio e la proposta di una memoria condivisa

Il 9 maggio 1978 l’Italia apprese del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma…in quelle ore, in quei giorni, quasi nessuno si accorse che lo stesso giorno, a Cinisi, sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, era stato rinvenuto un altro corpo dilaniato dal tritolo: quello di Giuseppe Impastato, trent’anni, militante di Democrazia Proletaria e fondatore di Radio Aut. La coincidenza delle due morti ha pesato a lungo sulla sua memoria, e oggi, a quarantotto anni di distanza, alimenta la proposta, sostenuta da diverse voci della società civile e della politica, di fare del 9 maggio una giornata di memoria condivisa per Moro e per Impastato.

L’impegno di Felicia Bartolotta e le denunce di Radio Aut

A tenere viva la memoria di Peppino, per anni, fu sua madre: Felicia Bartolotta fu la prima donna in Italia a costituirsi parte civile in un processo di mafia, contro il clan in cui era cresciuto suo figlio. Aprì la porta di casa ai compagni di Peppino, parlò con i giornalisti, raccontò quello che sapeva. Il libro pubblicato nel 1986 dal Centro siciliano di documentazione, «La mafia in casa mia», ne raccoglie la testimonianza. Peppino, da Radio Aut, aveva scelto un’arma allora poco frequentata: la satira. Chiamava il boss Gaetano Badalamenti «Tano Seduto»; nel programma «Onda pazza» mandava in onda «Mafiopoli», ridicolizzando capimafia e amministratori locali, un modo per sottrarre consenso al potere mafioso prima ancora che si arrivasse in tribunale.

Il complesso iter giudiziario

Per la verità giudiziaria ci volle quasi un quarto di secolo…nelle prime ore dopo l’omicidio, il fonogramma del procuratore capo Gaetano Martorana parlò di «attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda»: Peppino, secondo quella ricostruzione, sarebbe morto mentre maneggiava lui stesso l’esplosivo. Una sentenza del 1984 riconobbe la matrice mafiosa, attribuendo però il delitto a ignoti; nel 1992 il caso fu archiviato…solo nell’aprile del 2002 Badalamenti venne condannato all’ergastolo come mandante.

Il contrasto culturale alla criminalità

La vicenda di Peppino Impastato incrocia, in più punti, quella di figure che il mondo cattolico riconosce come figure di riferimento nella lotta per la legalità: don Pino Puglisi, ucciso a Brancaccio nel 1993 e beatificato; don Peppe Diana, parroco di Casal di Principe; il giudice Rosario Livatino, anch’egli beato.

Vocabolari diversi, esperienze diverse, un’unica intuizione: alla mafia si toglie ossigeno sottraendole consenso culturale. Questa è l’eredità che oggi deve attraversare le aule di scuola, le associazioni, le parrocchie.

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